Chiesa di Santa Maria del Giglio vulgo Santa Maria Zobenigo

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2001
Chiesa di Santa Maria del Giglio vulgo Santa Maria Zobenigo - San Marco

Chiesa di Santa Maria del Giglio vulgo Santa Maria Zobenigo

Storia della chiesa

Alla nobile famiglia Giubenica, che ne fu la principale fondatrice, ricevette una particolar denominazione la chiesa dedicata a Maria Vergine sotto il titolo della Annunziazione, chiamata volgarmente Santa Maria Zobenigo. Asseriscono alcune croniche, essere concorsi nella spesa dell’erezione anche gli Erizzi, Barbarighi, Graziaboni, e Semitecoli: ma comunque siasi di ciò, certo è, che il maggior merito è della famiglia Giubenica, dalla quale sortì il vescovo Adeodato di Torcello.

Quantunque non sia nota l’epoca della fondazione, si deve però credere, che sia antichissima dall’esser questa chiesa una delle cinque matrici, alla quale son soggette le chiese figliali di San Moisè, San Fantino, San Maurizio, San Benedetto, San Michele Arcangelo detta Sant’Angelo, San Vitale, San Samuele, San Gregorio, i Santi Vito e Modesto, Sant’Agnese, i Santi Gervasio e Protasio, San Barnaba, e San Rafaele Arcangelo. Tentarono in altri tempi alcune di queste chiese e quelle principalmente, che sono situate di là del Canal Grande, di sottrarsi dalla soggezione dovuta alla loro matrice; ma con uniformi sentenze dei vicari generali, e con risoluti decreti dei patriarchi, furono sempre repressi i tentativi, e comandata la continuazione degli ossequi, e ricognizioni solite praticarsi alle chiese matrici.

Si abbruciò la chiesa allorché nell’anno 966 il popolo di Venezia, irritato contro il doge Pietro Candiano IV, incendiò il Palazzo Ducale, e si distesero le fiamme a consumar le chiese, e case contigue fino a Santa Maria Zobenigo, che restò con gran parte della parrocchia miseramente incenerita. Risorta dalle sue ceneri incontrò non molti anni dopo un’egual disgrazia. Poiché nell’anno 1105, da un casuale incendio, che distrusse gran parte della città, fu interamente distrutta. Rilevata anche da questi danni con le carità dei fedeli , si conservò sino al secolo XVII verso il fine del quale manifestando essa i pregiudizi di sua vecchiezza, nell’anno 1680, si cominciò a rifabbricarla dai fondamenti, e nel breve spazio di un triennio fu ridotta a perfezione per studio e merito principalmente del suo piovano, Lodovico Baratti, che avendo assegnato al proseguimento della sacra fabbrica la maggior parte di sue rendite, eccitò con l’esempio i suoi parrocchiani a liberali soccorsi per la pia opera.

E‘ nobilitato il materiale di questa chiesa da sette altari di scelto marmo, e dalla esteriore facciata di marmo, per la di cui erezione assegnò in pio legato trenta mille ducati il Cavalier Antonio Barbaro, benemerito ancora dello spirituale decoro della chiesa, a cui donò i sacri corpi dei Santi Eugenio ed Antonio martiri, a lui mentre era ambasciatore in Roma liberalmente concessi da Innocenzo XI pontefice di santa memoria.

Oltre questi due sacri depositi si venera anche in questa chiesa un frammento del legno della Santa Croce, approvato da Agostino cardinale Valier, e da Lorenzo Campeggio vescovo di Cervia, visitatori apostolici, e si conservano pure onorevolmente riposte le teste dei Santi Anastasio e Pellegrino martiri, e di Santa Chiara vergine e martire, e molte altre reliquie insigni dei santi martiri, estratte tutte dai cristiani sotterranei di Roma.

Era antica consuetudine di questa chiesa, siccome ancora di molte altre della città, di cantar una messa solenne nell’aurora del giorno festivo dedicato all’Annunciazione di Maria Vergine. Poiché Antonio Contarini prima canonico regolare di San Salvatore, e poi patriarca di Venezia, devotissimo di tal mistero impetrò dal Pontefice Leon X, una bolla segnata nel giorno 8 di marzo dell’anno 1521, in cui si1 concedeva Indulgenza di dieci anni, e di altrettante quarantene a chiunque nell’aurora della solennità di Maria Vergine Annunziata dall’Angelo, intervenuto fosse alla messa cantata nelle chiese di San Salvatore e di Sant’Antonio dei canonici regolari di San Salvatore, o in qualunque altra chiesa della città, e diocesi di Venezia.

La nuova chiesa fu poi nella domenica terza di luglio dell’anno 1700, con pomposo apparato consacrata da Giovanni Badoero patriarca di Venezia.

Benedetto Faliero prima piovano di questa chiesa, e poi primicerio della Ducale Basilica, fu nell’anno 1201, innalzato alla sede patriarcale di Grado, e Antonio Savina, piovano esso pure di Santa Maria Zobenigo, fu nell’anno 1496 promosso al vescovado di Chisamo nel regno di Candia. E‘ costituito il collegio capitolare di questa chiesa da 6 soggetti, che sono il piovano, tre preti titolati, un diacono, e un suddiacono. (1)

Visita della chiesa (1839)

Rilevata con la carità dei fedeli da quei danni, si conservò sino al 1680 in cui, manifestando i pregiudizi della vetustà, venne riedificata dalle fondamenta e nel breve spazio di un triennio compiuta, per le particolari cure del parroco Lodovico Baratti che assegnava per la pia opera gran parte delle proprie rendite ed eccitava i parrocchiani a liberali soccorsi.

