Francesco Erizzo. Doge XCVIII. — Anni 1631-1646

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Sala dello Scrutinio. Pietro Muttoni detto Il Vecchia. Ritratto di Francesco Erizzo

Francesco Erizzo. Doge XCVIII. — Anni 1631-1646. (a)

Cinque giorni dopo la morte del Contarini, cioè il 6 aprile 1634, fu, con tutti i voti e soddisfazione comune, eletto doge Francesco Erizzo, che si trovava allora generalissimo in campo contro gli imperiali a Mantova. Il senato spedì tosto un messo a notiziarlo del suo esaltamento, ed egli, lasciato il governo delle milizie al nuovo generale, già provveditore in campo, Luigi Giorgi, si ridusse in patria, incontrato da gli ambasciatori a ciò delegati.

Il trattato di Ratisbona, che non aveva soddisfatto né Francia né Venezia, non era atto a stabilire definitivamente l’accordo degli animi; per la qual cosa un nuovo congresso fu tenuto a Cherasco: ma le difficoltà della pace sempre più aumentavano pelle cresciute esigenze di Savoia, e per le mire costanti di Spagna sopra Mantova e Casale. Pur alla fine un nuovo trattato si segnava il dì stesso che l’ Erizzo era eletto alla ducea, col quale trattato si accordava un’altra dilazione allo sgombero dei territori mantovani, dei Grigioni, piemontese e savoiardo, per parte delle potenze belligeranti; e il 2 luglio l’imperatore assentì di conferire l’investitura al duca di Mantova. I Francesi, gli imperiali e gli Spagnoli evasero dalle piazze occupate, e lo stesso Pinerolo, il 20 settembre, fu restituito dai Francesi al duca di Savoia. Tale restituzione però non fu che apparente, poiché, col pretesto di nuovi sospetti delle armi di Spagna, i Francesi ottennero da prima che quel forte fosse loro affidato in deposito, poi che venisse loro finalmente ceduto.

Si rompeva intanto la guerra in Germania, tra Ferdinando II e Gustavo Adolfo di Svezia, e la splendida vittoria conseguita da questo ultimo, il 7 settembre, a Tilly, ed il conseguente suo invadere della Boemia, misero nella necessità l’imperatore di chieder soccorsi alla Spagna, al papa ed alla Polonia, proponendo un’ alleanza di principi italiani. Ma a questa Venezia, per sua parte, non assentì; come non assentiva ad un’altra lega, che le veniva posta in campo da Francia. Perciò a tutte quelle guerre, che dilaniarono la Germania, non prese parte, e stette diligente osservatrice, siccome anche stette osservando dappoi la guerra mossa, nel 1636, a ragione della lega conchiusa tra Francia e Savoia; a cui aderì Parma e Mantova, per assalire il Milanese e dividerselo. E quando dopo tante battaglie qui e qua combattutesi con alterna vicenda, accadevano le morti dell’imperatore Ferdinando II e dei duchi di Savoia e di Mantova: quando si stabiliva pace fra la Francia e i Grigioni: quando moriva anche il giovane duca Francesco Giacinto di Savoia, e che la condotta incoerente di Cristina, rimasta a reggere quel ducato, metteva in motto le arti e le armi di Spagna e di Francia; la Repubblica cadde nel timor grande, non fossero per avvenire gravi fatti che dovessero recarle danno; sicché, a prevenirli, rinforzò il suo presidio in Mantova, munì i confini, ed avviò un trattato col papa. Ma intanto le vittorie dei Francesi nel Piemonte ponevano loro in mano, nel settembre 1640, la stessa città di Torino.

Oltre a questi, altri turbamenti accadevano in Italia, a cagione degli odi esistenti tra i Barberini, alla cui famiglia apparteneva il papa, e Odoardo duca di Parma, al quale Paolo III aveva concesso, per investitura feudale, il ducato di Castro e Roncilione. E poiché il duca aveva dato mano a fortificare Castro, il pontefice gli intimò di porlo nello stato primiero: al che non obbedendo Odoardo, lo scomunicava il papa, e in pari tempo faceva occupare quel ducato, ponendolo all’incanto, con grande lamento dei popoli.

