San Marco – La vita del santo

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San Marco – La vita del santo

Giovanni (At.13, 5 13) o Marco (At.15, 39) o meglio Giovanni soprannominato Marco (At. 12, 12 e 25; 15, 37) era un giudeo-cristiano palestinese. Il caso di binomia era piuttosto frequente in quel tempo tra gli Ebrei a contatto col mondo greco romano.

Apparteneva ad una famiglia agiata, che possedeva una grande e bella casa. Era rimasto senza padre ancora giovanetto e la pia madre ne aveva assunta l’educazione. Viveva a Gerusalemme, nei grandi tempi dell’attesa messianica e forse fu tra i 72 discepoli di Gesù di cui parla san Luca (Lc. 10,1). Origene e sant’Epifanio lo affermarono con sicurezza, ma d’altra parte Papia ci rende noto che Marco non aveva mai né ascoltato né visto il Signore. Più d’uno dei commentatori del Vangelo marciano lo identificano con quel “giovinetto che ravvolto in un lenzuolo sul corpo nudo seguiva Gesù nella notte dell’arresto e che le guardie tentarono di fermare“. “Ma egli, abbandonando il lenzuolo, se ne era fuggito nudo (Mc. 14, 51)”. Secondo altri era sua la casa dove il Maestro aveva festeggiato l’ultima Pasqua della sua vita terrena ed istituita l’Eucarestia.

Da questo momento troviamo Giovanni – Marco a un posto di primo tra i collaboratori apostolici, in contatto soprattutto con i due principi e le due colonne della chiesa primitiva: san Pietro e san Paolo. Ed è quest’ultimo che, rientrato ad Antiochia con Barnaba da Gerusalemme dopo la morte di Agrippa (44 d.C.), vi porta anche Marco (At. 12, 25). Il giovanetto li segue sia per i legami di parentela con Barnaba, sia per l’amore di Gesù che lo spingeva all’attività apostolica, sebbene i suoi compiti fossero più di servizio e di predicazione (At. 13, 1-5 e 15, 37). Col cugino Barnaba accompagnerà l’apostolo delle genti nel suo primo dei grandi viaggi missionari (47 d.C.). La meta è Cipro, dove i frutti della predicazione sono veramente abbondanti e seguiti da miracoli, e poi la Panfilia. Ma qui, a Perge, Marco “si separa da loro per tornare a Gerusalemme” (At. 13, 13). Non conosciamo le ragioni di questo abbandono.

Dopo il periodo di lavoro comune col cugino a Cipro, egli si sarebbe recato nel 52-53 circa in Alessandria. A partire dal quarto secolo infatti (cfr. ad es. sant’Epifanio nel “De haeresibus” e le “Constitutiones Apostolicae“) la tradizione della fondazione dei quella comunità ecclesiale da parte dell’evangelista domina senza contrasti. Potremmo con molta probabilità porre il suo governo episcopale dal 52 al 62 circa. In quest’anno infatti lo troviamo a Roma, dove ha la possibilità di collaborare con san Pietro e san Paolo.

Anche questa volta non ci è dato di sapere con certezza le ragioni che l’hanno spinto a lasciare Aniano ed Alessandria per recarsi a Roma. A Roma egli vive accanto a San Pietro. In una sua lettera costui lo chiama suo “figlio” (I P.5,13) e più d’uno pensa che il capo della Chiesa abbia voluto indicare, oltre una affettuosa comunanza di vita con lui, anche il fatto che egli stesso avrebbe rigenerato Marco alla vita spirituale a Gerusalemme. A Roma, dai suoi contatti con san Pietro, sarebbe nato il suo vangelo. Scritto per incarico dello stesso principe degli apostoli (san Giustino lo chiama “Memorie di Pietro“) o per desiderio della comunità cristiana romana di conservare il ricordo della predicazione petrina o per comprensibile premura del discepolo di raccogliere quanto aveva udito del suo padre e maestro, esso rifletteva certamente le parole e il pensiero di san Pietro. Così nasce il vangelo marciano. Quanto all’epoca della composizione esso dovrebbe essere collocato poco prima o poco dopo (Papia e santo Ireneo sono di questa opinione) la morte del principe degli apostoli: tra il 63 e il 65 d.C. Per il luogo l’opinione comune è che esso sia stato scritto nella capitale dell’impero, sebbene non manchi qualche autore che lo vorrebbe steso in Egitto.