E difatti al primo sguardo che si getti su questo tempio non si dimostrano lievi al certo tali soccorsi sebbene il pessimo gusto architettonico dominante in quell’età li faccia dire miseramente gettati. Che cos’è l’ammasso enorme di pietre le une sulle altre sovrapposte nella esteriore facciata senza bisogno veruno? Ecco a quali eccessi si giunge abbandonando le tracce della semplicità che per essere definita è sempre arduo il violare. Trenta mila ducati costò codesta facciata alla famiglia Barbaro cinque individui della quale vennero appunto ritratti e posti nelle nicchie della sua facciata. Le piante topografiche delle città di Roma, Candia, Padova, Corfù, Spalato e Pavia scolpite in sui pilastri delle colonne della facciata medesima non si sa a qual fine siano state fatte se non si vogliono frutti della goffaggine del secolo smanioso delle novità, ansante di poter cacciare a forza un ghiribizzo, una fantasia coll’idea falsa di far effetto, di riuscire impotente.

Ma entriamo nell’ interno. Fortuna che eleggesse l’architetto. Giuseppe Sardi la semplice figura del quadrilungo comunque qua e là caricata dei soliti fregi contorti, dei cartellami e dei rabeschi insignificanti del secolo spinto all’estrema corruzione. Sette ne sono gli altari. Per lo primo alla destra dipinse Carlo Loth la tavola con Nostra Donna, Sant’Antonio nell’alto e con il martirio al piano di San Eugenio invitato dai sacerdoti dei falsi numi ad idolatrare. Giambattista Volpato fece la nascita di Nostro Signore nel quadro tra le due colonne susseguenti. Il busto sto sotto quel quadro è del menzionato parroco Lodovico Baratti che tanto contribuì alla riedificazione, come si disse, di questo tempio. Per la porta sotto posta si passa ad una cappella fabbricata dal patrizio Girolamo Molin ed adorna di alcuni quadri che non meritano alcuna ricordanza.

Tornando in chiesa; nel secondo altare è di Giammaria Morlaiter la statua buona del Beato Gregorio Barbarigo. Succede il battistero sopra il quale c’è il busto del parroco Jacopo Panighetti, e più sopra la scesa dello Spirito Santo di Giambattista Volpato, la tavola del terzo altare con la visita di Nostra Donna è di Jacopo Palma. Per la prossima porta si passa in sagrestia; ma prima si potranno vedere ed il busto superiore di Girolamo Rota medico fisico, ed il quadro con Venezia in atto supplichevole di Antonio Zanchi.

Entrando in sacrestia si trova da prima sopra il lavatoio un quadro con Nostra Donna e San Giovanni da altri tenuto per copia e da altri per cosa originale del Rubens. Poi sopra l’inginocchiatoi si vede altro quadretto con Cristo in croce opera dei Bassani. Il quadro seguente con Abramo che partisce il mondo è dello Zanchi mentre dall’altra parte il quadro con l’adorazione dei Magi è buona copia del Padovanino e dello Zanchi i due distesi apostoli Jacopo ed Andrea sopra la porta. La statua di Cristo risorto collocata sull’altare è di Giulio dal Moro.

Passando dalla sagrestia all’altare maggiore vedremo nel parapetto di esso la comunione degli apostoli lavoro di fine pietre rimesse da Giovanni Comin, ed il quadro nel soffitto col trasporto della santa casa lauretana è dello Zanchi, il quale pur dipinse tutto l’organo diviso in cinque comparti. La tavola di questo maggior altare coll’Annunziata è bella opera di Giuseppe Salviati. Sono di Tintoretto dietro l’altare i quadri con l’adorazione dei pastori, coi quattro Evangelisti e col fatto dell’Adultera.

Da un lato di questo altare vi è fra le cariatidi il busto di Giulio Contarini fattura di Alessandro Vittoria in faccia al quale sta un uguale monumento a Giustiniano Giustiniani.

Fuori della cappella fra l’intercolunnio laterale vi ha nell’alto il busto di Angiolo Nicolosi distinto per letteratura morto nel 1702 e sopra di esso un quadro coll’Annunziata sullo stile dei Bassani.

Diligentissima opera di Jacopo Tintoretto è la tavola del primo altare col Salvatore in gloria ed i Santi Agostino e Giustina al piano. Fra l’intercolunnio seguente sta collocato il busto di Andrea dei Vescovi sacerdote benemerito di questa chiesa, e sopra di esso un quadro coll’Assunzione di Maria Vergine di Giambattista Volparo.

Nell’altare di mezzo sono dello scultore de Lucca le due statue di Santa Caterina e San Giuseppe ed i due quadri laterali di Pietro Ricchi; ma i quattro quadretti ad essi superiori sono dei Vivarini. Fra l’intercolunnio c’è il busto del parroco Antonio dei Vescovi e sopra esso le Sponsalizie di Nostra Donna dello Zanchi.

Una delle opere migliori dello stesso Antonio Zanchi è la tavola dell’ultimo altare con Maria Vergine nell’alto ed al piano il martirio di Sant’Antonio prete.

Bell’opera di Giulio dal Moro con la cena di Nostro Signore è quella sopra la porta, superiormente alla quale c’è un quadro di maniera palmesca esprimente la funzione del sabato santo che già si faceva in questa chiesa come matrice.

Il soffitto venne dipinto finalmente dallo Zanchi più volte menzionato, facendo Domenico Maggiotto e Giuseppe Angeli i quadretti con le varie stazioni della Via Crucis. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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