Al pericolo di nuovo incendio in Italia, i Veneziani, il gran duca di Toscana e il duca di Modena si strinsero in lega, affine di prevenire le conseguenze dannose minacciate dalla imminente mossa d’armi contro Parma; promettendo segretamente di soccorrere quel duca, allorché i suoi Stati venissero assaliti. Imbaldanzito per ciò Odoardo, senza attendere l’invasione nei suoi Stati dei Barberini, uscito d’improvviso in campo, penetrò nelle terre della Chiesa, avvicinandosi a Castro con animo di ricuperarlo. Ma il movimento precipite non piacque ai confederati, sicché il duca venne obbligato ad arrestarsi, ed anche ad entrare nelle negoziazioni che il pontefice intavolò. Operosissima si mostrò la Repubblica per ridurre le cose a pace, ma i tanti complicati interessi, le diverse mire e le ambizioni dei vari principi che erano in guerra fuori d’Italia e nell’Italia stessa, avvilupparono le cose per modo, che sebbene si parlasse sempre e si trattasse di pace, questa non veniva mai a concludersi. Finalmente per la morte del cardinale Richelieu, accaduta il 14 ottobre 1642, e per la chiamata del Mazzarino a surrogarlo, questi volse l’animo tosto a procurar la concordia tra il pontefice e il duca di Parma. Ma avendo i Barberini intanto raccolto buon nerbo di genti, furono spinti i collegati a rinnovare la loro alleanza, e di difensiva cangiarla in offensiva.

Né le ostilità tardarono a rompersi, ché i Veneziani, vedendo eriger forti al Lagoscuro, e da Antonio, cardinale legato, far altre novità a pregiudizio dei confini, elessero a generale Giovanni da Pesaro, cavaliere e procuratore, affinché con valide forze si recasse in Polesine a difendere quei luoghi, ed impedire che sul Po si fabbricasse un ponte, a cui si preparavano i Barberini per passarlo. Egli infatti, colà portatosi, occupò le rive del fiume e ritirar fece i nemici in Ferrara; ed in pari tempo, Nicolò Delfino, che comandava l’armata in mare, predava a Goro alcune barche cariche di grani ed oli, e vari danni infliggeva ai pontifici. D’ altra parte, anche il duca di Parma operava con le sue genti, impadronendosi delle terre del Bondeno e della Stellato, presidiandole, scorrendo quindi per i luoghi vicini ponendoli a sacco. Poi si combatteva a Goro sia sul mare che in terra, onde vennero in poter dei Veneziani i forti di Goro e di Ariano; e per opera di Francesco Giustinian, capitano del golfo, si insignorivano della torre detta Primiera e del luogo delle Vollane. Altre fazioni anche successero, sempre in vantaggio dei collegati, sul Po, nella terra del Cesenatico, in Cologna, sui confini del Bolognese ed altrove. Ed anche quando le armi papali, per sorpresa, invasero le campagne del Polesine di Rovigo, Jacopo Contarini, ed altri capitani e provveditori per ciò eletti, a Lagoscuro, alla Zocca, alla Valletta, alla Schienta, ebbero sempre il sopravvento sui nemici; infinché, il 14 maggio 1643, venuto a morte il re di Francia Luigi XIII, il Mazzarino, cui stava a cuore la pace, riuscì, col mezzo del cardinale Bicchi, d’indurre il pontefice e i principali collegati a nominare plenipotenziari per trattarne in un congresso. Grandi erano però gli ostacoli che vi si opponevano, e la Repubblica stava ferma nel sostenere la guerra, insino a che aveva piena certezza della buona volontà dei Barberini. Condottosi il Bicchi alla fine, nel 1643, a Venezia, propose che l’assoluzione e il perdono si chiedesse dalla Francia per il duca Odoardo, cui sarebbe Castro restituito, restituendosi pure alla santa Sede l’occupato dai collegati, e impegnandosi la Francia stessa per il puntuale adempimento dei patti. Fu intanto accettata una tregua, e finalmente, il 1 maggio 1644 venne in S. Marco pubblicata solennemente la pace, essendosi ottenuto lo scopo della lega, vale a dire, la reintegrazione del duca Odoardo; il quale si recò in Venezia a porger grazie alla Repubblica della sua protezione efficace.

