Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice di salotti letterari

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Élisabeth Vigée Le Brun. Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi (foto dalla rete)

Isabella Teotochi Albrizzi, animatrice di salotti letterari

Isabella nacque nel 1760 a Corfù dal conte Stefano Teotochi e da Nicoletta Veja, veneziana. D’ingegno pronto e vivace ella cominciò fin da fanciulla a mirare più in alto di quanto le modeste condizioni economiche della famiglia non le permettessero; per cui s’applicò con passione a studiare letteratura italiana e francese sotto la guida di Alberto Zaramellino e dell’abate Zannini.

Il 10 marzo 1771 veniva mandato a Corfù dalla Repubblica veneta, quale comandante di galera il N.H. Carlo Antonio Marin, il quale, conosciuta la fanciulla, allora appena quindicenna, ne rimase subito così profondamente colpito che pensò di farla sua moglie. Cieco d’amore non seppe vedere quale abisso lo separasse dalla vaga creatura: lui bruttissimo, rozzo di modi, austero, di miti pretese sociali; lei gentile, vivace, ardente, conscia della propria rara bellezza e la mente piena d’illusioni. La chiese quindi in sposa al padre che, carattere inerte, lasciò la decisione alla moglie. Questa, esultante al pensiero che l’amata figliuola sposasse un patrizio veneziano, acconsentì.

Le condizioni della fanciulla non venivano tenute in quei tempi in alcun conto prevalendo la volontà dei genitori; e così, malgrado la sua avversione il 10 aprile 1776 Isabella, l’occhio di sole della terra di Corfù, a capo chino e pallida in volto, dovette andare a nozze.

Uscito il marito poco dopo di carica, gli sposi si trasferirono a Vnenezia, dove cominciarono a condurre vita ritirata e modesta. Ma non era nell’ideale di Isabella rinchiudersi fra le pareti domestiche, troppo angusta per i suoi sogni e ne soffriva. Senonché frattanto diede alla luce un bimbo, a cui venne imposto il nome di Giambattista. La maternità prevalse tosto sui sogni, e Isabella, allora appena diciassettenne, rivolse tutte le sue cure al figlioletto.

Qualche anno dopo il Marin veniva nominato giudice alla Quarantia civile vecchia. Per Isabella fu il primo batter d’ali nel volo magnifico che doveva innalzarla ad altissime vette.

Per effetto dela sua carica il Marin veniva a trovarsi a frequenti contatti di persone eminenti che egli presentava alla moglie e che questa cominciò a ricevere in casa sua, preparandosi così a quel futuro famoso salotto che doveva passare alla storia. La sua bellezza, la sua grazia, il suo fascino la rendevano ammirata da tutti; il talento le permetteva di apprendere con facilità ogni studio; ed il continuo conversare coi dotti le insegnava i sottili segreti di una colta conversazione. Ma il Marin mal sopportava la vita brillante della moglie e ne derivarono violente discordie.

Nel 1793, nominato provveditore, egli veniva destinato a Cefalonia. Isabella che non sapeva rinunciare alla conversazione, si rifiutò di seguirlo. Ne seguirono contrasti e minacce. Il figlio fu mandato in Seminario a Treviso e il Marin partì solo.

La lontananza intiepedì anche i più i rapporti fra marito e moglie; finché nel 1795, anche per suggerimento, dicesi, del padre, che rimasto vedovo, ella eveva richiamato con sé a Venezia, Isabella fece domanda di divorzio, divorzio che dopo laboriose controversie giuridiche, veniva infatti pronunciato l’8 luglio dell’anno stesso.

Fra i più assidui frequentatori di Casa Marin era il N.H. Giuseppe Albrizzi, inquisitore di stato, il quale, com’ella fu libera, le propose di sposarla. Isabella ne fu contentissima. I fratelli di lui però, temendo di veder scemato con la spartizione del patrimonio lo splendore della famiglia, si opposero a tali nozze.

L’Albrizzi la sposò allora in segreto e, a cercar di metter un velo alla cosa e far tacere gli indiscreti, la mandò a far un viaggio in Italia, affidandola a Sebastiano Salimbeni, uomo coltissimo e di specchiato carattere che ella aveva conosciuto, subito dopo le nezze, nel suo viaggio da Corfù a Venezia e che le si era mostrato sempre amico altrettanto devoto quanto saggio e prudente. Fu così a Firenze, dove venne perfino, introdotta a Corte, quindi a Roma.

Ritornata a Venezia, e regolarizzato il suo matrimonio con l’Albrizzi, rifattosi frattanto in pace con i fratelli, Isabella ripigliò più brillantemente che mai le sue conversazioni. In breve il suo salotto (a) divenne il ritrovo ambito dei più dotti, degli artisti più insigni, dei personaggi più illustri, quali il Foscolo, il Canova, l’Alfieri, il Monti, il Cesarotti, il Bayron, che di lei parla diffusamente nelle sue “Memories“, ecc.

