Una farmacia del ‘700 (IV parte)

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Stoskoff Sebastien. Vanità con un vaso di Teriaca. Collezione privata.

Una farmacia del ‘700 (IV parte)

I guadagni di un farmacista

La teriaca, questo intruglio di cento elementi, in cui aveva parte importante il sangue di vipera, era una specialità medicinale veneziana; un’apposita cerimonia ne celebrava annualmente la fabbricazione, vigilata con gelosa cura dai magistrati alla Sanità. Era essa la principale fonte di lucro della farmacia all’ “Aquila nera“, nonostante la concorrenza esercitata dalla non lontana “Testa d’oro“, la cui teriaca godeva verso la fine del Settecento particolare fama.

Riuscì pure a Francesco Rigoni esportare la sua teriaca in Germania, in Francia, nella terraferma veneta, e specialmente in Turchia ed in Polonia. Egli ne diffondeva la conoscenza con certi foglietti, che oggi qualcuno potrebbe credere un ritrovato moderno di “réclame“: aveva fatto tradurre in varie lingue e spargere dovunque le istruzioni sul modo di adoperarla e sulle malattie per le quali si riteneva utile: “ottimo ritrovato, e che vale e sempre più diffonderla, farla nota e darle credito“. In Turchia si spedivano in una sola volta da quattro a sei casse del peso di libre 200 ciascuna, e contenevano 4800 vasetti da mezza oncia. Ma l’imprudente farmacista rivela uno degli inganni del mestiere … che taluno può sospettare sia tuttora seguite dai fabbricatori di specialità. Il prezzo di lire 55 al migliaio lasciava scarso margine al guadagno; considerando la confezione, l’imballaggio, il trasporto, i dazi, lo sbarco a Costantinopoli, la provvigione al rivenditore, il cambio della valuta (la piastra equivaleva a circa 5 lire venete, era molto se dalla merce si ricavava il prezzo di costo. E perciò il cronista confessa: “Spiegherò ben io in che il trucco consiste, e senza di cui non sarebbe possibile il continuare la missione; ogni vasetto non contiene mezza oncia, ma poco più di due dramme, ecco il guadagno“.

L’esportazione in Turchia (circa 2600 libbre di triaca all’anno) superava di molto la vendita presso altre nazioni o in terraferma, tanto che alcuni governi ne ostacolavano l’importazione. Ma inoltre l'”Aquila nera” serviva droghe e specifici a grossi clienti, come l’ospitale di San Servolo e i Padri Scalzi di Genova. Né erano da disprezzare alcuni avventori privati; fra gli altri la nobile casa Manin, che consumava medicinale e droghe in quantità non comune, se essa sola dava al Rigoni un utile netto di circa 140 ducati all’anno. In casa Manin c’era certamente qualche ipocondriaco, che cercava nei segreti galenici il rimedio ai suoi tormenti!

Ma pure la vendita minuta quotidiana era notevole; la farmacia era fornita di !tutta quella farragine di composti, di bagattelle, che sono in una ben sortita spezieria ed in una gran Capitale, che sono in uso nella medicina curativa, ove le varie scuola nelle quali sono stati allevati i medici, i chirurghi sì nazionali che esteri, che sono in Venezia, e che vi vengono a cercar fortuna e di che viver, ordinano e mettono in pratica sì della farmacia galenica antica, come della moderna. E non soltanto i medici o i chirurghi ordinavano complicate ricette, ma pure gli “spargirici” e i dilettanti.

Le tasse di cui era gravato un farmacista erano di due specie, 20 ducati per la bottega e 10 al collegio degli “spezieri“; di più l'”Aquila nera” doveva l’affitto della casa e della bottega al N.H. Nani in ragione di 180 ducati all’anno, e un dividendo annuo di 400 ducati ai fratelli Calvi, sempre comproprietari dell’azienda. A queste passività erano da aggiungere i salari: 120 ducati al direttore, 30 ducati tanto al giovani Rigoni che al facchino, 16 alla serva greca. Poi vi erano i capricci del proprietario: 100 ducati per la villeggiatura, 200 per  aiuti frequenti alla nipote Marianna Maria, 800 per il mantenimento di casa, 150 per vestiario e caffè, poi altre spese minute: in tutto circa 2100 ducati. Malgrado tutto doveva restare al vecchio Rigoni un guadagno netto annuo di 2000 ducati. Guadagno che sarebbe stato ancora maggiore se il Migliorati e la serva non avessero spesso allungate le mani nella cassa della bottega.

Ma se il vecchio Rigoni rimase cieco di fronte alle mariolerie del Migliorati, venne invece il giorno in cui aperse gli occhi sulla condotta della serva, che non solo sottraeva denaro alla famosa “cassella“, ma se ne serviva per donarlo a qualche suo amici, per pagarsi qualche lusso e per intrattenere certi piccoli commerci, sui quali al Migliorati, che era uno dei suoi amanti, conveniva chiudere ambedue gli occhi. Una sera a tarda ora il vecchio si accorse che la greca non era in casa, né essendo uscita per la bottega, comprese che aveva preso il volo dalla porticina di casa. Allora egli ebbe un atto insolito di energia: serrò i catenacci e attese in bottega il ritorno della serva. Trovando chiusa la porticina per cui era solita ad uscire clandestinamente, rientrando in casa la greca chiamò il facchino e il garzone (il Migliorati era in campagna) nessuno rispondeva, che tale era l’ordine del padrone. Entrò dalla bottega, dove fu assai sorpresa nel ritrovare il vecchio. Essa affrontò la situazione con alterigia ma nulla ottenne, e il Rigoni le ingiunse di ritornare là dove’era stata sino allora. Fu costretta a far fagotto e se ne andò bestemmiando, e vani riuscirono i tentativi di interposte persone per essere richiamata in servizio dal Rigoni. Questi fu irremovibile, e fece consegnare alla donna la cassa che conteneva il suo vestiario dopo averla perquisita e avendovi trovato numeroso biancheria sua ridotta per donna. Quando il Migliorati fu ritornato dalla villeggiatura di Latisana trovò piazza pulita.