Ma la guerra narrata è lieve a petto di quella che stava per rompersi col Turco. Dessa fu una delle più gravi e pericolose che sostenne la Repubblica, per lunghezza di tempo, per lo sforzo d’armi, per atrocità di casi, il cui scopo fu il possedimento di Candia, agognato dal sultano Ibraim. Il pretesto che diede motivo a questa guerra, fu lo aver lasciato libero il varco nei porti di quell’isola alle navi di Malta, che ripatriavano dopo aver predati i galeoni e le ricchezze di Zambul, agà eunuco, che si recava alla Mecca. False erano le accuse del Turco verso la Repubblica, ma il Turco anelava al possedimento di Candia, e questo caso ne offrì a lui l’argomento ed il destro.

Simulava però egli le sue mire, affermando che gli armamenti, ai quali dava mano, rivolti erano a reprimere la colpa direttamente commessa dall’ordine di Malta; assicurazioni coteste che però non valsero ad acquietare l’animo del Senato, il quale ordinava che in Candia si allestissero venti galee, e trenta altre e due galeazze a Venezia; si radunassero le armi terrestri, affinché fossero pronte ad ogni attacco.

Per deludere i Veneziani maggiormente si proclamava, nel marzo 1645, dalla Porta Ottomana la guerra contro l’isola di Malta; ma in quella vece, uscita la flotta turca dal Bosforo, forte di cinquanta galee, due maone, un galeone della sultana, dodici legni minori, altrettanti barconi di fondo piatto e cinquanta saicche, ed unitasi all’altro corpo d’armata, che contava venticinque galee, oltre duecento saicche, ed uno sterminato numero di galeotte, fuste ed altri legni minori, si avanzò tutta unita verso le acque dell’Arcipelago, e fermatasi dieci giorni a Scio, traghettò quindi in Morea, pervenendo a Navarino nei primi giorni di giugno dell’anno citato. All’avviso che ne ebbe il sultano, fece tosto cinger di militi l’abitazione del bailo Giovanni Soranzo, apparendo tosto le male arti dei Turchi: e più apparvero allora quando, sciolte le vele loro da Navarino, il dì 21 del mese ora detto, si volsero direttamente verso l’isola di Candia. A quella vista non è a dire di quali e quanti timori fossero sovrapresi gli animi di quei miseri abitanti, i quali raccolsero confusamente le sparte lor robe, riparandosi in Canea; altri cercarono riparo nei monti. Bernardino Mengario, o Mengano, a cui era stato dato l’incarico di custodire la spiaggia, accorse tosto con la poca gente che aveva per impedire lo sbarco, e vi accorse pure in aiuto di lui il governatore Giovanni Domenico Albano, con quattro compagnie di fanti, ed una mano di cavalli, retta da Francesco Pizzamano. Ma non appena giunti a Santa Marina, furono richiamati per timore di perderli, nella parvità di presidio in cui si trovava la piazza.

Nel frattempo accadeva lo sbarco nel luogo appellato Gogna, e accadeva il 24 giugno senza contrasto; per cui, poste a terra con ogni celerità i Turchi le proprie milizie, la sera medesima il capitan pascià, si accostò allo scoglio di S. Teodoro, lontano due miglia dalla Canea, che serviva di vedetta verso il mare, e perciò munito di due recinti, l’uno nella parte più alta, che, incapace allora di ogni difesa, era stato distrutto, l’altro più basso, che sussisteva, e guardato era da Biagio Giuliani, sotto i cui ordini militavano soli settantacinque soldati. Al primo assalire che fecero i Turchi quel forte, per lo sterminato lor numero non poté resistere il Giuliani; per cui, osservando irrompere da tutte parti il nemico, pensò sottrarsi, con atto magnanimo, alla servitù miserabile che lo attendeva, e quindi rapidamente scendendo nella conserva della polvere, di sua mano vi diede fuoco, facendo saltare in aria sé, i suoi, la fortezza e gli assalitori ad un tempo.

