Una farmacia del ‘700 (VI parte)

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Il Farmacista. Grevembroch, Gli abiti de Veneziani di quasi ogni età con diligenza raccolti e dipinti nel secolo XVIII. Libreria Editrice Filippi Venezia, 1981

Una farmacia del ‘700 (VI parte)

Una bisca nella farmacia

Appena conosciuta la morte dello zio, Giovanni Rigoni, impaziente, muove a cavallo alla volta di Venezia. Per via incontra suo padre, che in “sediolo” se ne ritorna recando seco in un piccolo baule le poche cose mobili lasciate dal defunto. A Venezia Giovanni va ad alloggiare in casa del conte Vincenzo Scrofa, dove lo raggiunge la carta di procura mandatagli da suo padre, erede diretto di Francesco Rigoni, per trattare la liquidazione dell’eredità. Ma poi deve decidersi a comparire all'”Aquila nera“.

Allorché il Migliorati vide il giovane valdagnese rientrare in farmacia non più da garzone ma da comproprietario, si ammansò, e dimostrò tosto a Giovanni le tristi condizioni in cui lo zio aveva lasciato l’azienda, che per la malaugurata “pieggeria” era gravata di debiti. Sicché, il rappresentante dell’erede non trovò per il momento da ritirare se non i libri che lo zio aveva lasciato, “tutti buoni” e di cui si compiaceva il giovane amico delle lettere. Ma per tutto il resto, piuttosto di contendere con il Migliorati, egli si affidò completamente all’avvocato Giovanni Andrighetti, che agì più da amico fedele che da professionista prativo di leggi, e che fece sopravanzare una attività, per quanto meschina, là dove altrimenti non sarebbero apparsi se non debiti.

Giovanni Rigoni, ritornando in quel soggiorno più volte in farmacia, ebbe ottime accoglienze da qualche buon amico che aveva lasciato in Venezia; non altrettanto gentilmente lo accolse il medico Trivellati, uomo burbero e che per essere legatissimo con il Migliorati non doveva nutrire molte simpatie per il Rigoni.

Dopo qualche tempo egli ripartiva per Valdagno lasciando ogni suo interesse nelle mani dell’Andrighetti, ma, sfortunato in tutto, quella gita gli costò qualche perdita. Sul “burchiello“, che doveva portarlo a Padova, lo raggiungeva uno staffiere di casa Scrofa col suo bagaglio. In laguna gli “zaffi” (i doganieri di allora) visitarono questo bagaglio, ed allora si accorse che qualcuno vi aveva posto le mani e che vi mancavano tre paia di calze di seta, le sole che teneva per le grandi occasioni. Ebbe sospetto di essere stato derubato dal servo degli Scrofa, e ne scrisse al nobile suo anfitrione, ma riuscì vana ogni ricerca. Decisamente gli conveniva non muoversi da Valdagno.

Pare che frattanto il Migliorati gli rubasse a mano salva parte del dovutogli. Sapeva che in tempo di carnevale lo zio Francesco era solito a ricevere il dono di parecchie salsicce da vari signori di Terraferma, e specialmente di Vicenza, a compenso degli incarichi che gli venivano affidati all’infuori delle ordinazioni di farmacie. Ne scrisse al Migliorati per avere la sua parte; ma questi gli spedì soltanto “pochi morelli di lugànega e quattro musetti“: sicché gli convenne lasciare che l’altro rubasse nel negozio i buoi, accontentandosi appena delle “punte delle corna“!

Ma il proposito di non ritornare a Venezia durò poco: la tentazione, a cui offrivano pretesto gli interessi dell’eredità paterna, era troppo grande. Per una sua nuova gita scelse l’epoca dell’Ascensione, particolarmente brillante a Venezia, e in cui, anche a chi non potesse disporre di molti quattrini, era possibile godere qualche parte degli spassi che allietavano le calli o la piazza. Giunse alla Dominante alle una di notte, e si recò direttamente alla farmacia a San Salvador.

