Una farmacia del ‘700 (III parte)

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Monumento a Carlo Goldoni. Campo San Bortolomeo. Sestiere di San Marco

Una farmacia del ‘700 (III parte)

Gli svaghi

Recandosi a Venezia Giovanni Rigoni sognava di teatri, di feste, di balli; tutti gli spassi insomma offerti dalla Dominante. Il carnevale veneziano era famoso dovunque, e la fantasia invidiosa del provinciale si era convinta che a Venezia si facesse carnevale durante tutto l’anno. La fredda accoglienza dello zio e il malefico influsso esercitato su costui del Migliorati dovevano presto disilludere il giovane “spezier“. Una dura realtà demoliva gran parte dei suoi sogni. Non tutti, ché qualche svago in seguito gli fu possibile godere, un po’ per astuzia e un po’ per ricambio di qualche cortesia usata al poco cortese “furlano“.

Il periodo più duro furono i primi anni del suo soggiorno veneziano, tutto il suo carnevale si riduceva allora a recarsi due o tre colte al teatro di commedia, a godere le mascherata in piazza nei soli giorni festivi, e cioè a vedere le maschere più volgari, ché le più eleganti uscivano per calli e procuratie soltanto nei pomeriggi feriali. Poteva inoltre uscire il giovedì grasso e l’ultimo giorno di carnevale: né più né meno di quello che si concedeva a qualunque garzone di bottega.

Egli fremeva di questi freni imposti al suo desiderio di modesti divertimenti e confrontava sé stesso col “furlano“, il quale si recava ogni sera a teatro, alla commedia o all’opera, al Ridotto o in case private. Di più, siccome il vecchio Rigoni concedeva al nipote tali passatempi, a patto di avere preso accordi con il Migliorati, il giovane molte volte rinunciava allo spettacolo per non umiliarsi a chiedere un favore al suo principale nemico. E’ vero che il vecchio spingeva la sua generosità fino a compensare il nipote della spesa per il teatro: pochi soldi per l’ingresso …

Limitati così i suoi spassi teatrali, il Rigoni finiva per recarsi alle sole commedie di Goldoni, il suo autore preferito, di cui ammirava specialmente le commedie di carattere e i soggetti seri e a fine morale; non sapeva che fare di certe favole, “fatte di meraviglie magiche, di stolidezze“, e delle compagnie improvvisate “a braccia” sull’esempio di quelle dell’arte, come ne immaginava Carlo Gozzi. La bottega “all’aquila nera” era frequentata dai goldonisti, e il Rigoni era feroce contro i graneleschi e Carlo Gozzi, che non stimava più di certi “poetuzzi comici” che lo attorniavano. né si recava al teatro d’opera: “le opere serie non si gustavano punto, non per la musica, che mi toccava all’estremo, ma perché non si poteva udir la dolcezza del verso, gli accidenti della storia, e rare volte le voci dei cantanti oppresse dal fracasso grandioso degli strumenti“.

Quando il Goldoni lasciò Venezia per Parigi, e più rade riapparvero le sue commedie nei teatri veneziani, parve al Rigoni completamente oscurato il buon gusto, e ciò prova il discernimento del giovane “spezier“, amante delle buone lettere. Carlo Gozzi, scomparso il rivale, ebbe il campo libero, e mutò strada: “volle compor cose per il popolo e non per le persone di gusto, e disparve con ciò la critica della moda, della mollezza e del saccentismo; oltre alla mancanza dei buoni attori, morti o allontanati quelli sotto Goldoni, i nuovi poco valevano, e meno piacevano“.

Ma se lo zio spingeva la propria generosità sino a pagare al nipote l’ingresso alla commedia, non lo avrebbe fatto per l’opera buffa, che avrebbe divertito il Rigoni quanto la commedia: certo assai più dell’opera seria. Se vi si recava, doveva farlo a proprie spese: lo zio giudicava un lusso, una “farla da grande“, recarsi all’opera buffa. Certe sere in cui la bottega era deserta, e lo zio e il facchino dormicchiavano nella vana attesa di avventori, avrebbe desiderato gli si dicesse: “andate alla commedia, e venite subito finita, ché vi aspetto“. Vana speranza di generosità.

