Pietro III Candiano. Doge XXI. Anni 942-959

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Pietro III Candiano. Doge XXI. Anni 942-959

Chiamato dal volere del popolo, Pietro III Candiano, figlio di Pietro II, salì al trono ducale. Dopo un anno soltanto di reggimento dovette sostenere i diritti del patriarca di Grado, Marino, contro le pretensioni nuovamente poste in campo da Lupo, patriarca di Aquileia, il quale assalito aveva la città stessa di Grado per impadronirsene. A por modo alle violenze di Lupo usò il doge del partito medesimo posto in opera dal padre contro Wintkero, marchese dell’Istria, cioè, di sospendere ogni traffico e comunicazione col Friuli, e massime di recarvi il sale ed altri generi di supremo bisogno, interdicendo anche alle genti nemiche l’ingresso nelle venete acque. Ciò valse, perché Lupo, astretto dal lagno comune dei popoli, chiedesse umilmente la pace; la quale conseguì alfine, mediante l’interposizione dello stesso patriarca Marino, a patto però di
non ripigliare più mai le armi contro la giurisdizione di Grado, sotto pena di cinquanta libbre d’oro ogni qualvolta mancasse.

Tornavano anche i corsari Narentani ad infestare il Golfo colle assuete lor piraterie, sicché, a reprimerli, doge Pietro, il sesto anno del suo ducato, siccome nota il Sagornino, armar fece trentatré navi appellate gumbarie e ne diede il comando ad Orso Badoaro, o Partecipazio, ed a Pietro Rusolo od Orseolo. Veleggiarono essi verso le spiagge di Narenta e di Ragusa, ma, sia per l’una o per l’altra cagione, tornarono senza effetto alla patria. Il perché, doge Pietro ordinava si rimettesse in mare la flotta, dandone, forse, il comando a capitani più esperti; i quali tanto operarono che i nemici furono costretti a chieder pace, sotto promessa di non più rendersi infesti al veneto commercio.

Per le perpetue vicende d’Italia era, nel 950, pervenuto a cingere la corona di essa re Berengario II, al quale, l’anno seguente, spediva il doge un’ambasceria affine di conseguire la rinnovazione degli antichi trattati; il che ottenne subitamente.

Erano trascorsi quattordici anni da che Pietro ducava, quando, più per gli eccitamenti perpetui del secondo suo figlio, pur esso di nome Pietro, che per sollevarsi dalle gravi cure di Stato, se lo prese a compagno, coll’ assenso però della nazione. Ma dovette ben presto amaramente pentirsi: imperocché questo giovane ambizioso, di violento carattere, e sconoscente dei doveri di figlio, non appena fu pago nel suo desiderio, mal soffrendo il freno impostogli, forse, dal padre, fattosi un partito a sé devoto, osò tramare una congiura contro di esso per cacciarlo dal trono. Quindi improvvisamente assaliva il palazzo ducale; ma invano, ché il popolo tutto indignato, levandosi contro di lui, lo sconfisse, lo prese, e già voleva trarlo a morte, se accorso il padre pietosamente lacrimando, non avesse impetrato per la sua vita. Raccoltasi tosto l’assemblea nazionale, statuì che venisse l’iniquo dannato all’esilio, giurando unanimemente che, vivo o morto il suo genitore, non sarebbe egli mai più stato accolto, né più mai richiamato a sedere sul trono.

Pietro partì quindi, togliendo seco a compagni Giovanni prete, Giorgio diacono e dodici servi, portandosi a Ravenna, dove fu accolto cortesemente da Guido, figlio di re Berengario; e tanto seppe entrargli in grazia, che divenne suo compagno in guerra nelle marche di Spoleto e Camerino; nella quale avendosi distinto, tornato a Ravenna, ottenne sei navi, colle quali uscì a corseggiare a danno della propria patria. E poiché gli fu noto, stare sull’ancora alla foce del Po di Primaro sette navi veneziane cariche di ricche merci destinate a far vela per alla vòlta di Fano, corse ad assalirle, ed impadronitosene, le trasse a Ravenna. Per questa sciagura, succeduta all’ altra assai più funesta, cioè quella della peste, che desolato aveva la città, da ridurla quasi a sepolcro; a cui si aggiunga i lamenti alti e perpetui, sollevati dai partigiani dell’espulso Pietro, cadde il doge addolorato così, che gli fu forza soccombere nel 959, ottenendo sepolcro nella chiesa di santo Ilario in isola.

Domenico figlio di Giovanni Talonico, cappellano della basilica ducale, cancelliere del doge, e indi vescovo Olivolense, avendo recato dall’ Oriente le reliquie del Precursore, e quindi donatele, al tempo del nostro doge, alla chiesa di San Giovanni in Bragola, diede motivo che di tale acquisto se ne facesse memoria nella inscrizione che si legge nel cartellino girante retro, il ritratto del doge stesso. La quale inscrizione è la seguente, rapportata con poca differenza dal Sansovino:

SVB ME RELIQVIAE SANCTI IOANNIS BRAGORAE ECCLESIAE DEPONVNTVR.
OBII PAVLO POST SVBSTITVTVM FILIVM (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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