Il Senato nel frattempo, non appena ricevette l’infausta notizia dell’arresto seguito del suo bailo a Costantinopoli, e poi l’altra, ancor più funesta, dello sbarco dei Turchi in Candia, e della presa del forte di San Teodoro, e conseguentemente dell’assedio della Canea, applicò subitamente l’animo a provvedere all’acerbità del caso e alla gravità del pericolo.

Suo primo pensiero fu rinforzare la flotta con dieci nuove galee e due galeazze; assoldare quante mai navi rinvenirsi potevano nei porti d’Italia; noleggiar dodici dei più poderosi vascelli d’Olanda; far leva di milizie in ogni provincia; da ultimo, provveder l’oro necessario a tante e sì diverse bisogne, chiamando i propri cittadini ed i principi stranieri ad aiutarla in si tremenda rovina. I quali ultimi non corrisposero all’aspettazione, alcuni con scuse, altri con mendicati pretesti. Il pontefice promulgò il giubileo alfine di placare lo sdegno del cielo; acconsentì che la Repubblica prendesse dalle rendite del clero centomila scudi d’oro a titolo di sussidio straordinario, e sollecitò che la sua squadra, di cinque galee, si congiungesse con quelle che dagli altri principi si potessero prontamente raccogliere. La Spagna non offrì che un numero di galee pari a quello del papa, altrettante ne diede il gran duca di Toscana sotto il comando di Lodovico Verazzani, oltre due compagnie di Tedeschi, che dai suoi presidi passar fece al soldo della Repubblica; sei galee fornì l’ordine di Malta, e il duca di Parma diede duemila fanti; l’imperatore, allegando gli infortuni delle sue armi, si scusò con l’impotenza, e la Francia, pressata con calore, offrì centomila scudi, quattro brulotti, e diede licenza di levare quanti volesse la Repubblica soldati ed ufficiali, assicurando che nel prossimo anno avrebbe allargata più ancora la mano nel prestare soccorso; cosa per altro che non si verificò. Dei Genovesi non facciamo parola, poiché, richiesti della lor flotta dal pontefice Innocenzo X, tali pretensioni smodate avanzarono, che parve utile, non che decoroso repulsarle, escludendoli. Tali aiuti, come si vede, erano impari al bisogno, erano povera cosa a petto di quel molto domandato da una guerra che doveva esser lunga e ostinata, contro un nemico infedele, possente, e che pertinacemente voleva il possedimento di Candia.

Ma la carità dei cittadini, la quale non venne meno giammai, accorse ai bisogni della patria pericolante al primo appello del Senato. Laonde dal nobile al popolano, dal sacerdote e dal monaco al prelato, in una parola, da tutti gli ordini vennero spontaneamente recati sull’altare della patria gli ori propri ed i propri ornamenti. Primo fra tutti diede esempio nobilissimo e splendidissimo il patriarca Giovanni Francesco Morosini, il quale si portava davanti al Senato, donando, innanzi tratto, il suo vasellame prezioso, indi offrendo l’annua somma di ducati cinquemila per tutto il tempo che durava la guerra. La quale azione magnanima trasse seco anche gli altri prelati, il clero e i regolari a promettere considerevoli aiuti, e fece siche concorressero, con ardore più intenso, nobili e popolo, e finanche le primarie matrone a recare i propri monili, spogliandosi volonterose di quegli ornamenti allora che la patria era in lutto.

