La Guerra di Candia (1645-1669). VIII parte

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Bailo di Costantinopoli. G.Grevembroch, Gli abiti de Veneziani di quasi ogni età con diligenza raccolti e dipinti nel secolo XVIII. Venezia, Biblioteca del Museo Correr, Manoscritti Gradenigo-Dolfin n. 49

La Guerra di Candia (1645-1669). VIII parte

Commissioni date al bailo Soranzo a Costantinopoli

Rimase in quel dì la votazione pendente, riproposta la parte il 26, fu rigettata. Tuttavia essendo potente il partito che inclinava alla pace fu riproposta a ancora nel gennaio 1648, e formulata la commissione da darsi al bailo a Costantinopoli. Diceva, dovesse procurare la ricuperazione delle due piazze perdute in Candia cedendo in cambio Tine e Parga, e promettendo un’annua pensione in danaro; che se per la loro legge fosse impedito ai Turchi di restituire i luoghi acquistati, almeno si contentassero demolirli, e lasciarli in questo modo; che quando non fosse possibile convenire su tali patti, facesse considerare come rimanessero ancora in potere della Repubblica le principali fortezze del regno, Candia, Suda, Spinalunga, Grabusse ben presidiate e difese e difficilissime da espugnarsi, le quali tuttavia essa consentirebbe a cedere col resto dell’isola purché ricevesse in cambio alcune piazze nell’Albania; quando infine ricusando ogni partito, persistessero i Turchi nel voler il restante del Regno, « allora non potendo noi far altro, così conchiudeva la istruzione proposta, vi diamo col Senato facoltà di prometterlo, mentre però vediate di poter conchiudere uno stabile aggiustamento con la condizione di ricuperar le galee, artiglierie, armi e cose sacre, libertà a rappresentanti e sudditi di uscire a lor piacimento, affaticandovi anche perchè restino in possesso della Repubblica i luoghi occupati dalle nostre armi in Dalmazia, oppure almeno che qualche confine notabile interposizione di fiumi distingua il nostro dal dominio del Signor Turco in quelle parti, et se anco in questo vi fossero difficoltà, accorderete in fine che siano terminati et stabiliti reciprocamente li confini al segno di prima”.

Gli raccomandava poi di evitare l’obbligo di ogni compenso per spese di guerra, od altro, ma quando pur fosse uopo assolutamente anche a questo accondiscendere, offrisse fino a trecento mila reali da pagarsi in tre rate annue, ottenesse la liberazione dei prigionieri di guerra da ambe le parti, con amnistia generale, obbligandosi i Turchi a non pretendere rifacimento di danni sofferti da particolari, né per altra causa qualunque; i capitoli fossero giurati confermando quelli conchiusi nel 1575 dopo l’ultima guerra, e sottoscritti di proprio pugno dal Sultano Selim III; passasse di buon accordo coll’ambasciatore francese che non avea mai cessato d’interporre i suoi buoni uffizi a vantaggio della Repubblica ecc.

Contro siffatta proposizione si levarono non pochi oppositori, e tra altri il cavaliere e procuratore Alvise Valaresso savio del Consiglio e Francesco Querini savio di Terraferma dicendo troppo umilianti i patti, con la cessione di Candia venir ingiuria al nome veneziano, maggior superbia nel Turco, pericolo ai commerci, alla navigazione; la Repubblica col nemico sempre più vicino sarebbe costretta star sempre sulle guardie, rinnovar sempre la guerra, o passar da cessione a cessione; perduta la fiducia dell’Europa, questa in qualunque sua strettezza si sarebbe mostrata indifferente; ogni altro patto si consentisse fuor quello della cessione del regno. Restò quindi quel giorno pendente la deliberazione, né miglior fortuna ebbe il domani 18 gennaio, né il 22; finalmente il 31 fu vinto il partito che si scrivesse al Bailo Soranzo. “La serie continuata dei nostri dispacci vi haverà davantaggio illuminato della pubblica disposizione alla pace; per la consecuzione di essa vi abbiamo anco fatto alcun progetto e datavi facoltà di prometter grossi esborsi di denaro, poi di offrire una pensione annua sopra il regno tutto; parimenti di espedir espressa ambasciata alla Porta, et infine di assentire a qualche cambiamento di stato… Perchè più chiara abbiate la pubblica volontà vi dicemmo, che quando Turchi assentissero alla restituzione di Rettimo, Canea et altri porti del regno, noi cederessimo loro Tine, la Parga e tutto l’occupato in Dalmazia e vi aggiungeressimo anco (se li detti luoghi intieramente non li soddisfacessero) qualche pensione annua e qualche esborso inoltre di denaro, per tutte le pretensioni di spese, danni et altro che sarebbe di reali cinquecentomila, in circa tre anni ad un terzo l’anno, et se per capo della lor legge insistessero di non poter restituir le piazze tolte, non dissentiamo noi in tal caso che anco demolite ci vengano cedute con le stesse condizioni…”. Doveva inoltre il Bailo ottenere la liberazione dei prigionieri, che i confini della Dalmazia fossero rimessi come prima della guerra ecc.

