Ponte de la Pagia, sul Rio de Palazzo o de Canonica

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Ponte de la Pagia, sul Rio de Palazzo o de Canonica - San Marco/castello

Ponte de la Pagia, sul Rio de Palazzo o de Canonica. Molo San Marco – Riva degli Schiavoni

Ponte in pietra; struttura in mattoni e pietre, bande in pietra. Ai piedi del ponte, verso il Palazzo Ducale, entro una nicchia, un bassorilievo raffigurante la Madonna (Madonna del Traghetto) col Bambino. Tra le due gondole, sottostante l’immagine sacra, la data MDLXXXIII. (1)

Le più antiche notizie sul Ponte de la Paglia si trovano in una vecchia cronaca anonima nella quale si legge che nel 1285 il doge Giovanni Dandolofè agrandir la piaza verso la laguna, che prima non vi era che una poca di fondamenta, ove era un ponte che fo facto de piera qualse chiamava ponte di la Paglia, perché in quello luogo si riducevano le barche che portavano la paglia da vendere“. Rimane pertanto fuori causa la spiegazione data da qualche scrittore di storia veneziana che il Ponte de la Pagia fosse così chiamato perché colà, verso il duecento, si riposavano le “mulette“, che avevano condotto i patrizi a Consiglio, dinanzi ai mucchi di fieno per esse prepaato. Ben a ragione, scrisse il Gallicciolli nelle sue “Memorie ecclesiastiche e profane“, si avrebbe dovuto chiamarlo del Fieno, ma non mai della Paglia se fosse stata vera la seconda versione piuttosto che la prima.

Al Ponte de la Pagia si lega una delle nostre più pittoresche leggende religiose tramandataci da un’antica cronaca trecentesca.

Nella notte del 25 febbraio 1340 uno spaventevole turbine si abattè su Venezia, la furia degli elementi, fuor di ogni modo impetuosa, pareva dovesse distruggere la città. Un povero pescatore, che oltre la pesca traghettava la gente tra il Molo e l’isola di San Giorgio Maggiore, aveva cercato rifugio sotto il Ponte de la Pagia. L’aria era tutta buia; senonché ai bagliori dei lampi, gli apparve un uomo che lo costrinse a condurlo a San Giorgio dove imbarcò un altro sconosciuto, e tutti e due vollero essere trasportati a San Nicolò del Lido. Tra l’infuriar della tempesta, il pescatore potè quasi per miracolo aprodare al Lido e qui si imbarcò un terzo ignoto e quei tre imposero al navicellaio, quasi fatto audace dalla impassibilità degli sconosciuti, a vogare verso l’aperto mare, “fuora del porto de li due Castelli“. Entrata la barchetta nell’Adriatico, fu visto allora un vascello all’ancora sul quale molti spiriti infernali, idre, chimere, giganti mostruosi, brandivano lancie e spade di fuoco, sconvolgevano il mare, lanciavano razzi incendiari contro Venezia. I tra passeggeri nella fragile barchetta erano San Marco, San Giorgio, San Nicolò, i quali, dopo breve orazione, fecero cadere dal cielo un fulmine che travolse nell’onda demoni e vascello. Cessò la tremenda bufera, e la calma riprese sul mare come per incanto. I santi ritornavano; ultimo San Marco, sbarcò al Ponte de la Pagia e porse al pescatore un magnifico anello d’oro ordinandogli di consegnarlo al doge in pieno Consiglio. Così fu fatto, e l’anello venne riconosciuto per quello che chiuso in una teca del Tesoro, mai si immaginava fosse uscito dal suo ripostiglio. Un nuovo miracolo “di misier santo Marco!“.

Questa nota, ma pur sempre cara leggenda veneziana, venne rievocata da Paris Bordone in due splendide tele: “La tempesta infernale” e “La consegna dell’anello al doge” e fu tema prediletto di alcuni arazzieri del Cinquecento, tra i quali figura l’autore anonimo del grande arazzo oggi conservato nel Museo Marciano “Il Miracolo dei tre santi patroni Marco, Giorgio e Nicolò“.

Gli Annali del Malipiero accennano che “a 20 de marzo 1462 fo restaurata l’opera del ponte di la Pagia“, e due anni dopo dalle osterie che esistevano accanto al ponte, nell’area dove più tardi sorsero le prigioni costruite dall’architetto Antonio Da Ponte, vennero bandite le meretrici che in gran numero vi stanziavano. Erano tre queste osterie: l’una all’insegna del “Serpe“, l’altra della “Corona“, la terza all’insegna della “Stella” e i frequentatori, quasi tutti uomini di mare, al draconiano decreto dei Signori di notte avevano abbandonate le tre osterie, mancando per loro la maggiore attrattiva.

Protestavano i Foscari e i Diedo proprietari delle osterie ormai quais deserte, dichiarando nei loro reclami che se le osterie languivano, il Ponte de la Pagia, era dopo il tramonto allegro convegno di più allegre coppie di amore “et che lo scandalo inhonesto era ussito da le osterie per star comodamente su la strada“. I Signori di notte per un po’ di tempo tennero duro,ma poi il decreto rimase lettera morta, e le tre osterie, protette dai patrizi proprietari, fecero il comodo loro.

Verso la fine del Cinquecento il Ponte de la Pagia e be una fama poco lieta; accanto ad esso, dalla parte della laguna, era stato costruito un recinto di tavole dove si solevano esporee i cadaveri degli annegati per il riconoscimento, e non era raro il caso di veder passare per il ponte i fratelli della Misericordia, incappucciati di nero e con piccoli ceri accesi, trasportando i cadaveri nel piccolo cimitero di San Francesco.

Uno degli ultimi annegati sotto la Repubblica fu un patrizio della casa Loredan, giovane colto e buono, e racconta un Codice della Marciana che il 13 giugno del 1759 “el nobilhuomo Donà Loredan di sier Antonio, de la contrada di san Vio, di anni 26, spogliatosi della velada et camisiola de seta alla riva del campo santa Maria Nuova, si è gittato in canale et annegato“. Dopo due giorni il misero corpo del suicida fu ritrovato nel “rio di Palazzo over rio de le Prigioni” presso il Ponte de la Pagia, e trattolo dall’acqua venne deposto nel solito recinto di tavole accanto al ponte. Fu il disgraziato padre, sier Antonio Loredan, che riconobbe nel cadavere il figlio suo, il quale (nara il vecchio codice) aveva preferito la morte alla folle passione che lo tormentava per la bella Marina Zen, sua cognata, moglie di suo fratello Domenico Donà Loredan, col permesso del patriarca Zuane Bragadino, fu sepolto nella sagrestia della chiesa dei Santi Vito e Modesto, volgramente chiamata San Vio, chiesa demolita nel 1813.

Il Ponte de la Pagia, uno dei più antichi ponti veneziani, venne ricostruito sul vecchio tipo e allargato nel 1847. Del primo ponte rimane oggi un piccolo tabernacolo, una nicchia con la Vergine e il putto, ed una iscrizione che ricorda l’antico traghetto: “Del traghetto del Ponte della Paglia sotto Giulio detto Alvise da Portia Gastaldo et Mathio et Stefano compagni” e, tra le due gondole scolpite, l’anno 1623 in cui avvenne la costruzione del “capitello“.

Nei due ultimi secoli della Repubblica sotto il ponte stazionava in permanenza una barca del Consiglio dei Dieci, armata di reni e con due fanti di guardia. (2)

(1) ConoscereVenezia

(2) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 27 aprile 1931

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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