Dopo molto tergiversamento di casi, le flotte alleate finalmente si univano al Zante; ma intanto i Turchi, dopo di avere occupato, come dicemmo, il forte San Teodoro, si impadronivano del castello San Dimitri, e stringevano più sempre la Canea, la quale, nonostante dello scarso presidio, resisteva eroicamente. Ma alla fine, dopo aver sostenuto molti tremendi assalti, e dopo che le mura lacerate dalle mine non lasciavano alcuna speranza di difesa, il 22 agosto, calò alla resa a patti onorevoli, a merito principalmente di quel provveditore Antonio Navagero.

La caduta della Canea sparse il terrore non solamente in Venezia, ma anche in tutta l’Europa: ed i Turchi intanto, inorgogliti della vittoria, volgevano i loro disegni contro la Suda, ove si trovava Anton Marino Cappello con le sue navi, ostinato nel non volersi rimuovere da colà, allegando la importanza suprema di quel posto, che egli diceva voler difendere fino agli estremi. Ma in quella vece, all’approssimarsi del nemico, con il pretesto di provvedersi d’acqua, partiva, ad onta degli ordini dei provveditori Girolamo Minotto e Michele Malipiero, e delle suppliche degli abitanti; sicché poi, richiamato a Venezia, morì in carcere durante il processo contro di lui istituito.

La fuga del Cappello pose in grado il Turco d’intimare la resa di quella piazza, ma ottenuta dai provveditori risposta, voler essi difenderla fino all’estremo respiro, per lo sopraggiungere della flotta alleata dovettero i nemici depor per allora ogni pensiero di assalto.

Era la detta flotta composta di quaranta galee, trenta galeoni, quattro galeazze, dieci galeotte ed altri legni minori, sotto il comando generale di Girolamo Morosini, sostituito a Francesco Molino, sollevato da quella carica per le sue infermità. Raccolta la consulta di guerra, fu stabilito uscire d’improvviso sull’alta notte, 16 settembre, e tentare, per un colpo di mano, d’impadronirsi del forte San Teodoro, alla Canea. Ma non appena la flotta si pose alla impresa, per il vento burrascoso levatosi, fu costretta rientrare in porto; sicché il Ludovisio, ammiraglio del papa, che repugnante si aveva posto alla prova, fermamente opponendosi ad ogni altro tentativo, adducendo scuse molte e vanissime, ebbe in risposta dal provveditore generale Andrea Cornaro, che a quel fatto avrebbero posta mano le sole forze della Repubblica, quando quelle degli alleati non volessero concorrere. Ma queste, dopo lungo esitare, quasi vergognando, aderirono; e già la flotta erasi presentata innanzi alla Canea, quando, sopravvenuta nuova burrasca, la obbligò ancora a ritirarsi alla Suda; sicché, scorsi soli trentasette giorni d’unione, volle la flotta ausiliaria partire, rimanendo per tal modo vuoti d’effetto i tentativi fatti per ricuperar la Canea.

La Repubblica allora dovette volger l’animo a proteggere con ogni sforzo le sue terre confinanti coi Turchi. Furono pertanto spedite genti in Dalmazia e a Corfù; si mandò Angelo Emo alla custodia del Friuli; Lido e Malamocco si fortificarono; scorrer si fecero galee a guardia del Golfo, e per salute di Candia principalmente si diede mano a grandi e nuovi apparecchi. Mancava però un generale supremo, capace di assumere sì importante comando, e che fama godesse valevole a por freno alle gelosie ed alle gare, che avevano fino allora guastata ogni impresa. Nello scrutinio tenutosi per ciò in Senato, si rinvenne più volte nell’urna il nome del doge Erizzo; laonde sospesa l’elezione, fu vinto il partito proposto di pregarlo voler egli stesso porsi alla testa dell’armata. Il venerabile vecchio, in età di oltre ottant’anni, pronto accettò l’onorevole incarico; pronto si mostrò a sacrificare per la patria quel debole avanzo che gli rimaneva di vita. Si nominarono due consiglieri che lo assistessero, e furono Giovanni Cappello e Nicolò Delfino; ma nel mentre che con tutta alacrità si preparavano i legni e le armi, il doge, tolte le ore alla quiete e la quiete a sé stesso, cadde in grave malattia, da cui morì il 3 gennaio 1646, e, compianto da tutti gli ordini di persone, venne tumulato colla sua armatura nella chiesa di San Martino, ove in vita si era fatto erigere un monumento cospicuo (b). Dispose però che il suo cuore fosse deposto nella basilica di San Marco; e difatti, narra il Palazzi, che venne inumato in cornu evangelii presso l’ ara massima.