Nel negozio vi erano soltanto due giovani, che non lo conoscevano: egli chiese del padrone e gli si indicò che salisse nell’appartamento, forse credendolo uno dei numerosi amici di lui. Ma quale non fu la sorpresa del Rigoni quando, entrato nella stanza principale al primo piano, vide il Migliorati troneggiante ad una tavola da gioco, e circondato da una lieta società di signori e signore intenti alle emozioni della bassetta o del faraone. L’inattesa comparsa del Rigoni riusciva certamente sgradita al Migliorati, ma questi, con la consueta faccia tosta, lo salutava con molta gravità, quindi atteggiava studiatamente le labbra ad un sorriso che non era certo suggerito dal cuore. Il Rigoni girò intorno lo sguardo e vide che nella stanza, illuminata a profusione da sei doppieri, stavano seduti ad altri tavoli cavalieri … e pedine, intenti tutti alla stessa interessante occupazione, Giovanni Rigoni dichiarò di essere stanco del viaggio e di volersi riposare; passò quindi nella stanza vicina e, consumata una parca cena, prese possesso del letto dove un tempo dormiva suo zio. più che indignato, egli era ancora stupito nell’aver sorpreso a quali mezzi ricorresse il Migliorati per ampliare le sue fonti di guadagno. Ma nello stesso tempo egli confessa una sua debolezza; di aver provato una certa soddisfazione nell’aver preso possesso del letto dove un tempo aveva dormito quel vecchio pazzo di suo zio, e di entrare da padrone in una casa donde cinque anni prima era stato cacciato peggio di un servo.

La mattina dopo egli poté constatare quale cambiamento avesse subito la casa del farmacista; terrazzi lucidissimi, tende e panneggi, porte dipinte elegantemente, spechi e mobili di puro abbellimento, e vetrate nuove a dar più luce ai passaggi, e nella stanza da letto del Migliorati, invece delle lastre a piccoli vetri tondi, lastre all’inglese, “senza legatura dello stagno solito“, e un tavolino da gioco (ciò che indicava come talora anche quella stanza fosse invasa dalla serale società), poltroncine di canna, sui cassettoni grandi vassoi laccati con chicchere di porcellana e cristalleria finissima, il letto di noce con una coperta di broccatello, e, appesi al letto, “giust’alla moda“, due orologi da tasca, e sul bottiglia di limonata, necessaria a “correggere l’acido naturale di un temperamento furlano“.

Il Migliorati la mattina dopo fece finta di nulla; tutt’al più ebbe qualche lamentela sull’andamento degli affari, si dimostrò preoccupato del prezzo delle materie prime, degli aggravi fiscali. Poi, ad evitare il controllo dell’altro e non avendo forse il coraggio di sospendere quella che si capiva essere divenuta una consuetudine quotidiana (e una sicura rendita), avvertì il Rigoni che la sera facesse quanto voleva e con piena libertà, poiché egli stesso riceveva in casa, “per non abbandonare la spezieria“, degli amici soliti a visitarlo e a “giocar dei giochetti” per passare la sera. Giovanni infatti rientrava quasi senza farsi vedere, e così poté sorprendere altri dettagli di quella curiosa bisca stabilita nella quinte di una farmacia. Il garzone Giuseppe Rosa teneva mano al suo padrone procurando cautamente nuovi ingenui da far cadere nella rete tesa dal Migliorati, il quale si compiaceva che patrizi ragguardevoli e illustrazioni del Foro frequentassero casa sua. La riunione, attirata degli innocenti “giochetti“, durava fino alle cinque di notte, e si serviva il caffè a “quei Lustrissimi di carta“, ed era una spesa di più da aggiungere a quella delle candele e delle lucerne ad olio, tutte passività a carico del bilancio della farmacia … ciò che certamente non accadeva per le attività più o meno lecite della bisca.

Ogni sera il Rosa andava a prendere a San Fantin “la diva Pagello, dama del nostro Principe Carlo“, incaricata di fare gli onori di casa agli ospiti. Le notti piovose “la diva” non lasciava la casa del farmacista e riposava nella stanza occupata ora dal Rigoni; vi passava tutta la giornata, trattata sontuosamente di colazione, pranzo e cena, per attendere la sera dopo l’ora della solita conversazione “con comodo di bisca“. La dama più o meno autentica era, insomma, in mano a quel furbone matricolato del Migliorati, uno di quei docili e complici strumenti di cui si servivano questi biscazzieri, razza non rara allora in Venezia, e che viveva alle spalle dei gonzi cittadini e forestieri, e specialmente degli ingenui provinciali. La passione per il gioco dilagava; si giocava dappertutto e clandestinamente, o almeno si salvavano le apparenze. Aveva un bel gridare il governo, che fin dal 19 novembre 1765 aveva pubblicato un’ordinanza severissima contro i biscazzieri: “chi ardisce tener botteghe a Barbier Parrucchier o altre professioni soltanto inservienti per somministrar Carte da Gioco, e principalmente coll’abborrito concorso di Maschere, convinto di tal reità, sommariamente sia da Capi illico condannato alla Berlina, e poi fatto passare in Prigione per anni cinque“. La chiusura del Ridotto nel 1774 aveva favorito, se mai, il moltiplicarsi delle bische clandestine. E siccome erano tollerati i “piccoli giochi” (i giochi non d’azzardo) certi ambienti fingevano il modesto gioco di tresette e di briscola, e invece si arrischiavano somme alla bassetta, al biribis, alla zecchinetta, alla meneghela, al tibidò

