La Guerra di Candia (1645-1669). XI parte

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Francesco Morosini cobatte contro i Turchi

La Guerra di Candia (1645-1669). XI parte

Bertuccio Valier succede a Giovanni Pesaro

Moriva il 2 aprile 1658 il doge Bertuccio Valier e gli era dato a successore il giorno 9 Giovanni Pesaro; al comando dell’armata fu nominato Francesco Morosini generale di Candia, sostituendogli nella difesa della piazza Luca Francesco Barbaro.

Francesco Morosini capitano generale

I Veneziani in quell’anno 1659 stando sotto il comando di Francesco Morosini non avevano avuto per la viltà dei Turchi che sfuggivano ogni scontro, l’occasione di segnalarsi, solo avevano tentato la conquista della Morea ove gli abitanti del Braccio di Maina, promettevano di sollevarsi ma poi mancarono, e il Morosini presa la città e il castello di Calamata non stimò opportuno di spingersi per allora più oltre. Mandò il capitano Girolamo Contarini alla solita stazione dei Dardanelli per impedire se non altro il commercio ai Turchi, e continuò a correre l’Arcipelago recando ai nemici sensibilissimi danni; si spinse anzi fino alle coste dell’Asia saccheggiando e raccogliendo quanti più uomini poteva per il servigio del remo, precludendo al capitan bascià il passaggio onde non portasse soccorso alla Canea.

Primi soccorsi di Francia a Candia. Sortita infelice dei Francesi.

Intanto all’aprirsi della stagione (fine di aprile), partivano dalla Francia per Candia quattromila uomini sotto il comando del principe Almerigo d’Este; e fu questo il primo soccorso da essa dato alla scoperta con pericolo di rompere l’antica amicizia con gli Ottomani, promettendone uno maggiore quando altri principi avessero seguito l’esempio. Ma era già la fine di agosto quando poterono entrare nel porto di Suda, ove vedendo che i popoli timorosi dei Turchi non osavano, come erasi sperato, sollevarsi, né Candia afflitta da mortalità poteva dare soccorsi, dovettero desistere dall’idea di prendere la Canea per sorpresa e contentarsi dell’acquisto di alcuni castelli all’intorno. Molto si doleva Almerigo di non poter far impresa degna del suo nome e del grado, e imbarcate le sue genti si diresse insieme coi Veneti alla volta di Candia, nella speranza di sorprendere con improvviso assalto il campo nemico, o Candia nuova. Appena le truppe furono a terra che uscirono dalla città in loro rinforzo cinquemila cinquecento fanti e trecento cinquanta cavalli, mentre nel campo dei Turchi non si trovavano più che tremila uomini. Ma nella fretta di operare, prima che il bascià distratto altrove per i precedenti attacchi ritornasse, niuno dei capi aveva ben riconosciuto il sito, gli impedimenti e la strada, troppo confidando nelle altrui relazioni, e in un mal fatto disegno. Marciavano in più colonne e in buona ordinanza, fugarono a principio i Turchi, ma volendo i Veneti occupare alcune colline che davano comodità ad assalire il nemico alle spalle, incontrarono una fondura che a guisa di larghissimo fosso dava sfogo alle acque scendenti dai monti e attraversava la strada. Non essendo quella fondura stata preavvertita, la linea e l’ordine dei battaglioni nel passarla si scomposero alquanto. A ciò si aggiunse che l’ala sinistra vincitrice in uno scontro si gittò disordinatamente sul campo turco a saccheggiare; gli altri, sordi agli ordini dei generali, seguirono l’esempio, ed i Turchi veduto dall’alto lo scompiglio, calarono benché in numero di soli trecento cavalli, e dando addosso all’improvviso ai primi che incontrarono, li misero in rotta. I fuggenti gridando: Turchi, Turchi sparsero tale terrore tra i compagni che non fu più possibile ritenerli, fu una fuga generale; gli altri Turchi che, ciò prima credendo uno stratagemma, esitavano, rassicurati voltarono faccia e si diedero ad inseguire quelli da cui poco prima erano stati inseguiti, e che fuggendo non s’arrestarono se non quando furono entro alle mura della città. Allora rientrati in sé e vergognosi volevano l’indomani uscire a nuovo conflitto; ma intanto era arrivato il bascià con le sue genti, s’intese di grosso soccorso pervenuto alla Canea, e fu uopo per allora abbandonare il pensiero d’una nuova sortita. Nelle truppe francesi si diffusero per giunta le malattie, onde per far loro mutar aria fu stimato necessario mandarle nelle isole greche, e in una di esse, a Paros, mori il principe Almerigo d’Este nel fior degli anni, e del quale tanto di bene ognuno erasi ripromesso. Ebbe solenni funerali a Venezia, e monumento nella chiesa di santa Maria Gloriosa dei Frari. Così a nulla giovò il soccorso francese, come a nulla quello di duemila tedeschi mandali dall’imperatore, giunti troppo tardi, e quando ormai la stagione avanzata non dava più campo ad imprese di rilevanza.

Francesco Morosini accusato ed assolto.

Del fatto accaduto chi incolpava l’uno, chi l’altro. Il capitan generale Morosini accusava il Proveditor dell’armata Antonio Barbaro d’aver controperato a suoi ordini, e fatto muovere fuori di tempo alcune truppe donde poi era derivata la confusione, e il colpiva perciò con sentenza di bando capitale. Il Barbaro andò a richiamarsene a Venezia come di sentenza immeritata e solo provocata da animo avverso, e fu infatti dal Consiglio dei Quaranta assoluto. Il Morosini dal canto suo giunto che fu a Venezia, datogli a successore nel comando generale il fratello Giorgio, ebbe a difendersi di gravi imputazioni, le quali egli dissipò dimostrandone la falsità, e ottenne che dichiarati fossero calunniatori quelli che l’avevano accusato

Quanto cotesti disaccordi nuocessero alla causa comune non è uopo dimostrare e con piccoli scontri, con prede, con scorrerie si passarono i seguenti anni del comando supremo di Giorgio Morosini e del suo successore Angelo Correr fino al 1666, contenti i Turchi di conservare in Candia l’occupato, e nel divisamento di estenuare colla lunghezza del tempo la Repubblica.

