Palazzo Priuli Venier Manfrin a San Geremia

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Palazzo Manfrin a San Geremia

Palazzo Priuli Venier Manfrin a San Geremia

Vuole il Mantegazza nella sua Fisiologia del piacere, che, differenza dell’Oriente, siano labili e trascurati i diletti dell’olfatto, nei progressi della nostra civiltà, e proporrebbe curiosamente di studiarne dei raffinamenti, quasi non fosse molesto abbastanza il lusso di certe superfluità. Alludiamo alle compiacenze oziose dei dilettanti del tabacco, le cui prime piante erano ignote fino al declinare del secolo XV, in cui si portavano dall’America in Europa, poiché per anni molti si fece uso della foglia solamente nelle farmacie, come sostanza medicinale. Fu in seguito un frate spagnolo, compagno di Colombo, nel secondo suo viaggio, che pubblicava la prima relazione del vegetabile, e dell’usanza particolare degli abitanti di San Domingo di fumarlo con pipe biforcute; e Giovanni Nicot, ambasciatore francese al re di Portogallo, recava nel 1560 i primi semi, e alcune piante vive di tabacco in Francia, e ne presentava, quale rarità, la regina Caterina dei Medici. Perciò il tabacco ebbe il nome lunga pezza alle Corti di erba della regina, e l’altro di nicoziana in botanica, e nella medica palestra. Verso il 1600, cominciò poi l’uso in Europa del fumare, ma fra le sole infime classi del popolo; né tanto diffusa era la consuetudine, sapendosi dalla storia, che i fumatori nella Svizzera, al pari dei rei di delitti, si citavano ai tribunali criminali, e venivano condannati nientemeno che all’infamia della berlina, e che il papa Urbano VIII, nel 1624, scomunicava quanti avessero osato portar seco in chiesa la polvere di tabacco.

Si fecero però i tempi diversi, e gli Stati specularono sulla merce, onde ora in Europa si consumano annualmente tre milioni di quintali di tabacco, di cui una metà viene importata dall’ America. Anche la Repubblica di Venezia, istruita dei vantaggi, che poteva ritrarre dalla introduzione della merce, decretava un appalto in tutto il territorio dei suoi domini. Il primo appaltatore fu David Daniele da Pisa, e fino al 1769 era commessa l’impresa alla fede del conte Giuseppe Mangili, del quale toccammo nel descrivere il palazzo di sua ragione, poi Valmarana e che spendeva un milione settecento ventisei mila e cento ducati effettivi. In processo di tempo, comparso offerente, sotto il nome di Pietro Fioretti, il conte Girolamo Manfrin, a lui si deliberava in pieno Collegio, coll’intervento del Magistrato dei cinque savi alla mercanzia; se non che, insorte tali circostanze, da far dubitare della sua fede, si trattò con rigore, quasi la materia fosse di Stato, e si decretava il di lui arresto. Tentò rifugiarsi egli dapprima anche sulla lista di Spagna, che era in massima asilo di sicurezza; ma gli fu negato il rifugio; in appresso fu chiuso, per due mesi, nei camerotti del Consiglio dei Dieci, poscia bandito da Venezia, e rinviato a Zara, sua patria.

Ma fortuna volle i suoi favori prodigargli, e avendo chiesto al Tribunale supremo di ritornare sulle lagune, seguiva sei mesi dopo l’incanto, nel 1777, con offerta superiore alla precedente di ducati 78.670. Ottenne cosi, per otto anni, il privilegio della coltivazione dei tabacchi nelle terre di Nona, luoghi paludosi dell’Istria, in un latifondo di 3000 campi padovani, con fabbriche rurali, mercé l’esborso di quattro milioni. Si accollava allora il Manfrin tutte le otto imprese delle Provincie dello Stato Veneto, comprese Bergamo e Brescia, e divenuto arbitro assoluto di quel ramo di traffico, attribuiva al genere, senza appello, un’esorbitanza di prezzo. Quindi si pagava assai caro il diletto, e chi penuriava di contante, astretto all’astinenza, doveva comperare certe scatole, conformate con tela finissima, per i fori delle quali fiutava il tabacco in quelle artificiali tabacchiere a tamisetto. Udisti, naso mio, che te ne pare? (cantava a quei tempi Valerio da Pos poeta contadino delle Alpi Canalesi ) gli ordini sono pieni di rigore – scegli dei due quale ti par migliore – o annasar terra, oppure digiunare. Ma così vuol Manfrin, quell’uomo riccone – di cui il Governo è tanto persuaso – che gli ha dato il dominio da padrone; — sicché tu pensa ad adattarti al caso, — che in quanto a me se devo andar prigione, — non vo’ andarvi tirato per il naso.