Da Roma Marco sarebbe venuto a predicare il Vangelo nella città di Aquileia. Colpisce il fatto che san Girolamo, Rufino, Cromazio, Venanzio Fortunato, che pure parlano con mota simpatia ed affetto di quella città e ne esaltano le glorie cristiane, non ricordino né la predicazione marciana in essa, né la fondazione della sua prima comunità ecclesiale da parte dell’evangelista. Fino al secolo ottavo non ci è giunta nessuna voce né testimonianza su questo episodio. Nella seconda metà del secolo VIII affiorerà la leggenda. Paolo Diacono, lo storico longobardo, nella sua indagine sull’episcopato di Metz (783 – 786), parlando dell’invio dei vari discepoli di san Pietro a fondare varie chiese in giro per l’Europa scrive: “Marcum vero qui praecipuus inter eius discipulos habebatur, Aquileiam destinavit, quibus cum Hermagoram suum comiten Marcus praefecisset, ad beatum Petrum reversus, ab eo nihilominus Alexandriam missus est” (De ordine episcoporum Mettensium, P.L. 95, col. 699 e 711). Ma sarà soprattutto al sinodo di Mantova, convocato nel 827 dal metropolita aquileiese Massenzio per ristabilire la sua autorità su tutta la Venezia, che la leggenda troverà una ampia formulazione ed un valore giuridico e storico. Secondo gli atti di quel sinodo il santo evangelista, mandato a predicare dal principe degli apostoli si sarebbe diretto ad Aquileia e vi avrebbe diffusa la fede e da lì sarebbe cominciato “l’exordium christianitatis” di tutta l’Italia e di molte altre regioni. Desiderando poi rivedere san Pietro sarebbe ritornato a Roma e vi avrebbe portato Ermagora, “elegantem virum“, scelto da tutto il clero e dal popolo, per essere consacrato vescovo della città dallo stesso capo del collegio apostolico che l’avrebbe costituito “proton Italiae pontificem“, primo dei vescovi italiani (M.G.H., Concilia, II, pp. 583 – 589).

L’evangelista stava navigando verso Roma con Ermagora quando viene sorpreso nella zona paludosa lagunare da un forte vento. La navicella è costretta ad arrestarsi in un isolotto “ubi … Rivoaltina civitas (e cioè Venezia) constructa dignoscitur“. Il santo si addormenta ed un angelo in sogno gli annuncia “Pax tibi Marce, Hic requiescet corpus tuum” (da notare che le antiche “passiones” riferivano un annuncio simile di Gesù al suo discepolo prigioniero ad Alessandria “Pax tibi Marce, evangelista meus“). Il santo di fronte a quell’annuncio di morte crede ad un prossimo naufragio ma il messaggero divino lo rassicura: “Non temere, o santo evangelista di Dio. Hai ancora molto da fare e da patire per Cristo. Dopo il tuo martirio, gli abitanti della vicina terraferma si raduneranno qui per evitare malanni e soprattutto persecuzioni per loro fede (si vuole così anche dare un senso religioso all’origine di Venezia) e qui costruiranno una meravigliosa città e avranno l’onore di conservare il tuo corpo. E lo onoreranno molto e con i loro meriti e le loro preghiere avranno con la tua intercessione molte grazie da Dio“, è la leggenda della predestinazione.

Da Roma probabilmente dopo la morte di san Pietro e di san Paolo, verso il 64 o il 67, egli ritorna ad Alessandria dove subisce il martirio. Purtroppo anche su questo episodio conclusivo della vita dell’evangelista tacciono le fonti più antiche. Le prime notizie le abbiamo in uno scritto intitolato appunto “Martirio di san Marco” (P.G., CXV, coll. 163-170) e nel “Chronicon Paschale” (P.G. XCII, col. 608), che sono entrambe delle fonti piuttosto tarde, tuttavia non si può dubitare del martirio del santo, appoggiati come sono oltre che dal consenso della Chiesa alessandrina e di tutta quella orientale e greca in modo particolare dalla testimonianza degli antichi martirologi occidentali a cominciare da quello di Beda. In quegli Atti si racconta come l’evangelista avesse ordinato 3 preti, 7 diaconi e 11 ministri inferiori ad Alessandria, stabiliti dei vescovi nei dintorni, e rassodati i cristiani nella fede. I pagani allora, mal sopportando i meravigliosi segni che il signore operava per mezzo del suo discepolo, si arrabbiano furiosamente per tutti quegli idoli bruciati o distrutti e si vendicavano accusandolo di magia. E’ un giorno di domenica, mentre pagani e cristiani sono in festa, celebrando i primi la solennità di Serapide, divinità molto cara agli egiziani, i secondi la Pasqua, quando Marco è assalito da una turba inferocita che lo trascina con una corda al collo in un luogo rupestre sul litorale chiamato Bucoli, molto probabilmente perché serviva al pascolo o all’ingrassamento dei buoi, e lo fa oggetto di ludibrio, di scherno, di percosse, di lanci di pietra. Venuta la sera lo mettono in prigione dove appare a confortarlo Gesù che lo salutava col “Pax tibi Marce, evangelista meus” e il giorno dopo, il 25 di aprile del 68 consumano il martirio. (1)

.(1) A. NIERO, Culto dei Santi a Venezia. Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1965.

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San Marco – La traslazione del corpo a Venezia
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Basilica di San Marco – Luogo del ritrovamento del corpo di San Marco (1094) – Pilastro dell’altarino di San Giacomo

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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