Le misure minime di vendita dei pesci al mercato di Rialto

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Portico della Chiesa di San Giacomo di Rialto con la colonna con il pesce o l'ostrica. Sestiere di San Polo

Le misure minime di vendita dei pesci al mercato di Rialto

Nel libro “Soggiorno in Venezia” di Pasquale Negri, pubblicato a Venezia nel 1854, sotto lo pseudonimo letterario di Edmondo Lundy, l’autore descrive l’uso dei veneziani di cucinare e consumare il pesce e sulle leggi che ne regolavano la sua vendita.

Racconta il Negri che gli antichi veneziani facevano, sopra la pesca dei pesci, delle ottime leggi, per esempio d’estate non si poteva pescare le ostriche, e se i pescatori le coglievano andavano incontro a delle sanzioni severe. La proibizione durava per quei mesi che non avevano la lettera R come maggio, ec. e cessava in quei mesi in cui detta lettera si ritrovava. Nei mesi estivi le ostriche si dicevano da latte, perchè contenevono un liquore biancastro, e si riteneva che mangiarle facesse male, perciò con il caldo erano proibite, ma il vero motivo del divieto era per conservarne la specie. Nell’estate le ostriche divenivano feconde, e si era scoperto che quel bianco liquore era formato da un numero immenso di ostriche picciolissime.

I veneziani proibivano la vendita di quei pesci, che non fossero ancor giunti ad una discreta grandezza. Ad una colonna all’estrerno della chiesa di San Giacomo di Rialto sta impressa la misura che doveva avere l’ostrica e la sardella per essere vendute (*). Fu fissata la stagione per la pesca dei pesci, che si nutrono nelle valli e vivono nella laguna, ciò non solo per conservarne la specie, ma anche perchè Venezia avesse sempre una discreta quantità di questo alimento. Inoltre avevano fissato il prezzo relativo alla qualità e grandezza del pesce; e ciò si può ancora leggere su una lapide che sta nella pescaria grande a Rialto e in altre pescherie della città.

Erano poi rigorosissimi a controllare questo cibo anche presso coloro che lo vendevano cotto, onde scoprire se cominciava ad imputridirsi, e se lo trovavano guasto, lo facevano subito gettare nei canali. Vietavono altresì che per conservarlo fresco lo si ponesse nel ghiaccio, perchè con tale metodo se era utile da una parte, era dannoso dall’altra, rendendo il pesce del tutto insipido.

Tornando poi alle ostriche, a Venezia ve ne erano di due specie; quelle di mare e quelle di laguna o di valle. Queste ultime erano le migliori ostriche del mondo, sia per il sapore che per la delicatezza. Il loro guscio era sottile, e come barbuto nella estremità della conca superiore. Le ostriche di mare avevano in vece un sapore salmastro ed un poco acre. I pescatori veneziani trovarono il modo di correggerlo con tenerle per una ventina di giorni immerse nell’acqua di laguna, ma si riconoscevano sempre dal loro guscio grossissimo. (1)

(*) Il pesce stilizzato sulla colonna sembra piuttosto, visto il luogo dove si trova, il simbolo già usato dai primi cristiani per indicare Gesù Cristo.

Testo inciso sulla targa con le lunghezze minime di vendita del pesce nel mercato di Rialto, e in altri punti della città:

LUNGHEZZE MINIME PERMESSE
PER LA VENDITA DEL PESCE
DELLE SEGUENTI QUALITA’
—– cent.
BARBON TRIA SARDELLA 7
BRANZIN ORADA DENTAL CORBO
SPARO BOTOLO BOSEGHETA SOASO
LOTREGAN MECIATO VERZELATA
LOVO SFOGIO PASSARIN ROMBO 12
BISATO 25
OSTEGA 5
PEOCIO 3

(1) Pasquale Negri. Soggiorno di Venezia di Edmondo Lundy. Venezia Tipografia Grimaldo 1853

FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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