Ma la prudenza amministrativa di Francesco Rigoni non gli impediva di soddisfare qualche capriccio, che il nipote qualificava come “stravagante” i gironi in cui si peritava di adoperare parole grosse. Già prima della sua venuta a Venezia, verso il 1754, lo zio si era dato ad una improvvisa generosità che il nipote, nel suo indomito spirito voltairiano, che forse era una reazione necessaria a tante umiliazioni quotidiane, non poteva approvare. Il vecchio farmacista si era adoperato per far risorgere la confraternita di San Nicolò e San Leonardo, e volle che questa confraternita dedicasse un altare ai due santi protettori nella chiesa di San Salvatore. E tanto fece che i confratelli si riunirono e deliberarono di costruire un altare di marmo. G.B. Piazzetta fu incaricato dal Rigoni di dipingere la pala, e ne fece il disegno cominciando a tradurlo sulla tela, ma poi, essendosi ammalato (il Piazzetta morì nel 1754), l’opera fu compiuta dal Maggiotto, fra i migliori suoi allievi. La pala si ammira tuttora nel primo altare della navata sinistra della chiesa di San Salvatore, e accanto ai due santi è rappresentato, come aveva voluto il Rigoni, il beato Arcangelo Canetoli bolognese, ché ciò gli era servito di preteso per ottenere una contribuzione di 10 ducati dai frati che amministravano la chiesa perché era quello l’unico beato del loro ordine. La spesa della pala era stata affrontata a cuor leggero dal Rigoni, che finì col rimettere parecchio denaro per conto dei confratelli, e perciò contrasse un debito di 100 ducati con l’abate raguseo Stefano Sciugliaga, che, come si vede, non era soltanto generoso con il Goldoni, che ne fa spesso l’elogio nei Mémoires e con cui intrattenne attiva corrispondenza, ma anche con quanti erano del partito dei “goldonisti“.

Giovanni Rigoni, che aveva disapprovato la spesa sostenuta a tale scopo dallo zio, e protestava a suo modo leggendo Rousseau e Voltaire, non appena sarà morto lo zio si affretterà a raccogliere il disegno del Piazzetta, e lo possedeva ancora quando scriveva la sua cronaca. Chissà se in Valdagno qualcuno a raccolto, senza conoscerne l’autore, il prezioso bozzetto ?

Ma un bel giorno accadde un fatto che ebbe grande importanza nei destini dell’azienda e nelle vicende future del giovane valdagnese: i fratelli Calvi vennero a sciogliersi dalla società con il Rigoni,  e decisero di vendere la loro parte di negozio. Chi trattò l’acquisto di quella parte? il Migliorati. E così alla ditta Rigoni e Calvi si sostituì quella Rigoni e Migliorati.

Tutta questa faccenda fu condotta nel massimo segreto, così che quando la cosa fu nota non era possibile alcun rimedio. Svanirono i sogni del giovane Rigoni, che talvolta faceva i suoi conti sulla sorte futura dell’azienda, pensando di divenire un giorno di diritto erede della spezieria. Egli aveva sorpreso dei lunghi colloqui fra gli eredi Calvi, il Migliorati, il Rigoni, e sospettava si tramasse qualche losco affare, ma non avrebbe mai immaginato a quale punto sarebbe giunta la furba avidità del “furlano“. il contratto di acquisto fu subito seguito da una convenzione scritta che stabiliva i reciproci patti fra Francesco Rigoni e il Migliorati. Ciò suonava amara derisione per giovanni: veniva a mancare quella che forse era la ragione maggiore per cui tollerava ogni sopruso, la speranza che un giorno egli sarebbe rimasto l’erede dell'”Aquila nera“, che lo avrebbe vincolato per sempre a Venezia. E il Migliorati, per farlo tacere spinse la sua generosità sino ad aumentargli lo stipendio a sei ducati al mese.

Naturalmente nella società chi, al solito, ebbe la parte del leone, e se la prese al di fuori di ogni convenzione scritta, fu il Migliorati, che divenne assoluto padrone di fronte al vecchio credulone, il quale consumava a poco a poco tutti i suoi risparmi. Così che quando venne a morire lasciò un grosso debito e in casa si trovarono soltanto “uno zecchino vecchio, un filippo, due piastre romane di L. 12 l’una, ed una picciola moneta d’argento del valore di L. 2“.

Questo era il misero peculio di un professionista che per 45 anni aveva condotto una delle spezierie più rinomate di Venezia, dove avrebbe potuto accumulare, per lo meno, un gruzzolo di 30.000 ducati. Così che gli eredi dovettero sborsare del proprio per pagare le spese dei funerali, c’è da scommettere, il Migliorati nulla avrà sborsato per rendere l’estremo tributo al vecchio che egli aveva per tanto tempo raggirato. (1) …. segue

(1) Bruno Brunelli nel Il Marzocco dal 12 luglio al 27 settembre 1925 https://www.vieusseux.it/coppermine/index.php?cat=25 

Una farmacia del ‘700 (I parte) 

Una farmacia del ‘700 (II parte) 

Una farmacia del ‘700 (III parte) 

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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