La dogaressa

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Andrea Michieli detto Vicentino. Processione in piazza San Marco con il corteo della dogaressa Morosini Grimani. Fondazione Luciano Sorlini

La dogaressa

Nei floridi tempi della repubblica solevano le mogli di alcuni dogi essere in solenne guisa coronate.

Giunto il giorno destinato a tale solennità, i consiglieri della signoria, con tutto il senato, ridottisi prima nella sala del doge, con i comandadori, con i segretari e con il cancelliere grande innanzi, s’avviavano verso la loggetta, e montati sul Bucintoro, si recavano alla casa della dogaressa. Questa, indossando una veste di drappo d’oro a maniche lunghe, e coperto il capo di un candido velo, li riceveva alla scala, ed indietreggiando si poneva a sedere nella sala dove ringraziava tutti dell’incomodo avuto nel venirla a levare. Fattole prestare subito il giuramento di fedeltà dal cancelliere grande, le era posta in capo una berretta d’oro alla foggia del corno ducale, dopo di che ella presentava ed i sei consiglieri della signoria ed il cancelliere medesimo di una borsa d’oro per ciascuno contenente un’aurea medaglia con la propria effigie.

Levatasi allora da sedere, veniva dal corteggio predetto condotta nel Bucintoro, accompagnandola da duecento giovani gentildonne e da venti matrone; aventi le prime vesti bianche e le seconde abiti neri, secondo i costumi dei tempi. A mille a mille le gondole ed i bergantini, ornati meravigliosamente da tutti i corpi delle arti, tra i plausi giulivi, i suoni, i canti e le salve di artiglieria seguivano il gran naviglio che maestoso si avviava alla volta della piazza di San Marco.

Ivi giunto l’augusto carteggio, fra mezzo agli archi di trionfo, onde tutta si ornava la piazza, moveva verso la Basilica. Lo precedeva primieramente la compagnia dei Bombardieri, seguiti da gran numero di quei giovani artefici che fatti avevano bergantini. Tutti vestiti di seta a livrea camminavano essi con le insegne dell’arte loro, alfine di distinguere un’arte dall’altra. Succedevano di poi molti e molti suonatori di trombe, di tamburi, e di pifferi, cui tenevano dietro gli scudieri del doge, che a due a due, prima le giovani gentildonne, indi le matrone, il chierico della principessa, i due castaldi del doge, i segretari, il cappellano ed i cancellieri inferiori, venendo poi il cancelliere grande con ii figliuoli, con i nipoti, con i fratelli e con le sorelle del doge e della dogaressa.

Compariva la dogaressa assistita da due scudieri ed avente due caudatari che le sostenevano il manto. Tutto il corpo dei senatori chiudeva finalmente la marcia, e quella lunghissima schiera, camminando perla strada medesima che si suole tenere nella processione del Corpus Domini, proveniva alla porta principale della Basilica.

Ivi con la croce inalberata e con i ceri accesi era ricevuta dai canonici, ad una con il primicerio. Quest’ultimo, dato da baciare alla principessa il segno della pace, si avviava, con lei e con la compagnia dei canonici, a piedi dell’altar maggiore, mentre dai cantori si intonava il Te Deum. Compiuto quell’inno, il primicerio presentava alla dogaressa il libro dei Vangeli affinché rinnovasse il giuramento di fedeltà alla repubblica, ed ascese di poi dalla dogaressa l’altare, sopra di esso metteva una borsa contenente da un centinaio di ducati: offerta solita a farsi al capitolo. Messasi a sedere sul trono ducale vi stava finché passasse il corteggio delle gentildonne e dei senatori, in coda ai quali, come nell’ingresso, usciva di chiesa dirigendosi per la scala Foscara al ducale palazzo.

Entrava la dogaressa nel palazzo per quella scala onde poter essere inchinata da tutte le arti, le quali occupavano le stanza delle magistrature poste lungo il corridoio del primo piano del palazzo medesimo, e che di tutto punto ornavano per quel giorno con arazzi, con tappeti finissimi e con gli emblemi rispettivi di ciascun’arte loro. Trovava essa quindi dapprima i barbieri; indi venivano gli Orefici, ai quali succedeva poi sarti, i calzolai, i merciai, gli specchieri, i varotari, gli spadai, i pittori, i falegnami, i tagliapietra, i fabbri, i muratori i bombardieri, i cuoiai, i pistori, e finalmente i vetrari. I gastaldi di tutte queste arti invitavano la principessa nel suo passaggio ad entrare in ciascuna di quelle stanze, ed a ricevere parte della confezione che il doge stesso aveva loro mandata; ma essa ringraziava tutti con cortesi parole e procedeva più oltre, finché, giunta alla scala presso l’ufficio del Piovego, montava alla sala del Maggior Consiglio.

Ma se grandiosa era la prima parte di cotale solennità, splendidissima riusciva l’altra che aveva luogo nella detta sala. Sedeva la dogaressa sul trono ducale, fiancheggiata a destra dalle giovani gentildonne ed a sinistra dai magistrati. Come tutti erano posti a sedere, si dava principio alla danza, ed intanto nella sala delle Scrutinio s’imbandiva magnifica colazione, apprestata dai giovani artisti, ed alla quale erano commensali quanti avevano avuta parte alla solenne cerimonia. Quella danza, ad una con i rinfreschi, si protraeva sino a chiaro giorno, né avena termine se non quando la principessa, presa licenza dai sei consiglieri della signoria, si ritirava nelle sue stanze.

Ultima ad essere incoronata fu la moglie di Silvestro Valier, che ascese il soglio ducale nel 1694; ma pare che quella non fosse altro che un’eccezione fatta alla legge del senato, con la quale, subito dopo la incoronazione di Morosina Morosini (1595) moglie del doge Marino Grimani, si annullava un tal uso. Imperocché essendo stata ella presentata da papa Clemente VIII della rosa d’oro benedetta, il senato, geloso di si spiegata considerazione verso una donna per null’altro merito che per essere moglie del suo capo, volle che quel dono, dopo la morte di lei, fosse riposto nel tesoro di San Marco, e per disposizione degli inquisitori e dei correttori le dogaresse non più furono in seguito considerate che semplici gentil donne. Per altro alcune, o poi meriti dei mariti loro o per qualche altra circostanza, godevano di non poche prerogative.

Alla esaltazione del doge Alvise Mocenigo (1762), a cagione di esempio, fu complimentata la consorte di lui per decreto del maggior consiglio a un segretario del senato e le fu accordato dal senato stesso un modo di vestire differente da quello dell’altre dame. Nelle pubbliche feste ebbe luogo distinto e sedette su una sedia decorata da un gradino. Quando per la prima volta fu introdotta nel palazzo ducale ebbe il corteggio delle dame, e passata nella camera dell’udienza, ricevette i complimenti dai Quarantuno che avevano eletto il doge suo marito, e da tutta la nobiltà. Nel primo giorno portò il velo, segno antico dalla repubblica accordato alle dogaresse; ma nel giorno seguente vesti il manto d’oro simile affatto a quello del doge. Il vestito era una sottana tutta coperta di pizzi d’oro, ed era stretto da una cintura di brillanti. Le lunghe maniche si formavano a1 gomito per lasciar vedere le cascate bianche che giungevano quasi a terra.(1)

ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia. I quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi veneziani. Vol IV (Venezia, Tommaso Fontana Tipografico Edit., 1840).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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