Nuovi sforzi della Repubblica

Morto era intanto il gran vezir Mohamed Koprili, ed gli era con insolito esempio succeduto il figlio Ahmed (1661) il quale attese a principio a ben assodarsi nel suo posto facendo professione di grande zelo per la giustizia, e mostrando non comune capacità. Procurò di blandire i Francesi liberando il signor de la Haye, e accettò il signor di Vantele suo figlio in qualità di ambasciatore; si adoprò pure ad addormentare l’imperatore Leopoldo colla speranza di una prossima conchiusione della pace, e dei medesimi artificii valevasi coi Veneziani facendo intendere al Ballarino, rimasto a Costantinopoli in luogo del morto Cappello, che la Porta rimettendo del passato rigore e senza insistere sulla consegna di Candia, potrebbe forse aderire alla divisione del regno, giacchè la natura separando con alta fila di monti i territori della Canea e di Retimo da quelli di Candia e Sitia, da sè stessa la stabiliva; dovesse però la Repubblica cedere le fortezze di Suda e Grabuse. Ma alla cessione di queste piazze in sito tanto comodo e spazioso mal volentieri sapeva indursi il Senato, e troppo pericolosa e mal si cura stimava inoltre la divisata vicinanza. 

Le trattative della Repubblica con la Porta non erano mai state interrotte, e nel confermare al Ballarino le istruzioni del 1655 acconsentiva il Senato anche all’aumento della somma offerta per la metà del Regno, e che i Turchi mantenessero un amino console nella città di Candia, ma tutto era inutile, e la Repubblica si preparava a nuovo magnanimo sforzo. Decretava quindi il Senato la leva di diecimila uomini, vendendo beni comunali, aprendo depositi, commutando le pene ai rei, eccitando la generosità dei cittadini per raccogliere il necessario denaro. Pensò a ben fortificare la Dalmazia, a raccogliere genti da tutte le parti d’Europa, e l’anno fu speso dall’una parte e dall’altra ad introdurre soccorsi, i Turchi in Canea, i Veneziani in Candia. Qualche sussidio a questi veniva dal di fuori; cento mila scudi avea mandato la Francia, ottomila il vicerè di Napoli, ottomila tumuli di grano il cardinal Barberini con più che privata liberalità, e l’imperatore faceva passa re al soldo della Repubblica trecento dei suoi soldati. Anche il duca di Savoia (col quale la Repubblica aveva da trenta anni interrotte le relazioni per il titolo da lui assunto di re di Cipro) erasi nel 1662 riconciliato, pubblicando un editto con cui sopprimeva il libro stampato nel 1633 intorno al titolo regio dovuto alla casa di Savoia e richiamandone tutti gli esemplari, ed ora inviava dal canto suo due reggimenti sotto il comando del marchese Villa uno dei suoi generali, il cui bisavolo era stato alla battaglia di Lepanto. Il Villa otteneva dalla Repubblica il comando della fanteria sotto l’ispezione del suo generalissimo. Alla fine di gennaio si trovarono pronte a sciogliere da Paros sedici galee (al tre sette con Lorenzo Cornaro erano ancora lontane), cinque galeazze e trentacinque navi con altri legni minori por tanti più di mille cavalli e nove mila fanti da sbarco desti nati a rinforzar Candia. Ma durò un mese intero la pertinacia dei venti contrari che trattennero la flotta a Paros, poi ad Antiparos, e si era finalmente messa in viaggio alla fine di febbraio, quando sopravvenne fiera burrasca, indi densa nebbia che coprì l’aere, per modo che poco mancò la flotta non si disperdesse o rompesse nell’entrare in Suda. Ma neppur colà che ebbero riposo le flagellate milizie, che cadde tanta copia di neve e poi pioggia dirotta con tal furia di venti che pareva sconvolta la natura del clima e tutto con giurare a danni de Veneziani. Ad ogni modo soffrendo ogni ingiuria sbarcarono tremila uomini sotto il tenente generale dell’artiglieria Vertmiller e il giorno seguente prese terra il Villa con tutto l’esercito sotto un cielo che diluviava, sopra un terreno molle e fangoso sul quale non che operare, a mala pena potevano reggersi in piedi, onde con sforzi incredibili e non lievemente insultati dai Turchi poterono alfine ridursi in Candia. Non meno operosi si mostravano i Turchi nel mandar anch’essi rinforzi, anzi lo stesso gran vezir si recava, alla Canea ben mostrando come era sua intenzione di ridurre alfine a termine quella lunghissima guerra. Trattenutosi tutto l’inverno in Canea applicò interamente l’animo ai modi più opportuni per prender Candia. Raccolse numerosissimo esercito, fece fondere immensi cannoni, e sebbene alla vista dell’ampiezza della città, della mole delle fortificazioni nel porto, dei tanti seni del mare, delle opere esteriori, e più ancora per quanto gli veniva riferito dei sotterranei lavori, onde ad ogni passo poteva essere minato il terreno, ogni movimento condurre a ruina, tutta comprendesse la difficoltà dell’impresa, spinto tuttavia dalla necessità, deliberò di fare gli estremi sforzi, e al segretario Padavino succeduto al morto Ballarino nel vano maneggio di pace, diede risposta tale da far chiaramente vedere l’impossibilità dell’accordo (1) … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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