La Festa della Sensa o dell’Ascensione

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Francesco Guardi. La Festa dell Ascensione nella Piazza San Marco

La Festa della Sensa o dell’Ascensione

Soa Serenità si porta nel Bucintoro a sposare il mare in memoria dell’insigne vittoria riportata dai Veneti in tal giorno l’anno 1176 sull’armata di Federico I imperatore a difesa di papa Alessandro III, col solito real Corteggio accompagnato dagli Ambasciatori, Serenissima Signoria e li sotto Regadi compresi anche li Magistrati di sora. Terminata la funzione del fido, ritorna al palazzo Ducale con il seguito suddetto che si ferma a lauto banchetto, con trionfi e allegrezza“.

Era l’Ascensione, detta comunemente la “Sensa” la più grande e la più caratteristica delle feste ufficiali della Repubblica, seguita dalla famosa fiera di fama europea alla quale accorrevano quasi ogni anno più di centomila persone e negli otto giorni che durava, più tardi i giorni salirono a quindici, la città, in cui erano permesse le maschere, non conosceva la notte poiché l’allegria, il chiasso, la baldoria duravano senza interruzione.

Alla austerità della cerimonia dello Sposalizio del Mare nei primi secoli dopo il Mille, si era sostituito lo sfarzo magnifico del cinquecento quasi a coprire con l’oro e le ricchezze il vacillante dominio del mare, e nel secolo decimottavo, quando quel dominio era ormai perduto, le feste erano ancora più gaie e chiassose, sebbene ci fosse orpello in cambio dell’oro.

Anche la fiera con la dannosa rivalità di quella di Senigallia, istituita da papa Clemente XII, aveva molto perduto della sua importanza, tanto più che, sebbene parecchie industrie veneziane fossero ancora fiorenti, pure la concorrenza degli stranieri era potente ed attiva anche sulle lagune.

Così nel dì dell’Ascensione facevano la loro comparsa le mode di Francia e nelle Mercerie i venditori di stoffe esponevano l’ultimo figurino di Parigi, la “Piavola di Franza” rivestita delle fogge più eleganti ed era essa per le nostre patrizie la più bella attrattiva di tutta la fiera.

Ma dove il Governo sfoggiava tutta la magnificenza e la maestà delle sue feste tradizionali era sul bucintoro, allo Sposalizio del mare e sul regale naviglio, adorno di statue e intagli dorati, col maestoso vessillo della Repubblica spiegato all’aria il doge fra canti, suoni e il tuonar dei cannoni, si avvicinava al Lido dove gettava nel mare il simbolico anello.

Nel 1796, l’ultima volta che il bucintoro andò al Lido per la celebrazione del rito, venne cantato un madrigale a quattro voci del patrizio Zaccaria Valaresso, posto in Musica da Antonio Lotti, il quale finiva: “E stendasi regnante – Da Mare a Mar la Veneta Fortuna – Fin ch’Eclisse fatal tolga la Luna“. E purtroppo dopo solo un anno un’eclisse fatale, non prevista, piombava miseramente sulle lagune.

Ma già da qualche secolo il mare era divenuto infido alla sua bella Regina; scoperto il continente americano, trovata la via marittima delle Indie, la concorrenza degli spagnoli, dei Portoghesi e quindi dell’Olanda e dell’Inghilterra, che direttamente dall’origine ritiravano le derrate, divenne spietata per Venezia e fece in breve declinare la sua prosperità commerciale. A questi si aggiunsero più tardi le conquiste del Turco e la perdita di molti possedimenti in Oriente, tanto, racconta il Malipiero nei suoi “Annali Veneti“, da far dire da un pascià a un nostro diplomatico: “Venezia ha sposato il mar fin adesso, ma per l’avvenir toccherà a noi“. Triste osservazione in gran parte vera, che fa riscontro all’atroce e volgare sarcasmo di un poeta francese: “Questi vecchi cornuti vanno a sposare il mare (la mer) di cui sono i mariti e l’adultero il Turco“.

La fiera della “Sensa” durava negli ultimi anni della “Repubblica” quindici giorni, e la Piazza di san Marco presentava uno spettacolo vario, bizzarro, seducente: i forestieri venivano a migliaia pochi per affari di commercio, pochissimi per ricever le indulgenze nella Basilica Marciana, ma tutti per il piacere, il divertimento, l’allegria sotto la protezione della solita maschera, “tabarro e bauta“. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 8 maggio 1929.

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