Maurizio Galbajo. Doge VII. Anni 764-787

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Maurizio Galbajo. Doge VII. Anni 764-787.

Raumatosi il clero ed i nobili in assemblea, sul lido di Malamocco, fu eletto doge, nel 704, Maurizio Galbajo, che il Sanudo appella Calbalono. Di questo tutti gli storici fanno menzione, siccome d’uomo adorno delle più invidiate ed amabili doti, fra quanti meritarono che fosse loro affidata la sorte di un popolo valoroso ed illustre. Lui uomo di grande ingegno, peritissimo in ogni scienza politica, prudente, chiaro per la integrità del vivere; lui nobile di stirpe, e nobilissimo per incliti fatti; lui ricco di ciò tutto era mestieri per rendere felice una gente. Egli possedeva la qualità più desiderabile in coloro che sono investiti del potere supremo, la moderazione. La sua dolcezza e probità gli conciliarono altissima stima: in somma, fu di quei principi la memoria dei quali non si è conservata per splendide gesta, ma per le benedizioni dei popoli. Era lealmente soggetto alle leggi, in guisa che si reputava governato precipuamente dalla ragione e dalla giustizia, e fu giudicato meritevole che gli si levassero dallato i due tribuni. Ciò peraltro non è detto dal Sagomino, dal Dandolo, dal Giustiniano e dal Sanudo, ma ragionevolmente è da altri storici riferito. Finalmente anche ad esso è attribuito il titolo d’Ipato, ma è notizia questa tanto poco sicura, quanto meno importante.

La eccellenza dei suoi portamenti nella cura del governo apparve tosto nel conciliare i cittadini tra loro discordi, frenando con risoluto animo le risse fra Equilio ed Eraclea, e comprimendo la prepotenza dei nobili e la superbia dei popolani. Studiò di accrescere i commerci, la navigazione, le industrie, mezzi soli per augumentar la ricchezza delle nazioni. Asseriscono anche gli antichi, avere egli conservata illesa la patria dalle perturbazioni che al suo tempo affliggevano Italia. E questa è la vera lezione, non l’altra dei più recenti scrittori, che dicono aver egli fornito a Carlo Magno una flottiglia per vincere l’assediata Pavia; mentre, e nessuno fra gli storici stranieri accennano a questo fatto, e dalle cose accadute coll’andare degli anni, come vedremo, ciò non risulta. Ma ben risulta, avere i Veneziani spedite le barche loro a Pavia, affine di condur vettovaglie all’esercito, siccome ricorda il Beneventano. E questo fu appunto per ragion di commercio, curato dai Veneziani siccome cosa suprema.

L’isola di Rivoalto di questi tempi unita per via di ponti colle isolette circostanti, e più salubre, più sicura e più popolata delle altre, mal comportando di essere soggetta al vescovo di Malamocco, chiese di avere un vescovo proprio. La quale domanda essendo paruta giusta al Doge, unitosi al patriarca di Grado Giovanni, convocò il sinodo nazionale nella chiesa di Malamocco, e nominato venne a primo vescovo Obelerio, o Obeliebato, figlio di Encangelo, tribuno di Malamocco, e se ne fissò la sede in Olivolo, isoletta vicina a Rivoalto, dov’era una vecchia chiesa per avanti edificata e un castello; tantoché fu appellato da prima vescovo Olivolense, e quindi, andato in disuso quel nome all’isola, assunse, intorno al 1090, il titolo di vescovo Castellano. Tale avvenimento è fissato dagli storici più sinceri all’anno 776.

Né qui ristettero le cure solerti di Maurizio per conservare l’ordine, e coll’ordine l’interna pace, che sorto essendo l’ambizioso Giovanni, patriarca di Aquileia, contro il patriarca gradense, e tentando spogliarlo dei possedimenti e dei dritti a lui spettanti, subornò i vescovi dell’Istria, acciocché, toltisi dalla soggezione del suo rivale, si dichiarassero dipendenti da lui. Questi lo fecero assai volentieri, massime per essere aiutati dai re Longobardi: laonde il Doge, spediti legati a Roma, ottenne da papa Stefano IV due lettere, una di consolazione pel patriarca di Grado, l’altra di amara doglianza per quello di Aquileia.

L’avvenimento però più importante del ducato di Maurizio è l’associazione al potere, che, con licenza del popolo, egli fece del suo figliuolo Giovanni. Tutti gli scrittori, quale più, quale meno, condannarono questa condiscendenza dei Veneziani siccome debolezza funesta. Imperocché, dicono, che tale colleganza, nuova nelle isole, conceduta ai grandi meriti di Maurizio, disegnante il succedituro, e veduta in tanti imperatori romani, fu in progresso di tempo dai succeduti dogi voluta o nel figlio o nel fratello, senza meriti e senza grazia di patrizi, ma per arbitrio di potestà; onde, per quella trista declinazione delle cose umane, la convenevole condiscendenza divenne poi male politico.

Maurizio godette d’avere a compagno il figlio negli ultimi nove anni di sua vita; e, nel ventesimoterzo, cioè nel 787, lasciò nel suo popolo grande desiderio di se. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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