Una farmacia del ‘700 (II parte)

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Campo San Salvador, luogo dove esisteva la Farmacia all'Aquila Nera . San Marco

Una farmacia del ‘700 (II parte)

I frequentatori

La farmacia dell’ “Aquila Nera“, in campo San Salvador, offriva facile pretesto di sosta a quanti dai sestieri di là del Ponte erano diretti a San Marco. Caffè, librerie, spezierie, erano nel Settecento abituale ritrovo di conversazioni: vi si facevano o vi si disfacevano le fame più consolidate o appena nascenti, vi si discutevano le novità librarie o le commedie rappresentate al San Luca o al Sant’Angelo, vi si rispecchiavano le diatribe fra goldoniani e granelleschi, si sussurrava qualche pettegolezzo sollevando indiscretamente i veli delle alcove patrizie. Nei suoi giorni di buon umore Francesco Rigoni appariva agli avventori meno burbero che non di fronte al disgraziato suo nipote; e intratteneva con essi una gaia conversazione, poiché aveva l’arguzia pronta, il discorso fiorito di barzellette. Quando il vecchio non c’era, poco garbatamente i modi duri ed alteri del Migliorati: ed era più piacevole la compagnia del giovane Rigoni, sempre cortese ed affabile con quanti entravano in bottega. La simpatia palesemente dimostratagli da costoro non era una delle ultime cause per cui il Migliorati vedeva di mal occhio Giovanni Rigoni.

Un pubblico diverso, a seconda delle ore, si intratteneva a conversare all'”Aquila nera“; erano mercanti arricchiti con l’esportazione e l’importazione dall’Oriente, patrizi di autentica aristocrazia od anche barnabotti, e letterati ed artisti. Fra i più assidui Marc’Antonio Zorzi, il N.H. Zuanne Vezzi, il conte Bonomo Algarotti, il padre Carlo Lodoli, allora già vecchio architetto e filosofo, e l’abate Conti, suo amico e seguace nell’ammirazione per G.B. Vico, Antonio Buratti, Giorgio Gettoni, Antonio Zanon, Pietro Manzoni, l’editore G.B. Pasquali, l’abate Ceresara. Il convegno quotidiano di questi “cospicui soggetti“, mentre rallegrava il giovane che nella natia cittadina aveva tanto sognato di avvicinare i patrizi e i letterati veneziani, rispecchiava una certa fama sul proprietario della farmacia, il quale passava pure per un uomo dotto e degno di essere citato con onore nei ritrovi cittadini.

Ma un episodio, dovuto alla stravaganza del vecchio Rigoni, allontanò alcuni di questi avventori. Nelle vicinanze di San Rocco vi erano le fabbriche di precipitato rosso e di sublimato corrosivo; gli abitanti di quel sestiere rivolsero una petizione al governo perché tali fabbriche fossero allontanate essendone nocive le esalazioni, e appoggiarono tale richiesta con un attestato di vari farmacisti di Venezia, di cui il conte Algarotti aveva raccolto le firme. Il rigone firmò egli pure, ma un bel giorno, pentito di aver dato la sua adesione, chiese all’Algarotti di vedere il certificato, e quando, con tale pretesto, l’ebbe nelle mani, tagliò con una forbice la propria firma. L’Algarotti ne fu indignato, e in seguito a ciò con lui lasciarono per sempre la farmacia alcuni patrizi suoi amici.

Ma alla fortunata situazione dell'”Aquila nera” non tardò a procurare altri illustri frequentatori: primo fra tanti Carlo Goldoni, poi il medico Giuseppe Marca Bruni, il matematico abate Lodovico Zucconi, Antonio Braida, Giuseppe Bonauguro, i fratelli Zanetti e Francesco Zagagnin, appartenenti questi ultimi al ceto di quegli artigiani artisti, in ogni tempo e ancor oggi fiorente a Venezia. A questi avventori il Rigoni si riconosceva debitore dei “lumi” acquistati, del buon gusto in fatto di lettere, dell’aver abbandonato questa ruvidezza, quell’ineleganza nei costumi e nel parlare che rivelavano la sua origine provinciale e di cui egli si vergognava come di una colpa.

I discorsi dei dotti gli dischiusero nuovi orizzonti, e imparò cose nuove: “somministravano a me un’infinità di riflessi, di nuovi stimoli ad illuminarmi“, senza dei quali egli sarebbe rimasto al livello del mortaio o del facchino che vi pestava dentro. Fra gli avventori erano pure specialmente Carlo si legò al vecchio Rigoni, e lo ebbe spesso suo ospite in città ed in campagna. Il Rigoni ricambiava tanta cordiale amicizia con un paio di pranzi in carnevale, pranzi a cui era invitata la sorella del giovane Rigoni, Marianna, col marito; e il Migliorati, che a tali pranzi era quasi sempre ammesso, era incaricato di allestire “spendendo alla gagliarda“, mentre approfittando delle sue amicizie nella servitù delle case patrizie, faceva preparare dei piatti nelle cucine di Ca’ Manin e di Ca’ Frasetti (e forse metteva in conto al padrone anche i piatti preparati dai cuochi amici). Per la sera, sempre a spese del vecchio Rigoni, si recavano tutti a teatro, e il Migliorati, vestito pomposamente in maschera, serviva di braccio le signore Maracci, mentre Giovanni restava a custodire la casa e la bottega.