Ogni speranza di pace svanisce

In pari tempo erasi eletto il segretario del Consiglio dei Dieci G. B. Ballarin  per recarsi ad assistere il bailo Soranzo che lagnandosi della malferma salute, domandava gli fosse dato al fianco persona adattata, e succeduto Mehemet al sultano Ibrahim suo padre strozzato in una delle solite rivoluzioni di serraglio, eleggevasi il 14 ottobre 1649 il cav. Alvise Contarini per portargli la solita congratulazione della Repubblica. Era sorta qualche lusinga che sotto il nuovo sultano in età di soli dodici anni, avessero molto più facilmente a trovare ascolto le proposizioni di pace, ma tosto segui il disinganno quando il gran vezir vedendo che il Contarini non veniva con l’offerta della cessione di Candia e della restituzione di Clissa, non solo rifiutò i passaporti, ma fece con barbara ferocia strangolare l’interprete Grillo e mettere in ferri il bailo, tenuto fin allora prigione strettamente guardato.

Bel fatto di Jacopo Riva

Impossibile essendo la conclusione di una onorevole pace, la guerra di Candia dai Veneziani con ammirabile perseveranza si continuava. Erasi il provveditore Jacopo Riva trattenuto con le sue navi per tutto l’inverno, sebbene con estremo disagio, nel canale dei Dardanelli, resistendo alle burrasche, procurandosi a grande fatica i viveri e l’acqua; ma giunta la primavera, i Turchi deliberarono con grosse forze di tentare l’uscita. Colto infatti il momento (6 maggio 1649) che una parte della squadra veneziana si era allontanata per fornirsi di acqua, e l’altra stava in sito ove avea allora contrario il vento, levate le ancore, uscirono a piene vele senza contrasto. Il Riva dolente che gli fossero fuggiti ad un tratto il cimento e la gloria, raccolte tutte le sue navi si diede a seguitare la flotta nemica, e la raggiunse ricoverata nel seno di Fochies, ove convocato il consiglio fu di comune accordo stabilito di assalirla.

Il Riva coperto di lucide armi, di alta statura, di aspetto bruno e guerriero, di veneranda canizie, distese le vele, spiegò la bandiera, animò i suoi alla battaglia, e con ardire meraviglioso osò spingersi per entro al porto sfidando i colpi delle navi nemiche e della fortezza. L’ardimento fu da luminoso successo coronato; le navi turche cedendo al prepotente impeto, urtandosi le une colle altre si fracassavano o perivano incendiate; era uno spettacolo tremendo di desolazione, e il generale veneziano vedendo il lido pieno di frammenti di navi, il paese coperto di fuggitivi, credette che più nulla gli rimanesse a fare, e con precipitosa e intempestiva deliberazione si allontanò. Grandi allegrezze furono fatte in Venezia per la ottenuta vittoria, il Riva fu creato cavaliere di San Marco, e donato di una collana del valore di tremila ducati, gli altri capitani che più si erano distinti furono del pari rimunerati. Il doge scrisse lettere a tutti i Rettori, comunicando la violenza sofferta dal Bailo a Costantinopoli ed insieme la gloriosa vittoria dalle venete armi ottenuta, ordinava loro la convocazione dei Consigli per informarli del lieto avvenimento, e di rendere pubblici atti di grazie a Dio. Ma fu improvvido consiglio quello del Riva di non continuare a tener serrata la flotta turca a Fochies e operarne la distruzione totale, mentre appena si fu allontanato, che quella uscendo e ricevuti rinforzi, ed evitando altra battaglia, poté sbarcare nuove truppe in Candia. Un suo nuovo tentativo contro Suda però falli, anzi una palla di cannone portò via la testa al capudan bascià, e Pietro Diedo provveditore, che ben aveva diretta e sostenuta la difesa, fu ascritto tra i Senatori.