Caduta nel 1797 la Repubblica, l’Albrizzi, mal sopportando la mutata fisionomia di Venezia, si trasferì nella sua splendida villa di San Trovaso di Preganziol sul Terraglio, dove continuò a ricevere gli amici, assiduo fra tutti il Pindemonte per il quale ella era “la saggia Isabella“.

Nel 1800 ebbe un secondo figlio, Giuseppino. Con il trattato di Campoformio, essendosi ristabilita la quiete, Isabella si ritrasferì allora a Venezia, dove riaperse le sue sale, allargando sempre più la cerchia dei suoi amici. La sua gloria passò i confini. Nelle sue sale ricevette il principe Oscar, che divenne poi re di Svezia, il principe Hohenzollern, Carlo Luigi di Borbone duca di Lucca, il principe ereditario di Baviera, ecc. Una sera ben undici nazioni vi erano rappresentate, compresa la cinese, e vi si parlò in undici lingue diverse fra orientali ed europee.

La popolarità d’Isabella attrasse ben presto su di lei l’attenzione della Corte d’Austria, ed ella venne creata dama della Croce stellata, onorificenza riservata alle nobilidonne adoranti la croce e praticanti la carità e la virtù. Ella fu considerata la donna più colta del suo tempo e per la sua bellezza venne chiamatata divina e saggia per la sue virtù.

Nel 182 Isabella perdeva il padre, nonagenario, e nel novembre dello stessp anno il marito, che era stato da lei sempre teneramente amato. Essa cercò conforto nello studio e si applicò con anche maggior lena ai suoi lavori. Nel 1817 visitò la Francia, e nel 1821 intraprese in compagnia del suo Giuseppino un secondo viaggio in Toscana. Ritornata a Venezia ella si dedicò interamente al figliolo e non si mosse più.

Nel maggio del 1836 Isabella ammalò di una dolorosa infermità e non si alzò più dal letto. Durante la malattia ella fu visitata dall’Arciduchessa Elisabetta d’Austria nata principessa di Savoia Carignano e non uno dei suoi amici vicini e lontani trascurò di interessarsi di lei, chiedendone ansiosamente notizie. Finché la mattina del 27 settembre 1836, assistita dai suoi due amati figliuoli, chiudeva per sempre, tra l’universale compianto, i begli occhi alla luce. Isabella venne sepolta nella chiesetta delle Grazie, situata nei pressi di villa Albrizzi.

Di Isabella Teotochi Albrizzi oltre alle lettere quasi tutte pubblicate, rimangono i “Ritratti“, la “Vita di Vittoria Colonna” e le “Descrizioni delle opere del Canova“. (1)

(a) La casa dell’Albrizzi sorgeva in Calle San Moisè e fu demolita in occasione dell’allargamento della calle stessa ora Via XXII Marzo.

Testo scritto sulla lastra sepolcrale di Isabella Teotochi Albrizzi nella Chiesa delle Grazie a San Trovaso di Preganziol:

GIACE
SOTTO QUESTA PIETRA
ELISABETTA DE’ CONTI TEOTOCHI
CORCIRESE
CONSORTE AL VENETO PATRIZIO
SENATORE DECEMVIRO INQUISITORE DI STATO
GIAMBATTISTA VI GIUSEPPE ALBRIZZI
DAMA DELL’INSIGNE ORDINE DELLA CROCE STELLATA
CHIARA PER NOBILTÀ AVITA E MARITALE
PER FAMA CHIARISSIMA IN ITALIA ED OLTRE
VENEZIANA DE STAËL COME NE SCRISSE BYRON
SAGGIA QUALE LA PROCLAMÒ PINDEMONTE IPPOLITO
PER AVVENENZA PERSPICACIA SAPERE CORTESIA
MAGNIFICATA DA MOLTI E SOMMI
CHE LE DIEDERO GLORIA SCRIVENDO
QUANTA CANOVA SCOLPENDO PER DONARLE
AUTRICE VARIA ARGUTA DOTTA ELEGANTE
D’OGNI CONVERSEVOLE PREGIO
CARO MODELLO A’ CITTADINI E STRANIERI br> FIDA COSTANTE AGLI AMICI
FRA CUI NOVERÒ DE ‘ PRIMI DEL SECOLO
FIGLIA SVISCERATA SPOSA TENERISSIMA
MADRE CUI LE ANTICHE GRECHE APPENA COMPARABILI
DEL DOMESTICO CENSO
PROMOVITRICE PRUDENTISSIMA ASSIDUA
NATA AI XVI GIUGNO MDCCLX
MORTA PIAMENTE NONCHÈ VIRILMENTE QUALE VISSUTA
IL XXVII SETTEMBRE MDCCCXXXVI
LASCIÓ MISERAMENTE SUPERSTITE
GIUSEPPE ALBRIZZI FIGLIO
DI CUI NON AVRÀ FINE IL DOLORE
CHE IN QUESTA STESSA TOMBA.

(1) Olga Pisani. IL GAZZETTINO ILLUSTRATO, 13 febbraio 1927

Chiesetta di Santa Maria delle Grazie a San Trovaso di Preganziol, con la tomba di Isabella Teotochi Albrizzi.

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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