La farmacia era ormai trascurata dal Migliorati, unicamente preoccupato dall’azienda del gioco; così, mentre la sera nel negozio restavano due giovani assonnati, il piano superiore era sempre più affollato di gente: non bastavano le stanze, e gli ospiti, intorno ad altri tavolini, occupavano pure il loggiato che dava su un cortile interno. E perché la cosa non fosse palese ai vicini, tende e cortine celavano i giocatori. Il Migliorati, a quanto pare, preferiva che i suoi amici soffrissero il caldo estivo piuttosto che fossero colpiti da certi malanni che il governo poteva procurar loro se i vicini indiscreti avessero parlato. Crescevano le spese per l’illuminazione, per i trattamenti di caffè, cioccolata e vin di Cipro. E se nel vin di Cipro il “furlano” constatò talvolta che si era aggiunta dell’acqua, e ne indovinava il colpevole nel garzone Giuseppe Rosa, gli convenne tacere, perché il Rosa gli era troppo utile sia per servir da “còdega” ogni sera alla bella Pagello, sia per procurare nuovi clienti all’azienda.

Il Rigoni informò della cosa il suo procuratore, l’Andrighetti, ma poco c’era da fare, perché il Migliorati asseriva di tenere la conversazione e il ritrovo serale a tutte sue spese e non c’era modo di provare il contrario. Al Rigoni il “furlano” non offrì nemmeno un bicchiere di vino di Cipro, e, avendogli chiesto egli in prestito, per certe sue spese, sei zecchini da computarsi nel bilancio sociale della farmacia, allegando mille pretesti, gliene diede a stento tre, calanti 6 grani, computandoli per interi. E finalmente Giovanni Rigoni si decise a partire.

Ma le gravi condizioni del cognato, ridotto in fin di vita, lo ricondussero qualche tempo dopo a Venezia. Giunse ancora di sera all'”Aquila Nera” e vi trovò ancora il Migliorati in mezzo alla sua brillante società, vestito in gran gala, tutto di nero “color di moda in questa stagione e circostanza di penitenza” (si era in quaresima) e con le sue magnifiche “quadriglie di brillanti” infilate nelle dita. Ma questa volta più che dallo scandalo della bisca il Rigoni fu occupato dalla famiglia del cognato. Questi morì pochi giorni dopo, lasciando nella più desolante miseria moglie e figlioli. La Marianna dovette vendere i “manini” e quanto le permetteva di realizzare un guadagno immediato. Anche un povero pappagallo seguì quella sorte; le era stato portato in regalo parecchi anni prima da un capitano di vascello di ritorno da Lisbona; ne ricavò 15 o 20 lire venete.

Giovanni ebbe ripetuti colloqui con l’Andrighetti: si venne finalmente alla liquidazione dell’eredità; pochissimo fu salvato e fu un vero miracolo se, per aggiustare le faccende della “pieggeria” poté porre in salvo quanto restava di proprietà Rigoni a Valdagno. Venuto il giorno della partenza, il congedo dal Migliorati corrispose alla freddezza dei loro rapporti; fu lasciato andare come qualunque “còdega o sportella di pescheria“. Egli portava seco in due moccichini i resti dell’eredità dello zio e un pacco di libri, avuti dalla sorella per gratitudine di quanto egli aveva fatto per lei nella dolorosa circostanza della morte del marito. Erano le opere del Machiavelli, la Storia del Consilio di Trento del Sarpi, la Repubblica di Venezia del cardinale Contarini, la Retorica d’Aristotele tradotta dal Caro, gli Idillj di Teocrito tradotti dal Salvini, i Viaggi nel paese delle scimmie del Wanton, ma incompleti, l’Espion chinois, lo Zodiaco della vita umana del Palingenio tradotto in francese, la Pluralità dei mondi del Fontenelle, una raccolta della “Gazzetta di Firenze” dal 1769 al 1780. Non molte cose, ma tanto da poter occupare qualche piacevole giornata nell’esilio provinciale.