Costante difesa della città di Candia e poche speranze di soccorsi

Era Candia scena di continui fatti gloriosi, di prove meravigliose del valor veneziano; perduta per un assalto improvviso nella confusione della notte una mezzaluna detta la Mocenigo, Giorgio Morosini proveditor dell’armata, Domenico Pizzamano, Domenico Diedo sopracomiti, Giovanni Francesco Zeno, Pietro Querini e Marco Barbarigo nobili della colonia, il Sinosich ed altri ufficiali si profferirono di riacquistarla e tennero parola; riperduta ancora fu di nuovo ripresa; infine i Turchi, dopo sofferta una perdita considerabile, dovettero ritirarsene. Allora Hussein disperando di prender la città per assalto, ricorse nuovamente al lavoro delle mine, poi anche di queste scorgendo il debole effetto, e già approssimandosi la stagione delle piogge, si ridusse agli accampamenti dell’anno precedente. Gli assediati intanto profittando di quel respiro attendevano indefessamente a rimettere i guasti e gli sbrani fatti alle muraglie, non senza che talvolta avvenisse loro di dover combattere pur lavorando e allontanare colle sortite le molestie de nemico. E intanto il Riva correva l’Arcipelago dando da per tutto la caccia alla flotta turca, poi ritiratasi questa, colla perdita di molte navi, a Costantinopoli, tornò alla guardia dei Dardanelli. Nello stesso tempo era campo di correrie senza alcun fatto d’importanza la Dalmazia, afflitta per di più dalla pestilenza. E la speranza di validi soccorsi dalle po tenze cristiane ogni di più si dileguava.

Già l’imperatore avea confermato per venti anni le tregue coi Turchi; la Francia involta nei torbidi interni non si sentiva certamente disposta a tirarsi addosso la loro nemicizia; l’Inghilterra manteneva con essi buone relazioni commerciali; e con meraviglia del mondo fu veduto un inviato turco alla corte di Spagna e mandato da questa a Costantinopoli Allegretto Allegretti, prete raguseo. Fu serbato il più profondo secreto sulle vere commissioni dell’Allegretti che né la Repubblica né la Francia poterono penetrare. E sebbene egli cercasse di assicurare il bailo che nulla si sarebbe conchiuso in pregiudizio della Cristianità, tuttavia le sue misteriose udienze dal vezir, i regali che n’ebbe al suo partire, destavano giusti sospetti, e si buccinava che il re Cattolico aspirasse alla soprantendenza su tutti i cristiani dell’impero e al possesso delle chiavi dei sacri luoghi togliendole ai Greci, che si maneggiasse un trattato di commercio con grave pregiudizio della Repubblica, che infine si adoperasse perchè in lui fosse rimessa la conchiusione della pace fra essa ed il Turco. La comparsa poco dopo avvenuta di tre vascelli spagnuoli ad infestare i mari, avvalorò i sospetti e la Repubblica si vide costretta a nuovo armamento per guardarsi dagli stessi Cristiani. Tuttavia qualunque fosse la causa, altri effetti di quell’ambasciata non si videro.