Al suo tempo si eressero o si rinnovarono parecchie fabbriche pubbliche. Nel 1631, si restaurò la chiesa di Sant’Angelo; l’anno appresso si rinnovo dai fondamenti quella di San Moisè, e si fondava, l’anno dopo, l’altra del Gesù e Maria. Del 1636, si compievano totalmente la chiesa e l’ospitale dei Mendicanti, e nel 1640, si murava la ricca facciata di Santa Giustina. Quattro teatri anche si fabbricavano di questi anni. Il primo, a San Cassiano, che aprivasi nel 1637; il secondo costruivasi in tavola, nel 1639, ai Santi Giovanni e Paolo; il terzo si murava, nel circondario stesso nel 1640, e l’ultimo si erigeva l’anno stesso a San Moisè.

Un nuovo magistrato si creava pure ducando l’Erizzo, e fu il Provveditore alii prò in zecca: ciò accadde nel 1639, affine di sollevare i tre provveditori in zecca, demandando al nuovo creato l’ispezione di pagare i censi od i pro corrispondenti ai capitali dei privati, investiti in zecca. Una legge ancora fu emanata, per moderare l’uso della veste senatoria a larghe maniche, che per abuso si indossava da patrizi che non ne avevano diritto; legge che prescrisse, non potessero usarla se non quei nobili, i quali si trovavano in esercizio di cariche senatorie, i procuratori di San Marco, i fratelli e figliuoli del doge maggiori di età, ed il cancelliere grande.

Il ritratto dell’Erizzo si riconosce per opera di Pietro Muttoni, detto il Vecchia, il quale ebbe una maniera sì spiccata, da non potersi confondere con alcuna di quelle usate dagli altri pittori del tempo suo. Indossa ferrea armatura, e reca in mano il bastone, distintivo del grado di generale supremo: sul campo é tracciata questa semplice inscrizione :

FRANC. FRIZZO INCLITVS DVX — CLASSIS IMP. ELECTVS — M.DCXLVI.

Il Palazzi in quella vece ha la seguente leggenda: Romanae Lupae in Castrum irruenti Leonem Venetum cum Parma obieci, et adversas acies repressi communis concordiae causa, donec pax extitit. Rursum pro Ecclesia Romana bella pia, et iuxta suscepi, et Lunae Turcicae in Creta, Canea occupata, crescenti me opposui, obiecturus abdicato principatu caput, ni Mors prius ine abslulisset. Corde D. Marco in pignus relicto.

