Un proverbio antico sotto i Tetrarchi, all’esterno della Basilica di San Marco, verso la Piazzetta

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I Tetrarchi, all'esterno della Basilica di San Marco verso la Piazzetta

Un proverbio antico sotto i Tetrarchi, all’esterno della Basilica di San Marco, verso la Piazzetta

La Repubblica fece scolpire sul marmo al di sotto alle statue dei Tetrarchi, che stanno vicine all’ingresso del Palazzo Ducale, una breve iscrizione che tutt’ora si legge, e che è una delle più antiche in dialetto veneziano:

L’om po far e die in pensar e vega quello che li po inchontrar

Questo proverbio equivale al moderno: “Prima di fare e dire, pensa a quel che può seguire“. (1)

Secondo il Cicogna (I due gruppi di porfido sull’angolo del Tesoro della Basilica di S. Marco in Venezia. Venezia 1844), questa iscrizione sarebbe stata incisa in questo luogo come una minaccia contro chi voleva saccheggiare il Tesoro di San Marco, o anche contro i ribelli, che immaginavano di assalire il Palazzo ducale adiacente. Tuttavia si potrebbe ammettere che si trattava di un semplice avvertimento a chi governava la città, che ogni giorno passavano di lì per incontrarsi in Palazzo Ducale. Ciò che sembrerebbe confermare questa opinione è che, prima di recarsi in consiglio, i patrizi si fermavano nel broglio (l’orto che occupava parte dell’attuale piazza San Marco), sia per dare udienza sia per discutere insieme degli affari della Repubblica o per “fare politica per vantaggio personale”,

Gli amorini, con un piede tra i denti dei draghi, ricordano vagamente lo stemma dei Visconti, un grosso serpente con un bambino in bocca. Questi draghi hanno in generale la forma che gli antichi attribuivano al mostro nella favola di Andromeda, come si vede nei dipinti di Pompei, forme che i cristiani delle catacombe utilizzavano per rappresentare la balena, con la coda di serpente, l’artista aggiunse poi di suo le ali e gli artigli che contraddistinguono il drago.

Guardando a destra degli amorini, vediamo scolpiti dentro scomparti di uguale dimensione un cane che corre, un cane che cattura una lepre o un cerbiatto, poi un leone che corre, una lepre che fugge e infine un elefante. La lepre, secondo San Clemente d’Alessandria, è il simbolo della voluttà, e il cane, in virtù del suo istinto, simbolo di fedeltà; quindi a il cane che insegue una lepre deve rappresentare il cristiano, che rifiuta il peccato di lussuria. L’elefante, secondo i bestiari, non sente il bruciore della carne, si può anche lui prenderlo per il simbolo della voluttà, e possiamo prendere il leone per il simbolo della vigilanza nascosta. (2)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 16 settembre 1927

(2) Giovanni Saccardo in La Basilica di San Marco in Venezia. Ilustrata nella storia e nell’arte da scrittori veneziani sotto la direzione di Camillo Boito. Volume 6. Ferdinando Ongania Editore. Venezia 1888

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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