La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XVIII parte

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Francesco Hayez. Il doge Gritti. Musei Civici · Pavia

La Guerra della Lega di Cambrai (1508-1516). XVIII parte

Intanto giunge notizia della convenzione di Noyon tra Francesco I e Carlo di Spagna nipote di Massimiliano

Giunsero intanto notizie della convenzione conchiusa a Noyon il 13 agosto tra Francesco I e Carlo re di Spagna nipote di Massimiliano, celebre poi sotto il nome di Carlo V, per la quale si stabiliva intanto la pace tra Francia e Spagna, si obbligava questa ad assegnare una provvisione alla regina Caterina, vedova del re di Navarra, spogliata del suo regno per la devozione mostrata ai Francesi; darebbe Francesco la figliuola primogenita in matrimonio a Carlo per terminare o piuttosto assopire la contesa risguardante i diritti su Napoli; si lascerebbero due mesi di tempo a Massimiliano di aderirvi con obbligo di restituire ai Veneziani Verona verso il pagamento di certa somma di danaro.

Congresso di Brusselles e tregua di un anno tra Venezia e l’imperatore

Si raccolse poi un congresso a Brusselles, ma le richieste degli ambasciatori di Cesare erano esorbitanti; volevano per la restituzione di Verona una somma eccessiva, e oltre a ciò il possesso di alcune terre che in addietro erano state di quella giurisdizione; volevano che per onore dell’impero Verona non si consegnasse ai Veneziani, ma nelle mani di Carlo, il quale dopo averla tenuta sei settimane, avrebbe a darla ai Francesi perché ne disponessero a piacimento. La cosa fu si caldamente disputata, che già gli ambasciatori cesarei erano per partirsi, quando alla notizia della pace seguita tra Francesco e gli Svizzeri il 29 novembre 1516, e che fu poi invariabilmente osservata, l’animo di Massimiliano cominciò a farsi più arrendevole e furono riprese le trattative, che vennero condotte a termine il 3 dicembre.

Per esse si conveniva, che Verona fosse consegnata al re Cattolico come si è detto, ritirandone i Francesi e i Veneziani tutte le loro genti, né potendola città nel frattempo esser munita di nuove fortezze né di vettovaglie dagli imperiali; i soldati nel contado e nella città avessero da astenersi da ogni insulto; si partissero egualmente i Tedeschi da tutto il territorio veronese fuorché da Roveredo e da Riva di Trento, promettendo il re di Francia di fare, come avvenne, che i Veneziani cedessero quei due luoghi a Massimiliano, il quale altresì riterrebbe le terre acquistate nel Friuli; si pagherebbero all’imperatore a rifacimento delle spese 10 mila ducati metà dai Francesi, metà dai Veneziani; ogni differenza che potesse insorgere sarebbe rimessa all’arbitrato del re Cattolico e del Cristianissimo. Approvò il Senato l’accordo, solo raccomandava ai suoi oratori vedessero di ottenere la restituzione di Butistagno, passo per venire nel Trevigiano e appartenente al Cadore, e così pure il Covolo posto in mezzo al Vicentino, Padovano e Trevigiano, luoghi sterili, di nessuna utilità a Massimiliano, ma strade a discendere a correrie nelle terre venete e per ciò atte a produrre nuovi scandali e disordini. Si accettava intanto la tregua di un anno e un mese durante il quale si sperava comporre ogni differenza.

Così entrarono il giorno ventiquattro di gennaio del 1517 il Lotrecco e i provveditori veneziani Andrea Gritti e Giovanni Paolo Gradenigo con quattrocento elettissimi uomini d’armi e duemila fanti nella tanto agognata Verona, donde il dì innanzi erano venuti al campo Nicolò de Cavalli e Leonardo Lisca dottori a rallegrarsi con il generale francese e cogli antichi signori, i quali furono accolti con vivissime dimostrazioni di giubilo.

La Repubblica dopo otto anni di guerre e travagli torna in possesso di tutti i suoi Stati

Il Senato riconoscente alle opere del Lotrecco lo presentava di ricchi doni, il Gritti lo accompagnava fino a Lodi, ove era incontrato da Gian Jacopo Triulzio con le insegne del cavalierato dell’ordine di san Michele inviatogli dal suo sovrano. Tutto era festa in Venezia e alle feste si accompagnavano gli atti di rendimento di grazie a Dio e di pietà verso i poverelli ai quali si distribuivano larghe elemosine. E ben di che rallegrarsi la Repubblica, uscita incolume, sebbene dopo otto anni d’immensi sacrifici e traversie, da un turbine che aveva minacciato di tutta ingoiarla e che ella seppe scongiurare merce la sua perseveranza e la sua destrezza nei maneggi politici, i sacrifici immensi a cui prontamente e generosamente concorsero i suoi cittadini, il buon volere dei sudditi. Si rialzò a novella potenza, ma le conseguenze di quei funestissimi eventi che avevano fatto dell’Italia una palestra aperta alla cupidigia di Francia, Germania e Spagna non si potevano d’un tratto di penna distruggere, e la pace segnata sulla carta non era nel cuore e la combattevano le passioni degli uomini.

Tregua di cinque anni con l’imperatore

Alle lunghe guerre succedettero i lunghi maneggi diplomatici nei quali passò l’anno 1517, adoperandosi la Francia a comporre le cose dell’imperatore con la Repubblica. Ma tante erano le difficoltà d’appianarsi, che appena il 31 luglio del 1518 si poté venire ad una tregua quinquennale, per cui quietando totalmente le armi e cessando ogni molestia dall’una parte e dall’altra si stabiliva potessero i sudditi liberamente passare, dimorare, commerciare nelle terre dei rispettivi Stati, riterrebbe ciascuna parte i possedimenti che allora occupava, si libererebbe i prigionieri, eccettuando il solo Cristoforo Frangipane che sarebbe mandato in Francia per esservi custodito; pagherebbero i Veneziani a Cesare ventimila ducati l’anno fino allo spirar della tregua; quanto ai fuorusciti per sentimenti imperiali e che l’imperatore voleva rimessi in patria e nel possesso dei loro beni, la Repubblica, essendo quelli già in gran parte venduti, acconsentiva soltanto a passar loro il quarto delle loro rendite. Ma vari punti rimanevano ancora a concertarsi e principalmente quelli dei confini e dei sudditi veneziani nelle ville del Friuli divenute soggette all’impero per i quali la Repubblica giustamente chiedeva che lasciati fossero nel pieno godimento dei loro beni. Codeste vertenze furono rimesse nell’arbitrato del Cristianissimo il quale procurò tosto la nomina di Commissari di ambe le parti (1) … fine.

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo V. Tipografia di Pietro Naratovich 1856.

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