Il signor Carlo Maracci, che, come vedemmo, aveva stretto amicizia con il Rigoni, conosceva le aspirazioni del giovane. Sapendo quanto egli avrebbe desiderato frequentare più spesso i teatri, lo disse al Migliorati, il quale rispose che Giovanni poteva recarsi quando avesse voluto, ma poi pensò fosse meglio dirlo allo zio. Visto vano il suo intervento, il Maracci offrì talora al giovane di mandarlo a teatro a proprie spese. Di modo che Giovanni Rigoni considerò con sempre maggiore simpatia quel signore dall’animo aperto ed onesto a dai modi distinti, e giudicò grave iattura anche per sé la morte immatura di lui (non avena sessant’anni) avvenuta nel 1769 per apoplessia. Se fosse vissuto più a lungo, forse il destino futuro di Giovanni Rigoni sarebbe stato diverso!

Ma, bene o male, la conversazione degli uomini dotti, il frequentare qualche volta i teatri o i “festini” avevano dirozzato il giovane provinciale che cercava di uniformarsi al carattere veneziano, pieno di brio, di spirito e di cortesia. Egli sentiva però come la sua educazione mondana avesse una grave lacuna, che non gli permetteva sempre di far buona figura in società, quando gli riusciva andarvi, qualche rara volta, in carnevale. Non sapeva danzare, e le veneziane, fanatiche per il ballo, non potevano prendere in considerazione un giovane che non sapesse ballare. Perciò gli venne fantasia di prendere “qualche erudimento nel ballar, come cosa che insegna a portare bene la vita, a presentarsi con grazia, ad esser più disinvolti e snelli della persona“. Ma come far questo avendo a propria disposizione così scarso tempo e in tasca così scarsi quattrini? La prima difficoltà fu superata: scelse nella stagione estiva le ore della siesta, subito dopo colazione. Lo zio e il Migliorati dormivano, gli avventori erano rarissimi e quell’ora nella farmacia, e Giovanni, disteso sulla cassa del mortaio, cercava pure un po’ di riposo. Ma c’era la serva Zanetta, che talvolta si recava in bottega con i suoi cani preferiti a pettegolare con il facchino sulla notizie raccolte in giro la mattina per i campielli e i mercati. Convenne andar d’accordo con il facchino, perché dicesse che il giovane era uscito a bere due soldi di caffè, e, occorrendo, lo andasse a chiamare dal maestro di ballo, che abitava assai vicino, al ponte del Lovo. Ma appena dopo quattro o cinque lezioni, la greca riuscì a scoprire la ragione dell’assenza, e ne informò subito l’amico Migliorati e quindi lo zio. Seguì il finimondo! E il cronista conclude con malinconica ironia il racconto dell’avventura: “mi si fa grazia della vita, ma mi condanna però più rigorosamente in galera“.

Insomma se al Rigoni non era dato di veder rappresentate quante commedie avrebbe voluto, egli vedeva svolgersi la commedia nella casa dello zio, e così buffa che egli credeva “Truffaldino, il goffo Truffaldino in commedia non possi inventare altrettanto; certamente nelle poche commedie che ho vedute recitar, queste bestialità non le ho mai vedute“.

E poi non erano soltanto i teatri, i balli, il Ridotto, gli svaghi che la Dominante offriva, e a cui il Rigoni avrebbe voluto assistere. Egli non vide alcuna vestizione di monaca patrizia, cerimonia, che si svolgeva con molta pompa di inviti e soavità di concenti musicali, non aveva assistito a importanti dibattimenti giudiziari, non vedute sezioni anatomiche, non visitate accademie di scultura e di pittura, né le isole più interessanti della laguna veneta, né biblioteche di case patrizie e di monasteri, né fabbriche di porcellane o di cristalli, e soltanto di sfuggita le fabbriche di vetri di Murano.

Ma, nonostante tutte queste delusioni, quando suo padre si recava da Valdagno a Venezia (ciò accadeva di rado) e, avendo saputo come si trattava il figlio, gli offriva di ritornare a casa, ciò che gli sarebbe stato gradito e utile, data la sua avanzata età, Giovanni non si sentiva di abbandonare Venezia, che, nonostante tutto, gli offriva di vedere e d’imparare più come che nella piccolissima terra. E sopportava ancora pazientando.

Venne però il giorno in cui ogni pazienza fu superata dalla congiura dei suoi maggiori nemici, il perfido “furlano” e la furba serva greca.(1) …. segue

(1) Bruno Brunelli nel Il Marzocco dal 12 luglio al 27 settembre 1925 https://www.vieusseux.it/coppermine/index.php?cat=25 

Una farmacia del ‘700 (I parte) 

Una farmacia del ‘700 (II parte) 

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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