Per tal guisa, il Manfrin straricchi; possedeva due palazzi, uno a Santartien, con fagianera ed ogni lautezza, l’altro a Paese, villaggio tre miglia fuori di Treviso, e ricca scuderia, e viaggiava con lusso romano a sei corsieri, bardati di argento, e coi ferri d’argento sotto i piedi; erano argentee le cerchie delle ruote nella carrozza; perciò il Magistrato alle Pompe intervenne a moderare uno sfarzo, usurpato al privilegio esclusivo di un rappresentante del Senato. Comperò pertanto il Manfrin questo palazzo, che sorge sul principio della fondamenta di San Giobbe, presso il ponte delle aguglie, e che si vuol dal Moschini opera del Tirali, del quale architetto però non presenta, a dir vero, il carattere. Splendidissima è la facciata, tutta di marmo d’Istria, lodata per la semplicità, e per aver l’architetto osservate le regole dell’euritmia e del gusto, in quanto concerne all’armonia delle proporzioni. Nobile è l’atrio; sono comode le scale, attribuite al Macaruzzi; ottima risulta la distribuzione delle sale e delle stanze. Forse lo fondarono i Priuli, e dai Venier lo acquistava il Manfrin, re solo elegante, con soppalchi a fresco, in ispecie di Gio. Battista Mingardi, che, insieme a Girolamo Zais, assisteva il proprietario nello scegliere e disporre bellamente, nel piano nobile, con principesca magnificenza, una galleria cospicua, che poteva dirsi piuttosto un’accademia, per i capo-lavori d’arte, la maggior parte della scuola veneta, e di eccellenti opere dei più illustri maestri di tutte le scuole forestiere.

Si raccolgevano reliquie dell’antica pittura italiana di Cimabue, Giotto e Mantegna, primi anelli della catena, continuata da Antonello da Messina, dai Vivarini, e vedute del Canaletto, e opere dei Bellini, del Tiziano, di Giorgione, del Reni, di fra Sebastiano dal Piombo, di Rubens, del Morillo e del Padovanino.

E avrebbe voluto, se morte non lo colpiva, raccoglier opere di tutti i tempi e di tutte le scuole. Ogni sala era fornita di una specie di disegno portatile, che serviva di guida, senza anche aver uopo di ricorrere ai custodi. L’ultima sala conteneva curiosità di storia naturale, nielli, smalti di tarsia, una biblioteca ed un albo; ed era aperta la galleria, due giorni per settimana, al forestiere. Cosi le fugaci dilettazioni dell’olfatto furono sorgente di più durevoli delizie nelle voluttà delle belle arti, alle quali si eresse un tempio; e il Manfrin, che era perspicace d’intelletto, volle quasi proverbiare quel raffinamento di civiltà nei preparati divertimenti dell’odorato. E con nobile ambizione, senza il morboso sentimento dell’egoismo, e quell’altro della proprietà, portato dai ricchi al delirio, tesoreggiò dal senso, che è fra tutti gli altri di puro lusso, ma sorreggendo il genio, educando al bello, e creando delle meno sterili sensazioni.

Laonde lasciava in questo edifizio un monumento della filosofia, che lo trasse ad estendere il frutto d’un frivolo piacere alle facoltà della mente e del cuore, per il ministero del bello e della beneficenza.(1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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