(a) La famiglia Erizzo, per attestazione concorde di tutti i cronacisti, venne dall’ Istria, nell’ 805, a por stanza in Venezia, e fu ascritta al Maggior Consiglio l’anno 1050, nella persona di Pietro, che servito aveva con fedeltà e valore nella guerra pel riacquisto di Zara. Concorse, con altre famiglie, alla erezione delle chiese di Santa Maria Zobenigo e dei S.ti Apostoli, e dal suo seno uscirono parecchi magistrati cospicui ed uomini illustri. Quattro scudi, di poco diversi, porta il Coronelli nel suo Blasone appartenenti a questa casa; ma il più comune é però quello recante, in campo azzurro, una banda d’oro, caricata di un riccio nero, e della lettera E in carattere gotico, nelle quali due figure é simboleggiato il cognome Erizzo. Francesco Erizzo nacque il 28 febbraio 1666, da Benedetto q. Giovanni. Sostenuti da prima, per gradi, alcuni uffici della Repubblica, cioè quello di savio agli ordini, di sindaco in Dalmazia, di provveditore a Salò, di savio di Terraferma e di senatore, venne poscia, nel 1607, designato a luogotenente in Udine. Ripatriato, fu eletto fra i censori del Consiglio dei X, e quindi sostenne la carica di savio grande e di provveditore generale della fortezza di Palma, nel quale ufficio essendo ancora nel 1615, passò provveditore in campo nella guerra del Friuli contro gli Austriaci. Ivi, attaccato un corpo di essi a Chiavarono, riportò compiuta vittoria, dalla quale, in molta parte, dipende l’esito felice di quella campagna. Poco appresso, cioè nel 1617, passava, in qualità di commissario, nel Cremasco e nell’ esercito di Lombardia; e allorquando il duca d’Ossuna, viceré di Napoli, imbrandiva le armi ed usava occulto tradimento per debellare la potenza dei Veneziani, l’Erizzo veniva provveditore dell’esercito che doveva rintuzzarlo. Tornava poi in patria ed era, a premio, decorato, il 22 dicembre 1618, del titolo di procurator di San Marco de ultra, in luogo del morto Pietro Borbarigo. Salito, l’anno appresso, Ferdinando II al trono imperiale, l’Erizzo, con Simeone Contarini, era spedito ambasciatore straordinario per salutarlo imperatore a nome della Repubblica; e piacquero tanto i modi gentili e le dolci sue maniere, che venne da quel regnante creato cavaliere. Dopo essere stato riformatore dello studio di Padova, carica sostenuta da lui negli anni 1620 e 1621, fu egli, nel 1623, inviato ambasciatore straordinario ad Urbano VIII, allorché quel gerarca assumeva la tiara; e, due anni dopo, essendosi i Veneziani uniti coi Francesi per resistere ai Tedeschi ed agli Spagnuoli nella Valtellina, veniva l’Erizzo al campo siccome provveditor generale. Alla qual carica fu riassunto nel 1628 per la guerra di Mantova; e per la terza volta ritornava, due anni oppresso, sotto Mantova stessa, ove essendo, veniva innalzato al supremo onor della patria, come sopra dicemmo. Le di lui virtù furono molte e spiccate: religione, pietà, giustizia, valore, prudenza, carità della patrio. Per queste doti fu amato da tutti, da tutti in morte desiderato e compianto, lasciando un nome degno di essere celebrato dalla posterità.

(b) Il monumento nobilissimo, che l’ Erizzo stesso, nel 1633, aveva ordinato per sé all’architetto e scultore Matteo Carmero, e che veniva compiuto prima ancora della sua morte, occupa il sinistro luto della chiesa di San Martino, ed orna l’ingresso in modo che la porta sembra parte integrante del monumento medesimo. Due zoccoli, l’un sull’altro, reggono quattro colonne d’ ordine corintio, i cui laterali intercolunni accolgono trofei militari e lo scudo gentilizio del duce, e quello di mezzo lascia luogo alla porta indicata. Sta sul ciglio di questa un piedistallo, sul quale, sopra tre gradi, posa il trono e il simulacro dell’Erizzo in atto di accogliere le suppliche dei ricorrenti. Corona il monumento un frontone alquanto depresso, e ciò perché fin là giunge il soppalco del tempio. La ricchezza dei marmi e l’oro in copia profuso fan distinto questo monumento su molti altri, quantunque il gusto dominante del secolo nel quale fu condotto abbia lasciato tracce di suo barbarismo.  Sulla base del trono é sculta questa inscrizione : DEI GLORIAE. PATRIAE AMORI POSTERITATIS DOCVMENTO FBANCISCVS ERICIVS VENETIARVM DVX COELESTI OPE REIP. BENIGNITATE PRAECIPVIS DIGNITATIBVS TERRA MARI PERFVNCTVS DECIMVM SVMMO ARMORVM INSIGNITVS ÌMPERIO ABSENS ADPRINCIPATVS FASTIGIVM EVECTVS VIVENS HOC PERENNE GRATI ANIMI MONVMENTVM FIERI IVSSIT.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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