Battaglia navale a Paros

Intanto i Veneziani abbandonati a sè stessi facevano ogni sforzo per mandare sussidi a Candia, mentre ai Turchi altresì ne giungevano e più copiosi da Costantinopoli. Ma ben accorgendosi quanto fosse malagevole che un’armata potesse guardare sempre la stessa posizione a fronte del to e dell’acqua per modo d’impedire assolutamente l’uscita alla flotta turca, fu da alcuni proposto risolutamente al Senato che il Riva entrasse nei Dardanelli, penetrasse fin sotto Costantinopoli, incendiasse la flotta, battesse la capitale, distruggesse in particolare con fuoco e colle bombe l’arsenale, ottenesse infine nella capitale stessa i patti della liberazione di Candia. Bello e ardito proponimento, ma che spaventò i più cauti, i quali opponevano la scarsità delle forze, la qualità de’luoghi, l’incertezza dei venti, le difficoltà del successo e riuscirono a far prevalere il divisamento di tornare anche per quest’anno semplicemente alla chiusa dei Dardanelli. Intanto il capitan generale Mocenigo correva l’Arcipelago esigendo tributi, minacciava la Canea do ve avea riacquistato la fortezza di San Todero, faceva uno sbarco a Malvasia; da Venezia si mandavano ambasciatori ai Cosacchi del Don eccitandoli a danni dei Turchi, ma senza effetto. La flotta turca profittando del verno del 1650 mentre il Riva erasi ridotto a Venezia a rattoppar le sue navi che aveano molto sofferto, uscì dai Dardanelli grossa di sessantaquattro galere, sei galeazze, ventiquattro vascelli e moltissime saiche e dirigevasi per consiglio di Mustafà rinegato friulano il 21 giugno 1651 alla volta del Golfo con intenzione di entrarvi, portando da per tutto strage e terrore. Ma la sera del 7 luglio si incontrava con la flotta veneziana vicino all’isola di Paros. Impiegata la notte dall’una e dall’altra parte a raccogliere le sparse navi, ordinò l’indomani il Mocenigo a Girolamo Battaglia almirante di spingersi avanti con quattro barche a riconoscere il nemico, il che egli non solo eseguì puntualmente, ma investito più volte passò e ripassò tra le file dei Turchi dovi grandi danni e morti. Il giorno dieci le due armate si trovarono a fronte schierate a battaglia; né era ancora incominciata, che due galeazze comandate da Luigi Tommaso e da Lazzaro Mocenigo vedendo presso a terra una squadra di galee nemiche si avanzarono per tagliarle fuori, e il capitan generale scorgendo il pericolo del tentativo, spedì loro ordini che al grosso della flotta si riunissero. Ma il combattimento era già incominciato e sostenevasi dalle due galeazze con mirabile valore contro forze di gran lunga superiori. Alfine la galeazza del capitan bascià secondata da altri navigli si afferrò violentemente a quella di Lazzaro Mocenigo, il resto della flotta circondò l’altra di Luigi Tommaso, il quale non perciò perdendosi d’animo, solo attendeva a confortare arditamente i suoi, e questi, lui morto di moschettate, continuarono bravamente a difendersi, supplendo al comando il cavaliere di Arassi e il signor di Serpentie francesi. Avvicinatosi opportunamente Francesco Morosini, i Turchi dovettero desistere. Né con meno valore combatteva dal canto suo Lazzaro Mocenigo; che ferito alla mano e nel braccio di una palla di moschetto e di freccia, pur costrinse i Turchi a ritirarsi. Intanto l’ala sinistra dei Veneti si moveva al soccorso, e ingaggiava furiosa battaglia col nemico; i Turchi battuti si diedero a fuga generale nulla valendo ad arrestarli le grida, i rimproveri, le minacce stesse dei capi, e ritirandosi con loro grande vergogna, lasciavano alcuni navigli nelle mani dei vincitori. Fu trofeo di questi, dopo furiosissima mischia, la stessa capitana delle navi di Costantinopoli comandata dal rinegato Mustafà, onde poté questa dirsi una luminosissima vittoria. Pervenutane a Venezia la notizia mentre stava il Maggior Consiglio ridotto, furono appena lette le lettere, che il doge Francesco Molin scese in chiesa a renderne grazie a Dio accompagnato da magistrati, da gran numero di patrizi e da folla di popolo. E mentre in Venezia si facevano rallegramenti, regnava invece a Costantinopoli grande spavento; si ammutinavano le truppe, fra spahi e giannizzeri si combattevano, il granvezir Melek Ahmed veniva deposto, nuovi maneggi di pace s’introducevano per mezzo dell’ambasciator francese de la Haye con la Repubblica, ma senza effetto. Laonde avendo già il Mocenigo tenuto il comando dell’armata per più campagne oltre il tempo dalle leggi prefisso, fu pensato dargli un successore in Leonardo Foscolo, distintosi nelle guerre di Dalmazia, ma che non doveva trovare eguale fortuna sui mari di Levante. Cominciò dallo scorrere l’Arcipelago, si impadronì dell’isola di Sciro, ma assalito da violenta burrasca non senza qualche danno si ritirò a Standia, da dove mandò rinforzi alla squadra che tuttavia sotto Luca Francesco Barbaro bloccava i Dardanelli.

Rinvigorir l’animo del popolo col mezzo della religione, fu accettato fra i celesti protettori della città Sant’Antonio, e fattane venire da Padova una reliquia, fu collocata su apposito altare nella Chiesa della Salute. In pari tempo si mandavano rinforzi in Candia ove nuovo pericolo interno erasi aggiunto all’esterno, dappoiché i soldati albanesi che non aveano potuto ottenere accrescimento di paga si erano levati a tumulto, meditando perfino di consegnare la città ai Turchi, tradimento a cui con bella prova di fedeltà si erano opposti gli abitanti, nonostante che già da sette anni soffrissero tutti i patimenti della guerra. Alla prima voce di quel tentativo suonarono a stormo, accorsero uomini, donne, fanciulli per fare strage de traditori, e fu solo a grande stento che i comandanti poterono salvarli dal furore del popolo. Così si tirava innanzi con meravigliosa perseveranza, e a formarsi una idea di quanto essa costasse, basta considerare, che in Candia specialmente ciò che risparmiava la spada nemica, divoravano i morbi, i disagi ed il clima; che i sudditi a fatica si inducevano a trasferirsi in sì lontana e divoratrice regione; che gli ingaggi all’estero a grande difficoltà e solo con assai grosse paghe si facevano, che infine la navigazione stessa a uomini non pratici del mare riusciva di grande affanno, e deboli ed infermi arrivavano moltissimi nell’isola.  … segue

(1) SAMUELE ROMANIN. Storia Documentata di Venezia Tomo VII. Tipografia di Pietro Naratovich 1858.

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