Altro assiduo della spezieria era don Giacomo Giradi da San Samuele. Questi prese in grande simpatia il povero giovane, di cui apprezzava le nozioni di lui: gli insegnò l’aritmetica e lo ammaestrò in tutte le più complicate leggi dei numeri, gli insegnò la lingua francese, che a tarda sera il giovane aveva sino allora tentato di studiare con un libercolo da pochi soldi. Non volle il Giradi altra ricompensa a ciò se non la gratitudine dell’allievo, mentre la sordida indifferenza dello zio non valse all’abate nemmeno una parola di ringraziamento, e il Migliorati gli usava tutti i dispetti possibili.

L’ambiente della spezieria, che il Rigoni descrive nella sua cronaca, era degno d’essere posto in commedia. E Giovanni ci pensava spesso, Carlo Goldoni, nei primi tempi del soggiorno del giovane farmacista a Venezia, frequentava spesso la spezieria e vi si recava a conversare col suo fare bonario, forse molto più osservando che parlando, e guardava dalla porta la gente che andava e veniva, l’arguto popolo della sua Venezia, come, dall’alto del piedistallo, lo guarda ora nel vicino campo San Bartolomeo l’arguta statua del Dal Zotto. Quando si rammaricava il cronista che il “celeberrimo poeta comico” avesse lasciato Venezia (scriveva questo nel 1765, e Carlo Goldoni era partito per Parigi il 15 aprile del ’62) senza che egli gli avesse potuto esporre le scenette che si svolgevano dietro le quinte della sua casa e nella bottega dello “spezier all’Aquila negra“! Il Rigoni avrebbe potuto fornire al commediografo tutti gli elementi necessari per congegnare una rappresentazione comica. Aveva così perduto l’occasione di far esporre al ridicolo, sotto falso nome, i protagonisti del piccolo dramma che si svolgeva nel retrobottega della spezieria, dramma di cui egli era la vittima, mentre non avrebbe disdegnato essere posto pure lui in ridicolo sulle scene, assieme agli altri che di ridicolo erano been degni.

 E infatti quale ci resta oggi il racconto nelle pagine più vivaci del cronista vediamo già quanto frutto ne avrebbe ricavato il Goldoni per un’opera scenica intitolata La bottega del farmacista o Il vecchio raggirato o Il furbo raggiratore, che avrebbe riprodotto la commedia tra quattro personaggi, che alla vittima poteva a ragione sembrare quella che alla fine del secolo si dirà una “commedia lagrimosa“.

Di tanto in tanto facevano qualche breve apparizione nella spezieria alcuni tipi estetici, qualche personaggio curioso. Uno strano avventore fu quell’irlandese, che non volle presentarsi di persona, ma affidò una lunga commissione al suo interprete, uno di quei vecchi che sono soliti di offrire a Venezia i loro servigi ad ogni forestiere. Il committente era Lord Baltimore, governatore perpetuo della colonia inglese di Maryland, “ricco e generoso soggetto, fanatico per la medicina, e tutto rimedi, tutto Ippocrate, e tutta la caterva medica in testa“.

Per parecchi giorni giunsero da parte del forestiere replicate commissioni di triaca e di cento altre “spezierie“. Ma un giorno a mezzo del solito messo, egli mandò a dire di voler parlare col farmacista in persona. Il vecchio Rigoni spedì il Migliorati all’abitazione dell’irlandese. Il Migliorati indossò la veste di gala, si mise in capo una parrucca nuova fiammante, si lisciò le ciglia, infilò un paio di calzoncini alquanto stretti alla cintura, mettendo in mostra l’ampio ventre, sostituì le calze nere con un paio di calze bianche di seta, e si recò al palazzo Dolfin sulla riva di San Biagio, dove alloggiava il forestiere. Ritornò in farmacia con un regalo confessato di quattro zecchini e con nuove commissioni che affidava a Giovanni Rigoni, ma di cui egli riscosse poi i frutti. Di qui nuove ire represse del giovane contro il direttore della farmacia e contro lo zio cieco e inumano. “Le anime più vili, indegne, barbare, non credo si possano trovar i loro simili della terra; gioco di non trovar i loro simili né fra gli Ottentotti, né fra i selvaggi irochesi!”.

Le stravaganze del proprietario e le cattive maniere del direttore fecero allontanare ancora altri frequentatori della farmacia; la conversazione dell’ “Aquila nera” era in decadenza! la situazione della bottega, la comodità del locale (un ampio vano perfettamente quadrato non valevano di fronte alla singolarità dell’uno e alla selvatichezza dell’altro; ciò che confermava il detto che “gli uomini fanno botteghe e le botteghe gli uomini“. Di più molti avventori erano a giorno del modo con cui veniva trattato il giovane Rigoni; il vecchio passava una gran parte dell’anno in campagna, il Migliorati rivolgeva raramente la parola ai clienti, né era in grado di intrattenere i letterati di soggetti letterari, gli artisti di argomenti d’arte, e così a poco a poco con una scusa, o con l’altra disertarono quasi tutti, e pochi restarono “del partito del furlano“.

A Giovanni Rigoni non rimase altro sfogo se non le pagine del suo diario o la conversazione di pochi amici che si era procurato a Venezia, fra i quali gli era particolarmente caro Antonio Morassutti, parrucchiere confinante con l’ “Aquila nera“, il quale confortava il giovane con qualche consiglio o con alcuni apologhi che traeva dal Teatro della Turchia del Febvre. E questi conforti letterari persuadevano il giovane a pazientare. (1)  …. segue

(1) Bruno Brunelli nel Il Marzocco dal 12 luglio al 27 settembre 1925 https://www.vieusseux.it/coppermine/index.php?cat=25 

 Una farmacia del ‘700 (I parte) 

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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