Le Momarie della Compagnia della Calza

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1564. La gran Cappa piramidale esposta dalla nobile Compagnia de Cavalieri della Calza, con l'incontro d'impartire la loro insegna a Francesco maria dalla Rovere Principe d'Urbino pervenuto a Venezia con Giulio Cardinale suo zio, et Guido Duca suo padre, festeggiati solennemente nel mese di Giugno. Questa macchina fu rimorchiata da una fusta, dal Ponte di Rialto, sino alla Piazza di S.Marco, con il consenso di tutta la Dominante, e si vide partire un turco sopra la corda. da www.engramma.it

Le Momarie della Compagnia della Calza

Una curiosa arte rappresentativa, particolarmente veneziana, furono le “momarie“, specie di mascherate di buffonerie, accompagnate con lazzi, scherzi e amplificazioni burlesche e ridicole. Si chiamavano “momarie” da Momo, dio pagano sopra le beffe, lo scherzo, il dileggio, e vennero in grande successo a Venezia negli ultimi anni del Quattro e nei primi del Cinquecento, in cui traevano l’aspirazione dalla mitologia e dalle fonti dell’arte antica.

L’azione, ristretta dapprima ad un sola persona che doveva con le parole e coi lazzi rallegrare e far ridere le brigate spettatrici, si andò ampliando e trasformando in uno spettacolo ricco, per lo più muto, con vari personaggi, con figure allegoriche, con grande sfoggio di costumi nei quali facevano splendida comunanza il lusso e la bellezza.

E tanta fu la ricchezza di queste “momarie” con cui venivano rappresentate che il Senato nelle sue leggi sontuarie contro il lusso non solo ne parla biasimandole e cercando di porvi un freno, ma nella “Parte presa sopra le pompe ne l’excellentissimo Consiglio de Pregadi, con nove additione azonte sotto il dì 25 zener 1526” le proibisce senz’altro.

Le momarie, sia a noze come a compagnie over a altri pasti o feste pibbliche in ogni modo che fussero facte, siano bandite sotto pena a chi le fessero far de ducati cinquanta, et li maestri le fesseno o le guidasseno de ducati diese et star mesi sie in preson seradi“.

Il 25 gennaio si sanzionava la legge veniva subito pubblicata con rumorosi squilli di tromba sulle scale a Rialto e sotto i portici del Palazzo Ducale; fu letta e commentata e molti tra i patrizi l’approvarono ché quella mania di lusso e dispendio immoderato conduceva a rovina parecchie famiglie, ma purtroppo non sembrava sempre ingiusto, almeno per questa materia, il proverbio: “parte (legge) veneziana dura una settimana“.

Questa volta durò proprio circa una settimana poiché il 7 febbraio 1526, in piene carnevale, “vene a hore tre di notte in corte di palazo”, il Palazzo Ducale, “una bellissima momaria, tutta di zentilhomeni zoveni per numero di quaranta vestiti da mori ben in ordine con gran torzi da ventiquattro lire l’uno portadi da servi et con trombe, pifari et cantadori“.

Nel cortile del Palazzo a quel lieto rumore con tutte le torce accese sembrava una splendida sala e il primo accorrere alla magnifica scena “fo il Serenissimo Andrea Gritti da li soi balconi” seguito da numerosi patrizi e gentildonne e da cittadini curiosi di quello spettacolo che aveva messo a rumore le contrade per dove era passato.

Cominciò la “momaria“, dirigeva la scena Zuane Polo, celebre direttore di questi spettacoli, “vestito da miedego di scarlato” e si avanzarono le quattro stagioni, “la Primavera con tanti fiori, l’Estade con spighe de formento, l’Autunno con li rami de l’uva, l’Inverno con legne seche, et erano do omeni e do done“, e ballarono con molta eleganza, mentre “li patrici mori” facevano scene scherzose, buffonerie ingegnose, farse burlesche e gettavano in gran numero confetti ed aranci avvolti in carte d’oro e d’argento.

La “momaria” durò più di un ora “et fo bellissima cosa et poi con suoni e canti li patrici andono a santa Iustina a cha’ de sier Domenego Falier dove tutti cenarono et se dise costerà la festa più de doimila ducati fra loro“.

Ormai, con la presenza del doge allo spettacolo, la parte contro le “momarie” strombazzata otto giorni prima restava per quel carnevale lettera morta e nei giorni seguenti in casa Pisani a San Vidal, in quella dei Mocenigo a San Samuele, dei Grimani a San Luca, dei Corner a San Polo, le “momarie” si seguirono splendide e lussuose e fu quello “un carlevar de momarie si ben fusse proibite per il Pregadi“.

E primi a ridere di quella inosservanza ostinata alle leggi sontuarie furono parecchi senatori che accompagnavano il Serenissimo Grittivestido di veludo cremesin a veder la momaria dil Zuoba grasso in Piaza san Marco“, mentre sotto i portici del Palazzo Ducale si poteva ancora leggere il famoso decreto che proibiva le monarie da tutto il territorio della Repubblica. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 12 novembre 1931

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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