Triste ritorno, in cui doveva render conto al padre della misera liquidazione dell’eredità di Francesco Rigoni. Egli giurare solennemente che se, per un “non isperato vantaggio o per altro non prevedibile motivo“, un giorno avesse abbandonato il celibato, non avrebbe ad alcun figliolo imposto i nomi di Francesco, Giovanni Battista, Marianna, Nicolò o Angela: nomi che erano legati per lui a poco lieti ricordi. Erano i nomi dello zio, del Miglioratti, dell’ingrata sorella, di suo padre, verso cui non aveva nutrito soverchio affetto, perché lo aveva sempre trattato con indifferenza e con qualche stravaganza, come quasi tutti i vecchi di casa Rigoni, e perché lo incolpava di aver fatto morire la madre, per i dispiaceri, in giovane età, e l’ultimo era quello di una zia, feroce nemica e persecutrice pur esse di sua madre.

Quanto al seguito delle disgrazie di Giovanni Rigoni, alla morte del padre, che gli parve forse la disgrazia minore, al viaggio a Roma dovuto alla liberalità di uno degli zii abati (il solo da cui ebbe affetto e benefici), al ritorno a Valdagno, ad un suo nuovo soggiorno a Venezia, durato poco, ché gli convenne ritornare definitivamente ad abitare nella casa che ancora possedeva, ho accennato altra volta seguendo l’epistolario di Giovanni Rigoni con lo zio di Roma. Quando chiudeva le memorie, che volevano essere la storia delle sue disgrazie, egli dava un addio alle più liete speranze e formulava l’augurio che il destino per l’avvenire lo avesse lasciato in pace, che gli pareva di esserne stato il giocattolo. Addio viaggi, addio soggiorni nella Dominante, che, se per altri era stata la città dei piaceri e delle gioie, per lui era stata la città delle mortificazioni, delle pene maggiori, ma di cui serbava sempre, nonostante tutto, un ricordo incancellabile, fatto di nostalgie e di rimpianti.

Ma volete sapere la fine del suo maggiore antagonista, l’infausto G.B. Migliorati, il farmacista biscazziere? Nel 1784 egli aveva condotta in sposa una figlia del notaio Balani di Santa Maria Formosa, uno degli assidui della sua serale conversazione; né lo aveva messo sull’avviso la sua età, contando lo sposino 58 anni. E’ vero che la sposa non era “né bella né molto giovane“, ma buon per lui, che così meno gli si saranno allungate le corna, che i pettegolezzi degli degli amici veneziani gli avevano assicurato. E quei pettegolezzi il Rigoni si affrettava a consacrare nelle sue memorie con trionfante soddisfazione. Non gli restava altra vendetta da prendere contro colui che, raggirando lo zio, aveva contributo alla dispersione di quanto sperava un giorno ereditare, e gli aveva tolto così per sempre la possibilità di andare vivere nella città dei suoi sogni. Il provinciale brontolone, inacidito fors’anche da qualche “fumo” ipocondriaco, si vendicava così della condanna di dover per sempre restare in quell’angusto e scoraggiante cantuccio di provincia, dove i soli conforti erano le buone letture e lo scrivere certi trattati prolissi (e destinati a rimanere inediti su questioni … più o meno interessati, come per esempio sull’imprudenza di battezzare i neonati fuori di casa, ciò che gli offriva il pretesto a manifestare una volta di più quel suo irriducibile spirito voltairiano.

Giovanni Rigoni moriva a Valdagno nel 1787, a soli 43 anni, avendo quasi abbandonato la farmacia per i diletti libri, che venivano incontro alle sue ambizioni letterarie, mai potute soddisfare. Un suo ritratto ad olio in parrucca ed elegante “velada” si guarda bene dal mostrarcelo col pestello in mano, o con qualsiasi altra insegna della sua vera professione, ma con la penna nella destra e lo sguardo lontano, come inseguisse certi suoi dolorosi ma cari ricordi col rammarico di non essere in grado di fissare in vivaci scene comiche i tipi e l’ambiente della curiosa tragicommedia che si era svolta intorno a lui alla spezieria dell”Aquila nera“. (1)

(1) Bruno Brunelli nel Il Marzocco dal 12 luglio al 27 settembre 1925 https://www.vieusseux.it/coppermine/index.php?cat=25 

Una farmacia del ‘700 (I parte) 

Una farmacia del ‘700 (II parte) 

Una farmacia del ‘700 (III parte) 

Una farmacia del ‘700 (IV parte) 

Una farmacia del ‘700 (V parte) 

 

 

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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