Domenico Flabanico. Doge XXIX. Anni 1032-1042

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Domenico Flabanico. Doge XXIX. Anni 1032-1042

La violenza usata da Domenico porse modo al partito contrario degli Orseoli di rivolgere a suo pro l’accaduto, e far si che venisse innalzato al seggio ducale quel Domenico Flabanico, che veduto abbiamo a capo dei congiurati contro il doge Ottone e che appunto dall’esilio, in cui viveva, fu richiamato in patria. Il partito stesso ebbe altresì forza di fare statuire, che la famiglia degli Orseoli fosse dichiarata perpetuamente incapace a qualsifosse dignità e beneficio nella Repubblica.

Ottenuto Domenico Flabanico il principato, decretare fece dall’assemblea nazionale due provvide leggi; colla prima delle quali era vietato al doge associarsi al trono ed eleggersi a successore il proprio figliuolo o il fratello, e ciò affine di non perpetuare nella di lui famiglia la potestà suprema: colla seconda riebiamavasi in vigore l’antica pratica, quella cioé, di dare al doge due consiglieri, perché lo assistessero negli affari comuni, e perciò furono primi chiamati a tal carica Domenico Selvo e Vitale Faliero; e si volle anche che il doge deliberar non potesse nelle cose gravissime dello Stato senza invitare a consulta i più ragguardevoli ed assennati tra i cittadini; dalla quale ultima legge si vuole intravedere il germe del consiglio, che fu poi detto dei Pregadi, e che ebbe stabilità ducando Jacopo Tiepolo.

Non ebbe il Flabanico, durante il suo reggimento, che a regolare le interne cose; il che fece con senno e con prudenza, in guisa da meritare le lodi degli storici tutti. Dal che si vede, avere egli mutato l’animo e sedati gli spiriti turbolenti, tostochè pervenne al conseguimento delle sue brame, quelle cioé di deprimere gli Orseoli rivali, di sedere sul trono. E sia che non potesse, perle commozioni d’Italia, ottenere la rinnovazione degli antichi trattati da Corrado II il Salico, e sia che del pari non gli fosse dato accostarsi all’Augusto d’Oriente, Romano Argiro, forse a motivo dello sdegno di lui verso i Veneziani per la espulsione degli Orseoli da esso protetti, sicché di questi tempi si vedono quasi tutte le città dalmate, e forse anche quelle dell’Istria, allontanarsi dalla Repubblica, e unirsi al greco impero; pure il Flabanico si contenne con tanta politica, che, morto Romano, da uno dei di lui successori, vale a dire, o da Michele IV, o da Costantino VIII, come vuole il Dandolo, ebbe il titolo di protospatario.

Alle molte e sapienti riforme introdotte dal doge, quella pure è da annoverarsi procurata in ordine al clero; avendo egli, nel 1040, d’intelligenza col patriarca di Grado, Orso Orseolo, e degli altri vescovi delle Lagune, adunato un concilio provinciale in San Marco: nel quale, fra le altre cose decretate, fu stabilito, che non potesse essere consacrato alcun sacerdote innanzi di aver compiuto il trentesimo anno di età; ne diacono, prima del vigesimoquinto, tranne il caso di assoluta necessità, e sempre coll’assenso del metropolitano.

Finalmente, dopo dieci anni circa di pacifico e saggio governo, passava il Flabanico, nel 1042, a vita migliore e veniva tumulato nella chiesa di Santa Croce, secondo il Sanudo e secondo altri in Santo Zaccaria. Sotto il di lui reggimento si fondò, dalla nobile famiglia Baffo, la chiesa di San Secondo in isola, non però le altre chiese annoverate dal recente compilatore della Storia documentata di Venezia.

II ritratto di questo doge reca dalla sinistra il solito breve, su cui si legge la seguente inscrizione, riportata dagli storici con una lieve ommissione:

SVB ME SALVBRE DECRETVM FIT : NE QVIS CONSORTEM,
SEV SVCCESSOREM IN DVCATV SIBI VIVENS FACIAT. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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