Il trionfo del libro veneziano

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Venezia (da una intestazione di libro)

Il trionfo del libro veneziano

Nell’ultimo decennio del secolo decimoquinto Venezia nelle sue duecento tipografie pibblicava millequattrocentonovantadue opere, mentre negli stessi due lustri Roma non ne faceva che quattrocento, Milano duecentoventisette, Firenze centosettantadue. Con l’aumento delle opere pubblicate, la stampa veneziana saliva gloriosa per la praticità del sesto, cioè la dimensione del libro in altezza e larghezza, per l’eleganza dei caratteri, la bontà della carta, il pregio e la bellezza delle xilografie e delle incisioni in rame. Tra i più celebri tipografi di quell’epoca aurea del libro erano gli Aldini, i Nicolini da Sabbio, Simon da Lovere, Marco Sessa, il Torresani, il Rusconi, i Giolito, Francesco Rampazetto priore dell’arte, Nicolo de’ Rossi detto lo zoppo, i fratelli Monferrato, Antonio Giunta e quel Marcolini compare dell’Aretino, che pubblicava libri, fabbricava ponti ed era con tutti tradito dalla moglie.

Nessuna edizione usciva dalle tipografie che non fosse una vera opera d’arte, si traeva dalla statuaria antica, dalle decorazioni architettoniche, dalle scene bibliche l’ispirazione per i fregi marginali e le iniziali dei capitoli. Aldo Manuzio (a) inventava il carattere corsivo, detto poi italico o aldino; Vindello da Spira immaginava le tavole figurate incise su legno; Benedetto Padoana e Mattia Corvino mettevano in pregio le eleganti rilegature veneziane che davano una veste decorosa ai tanti volumi pubblicati.

Nel Cinquecento le botteghe del libro stavano in massima parte a Rialto, e San Moisè, in Frezaria e nei pressi della chiesa dell’Ascensione, Giacomo Franco, scrittore d’arte, incisore, calcografo ed editore, aveva bottega in Frezaria all’insegna “Al Sole“; Francesco Sansovino, l’autore di “Venezia città nobilissima et singolare” dedicata a Bianca Cappello, intitolava la sua bottega “Alla Luna crescente“; e i due Aldo Manuzio sfoggiavano nelle scansie del loro negozio a San Paterniam le stupende edizioni dei classici tra le quali il Canzoniere del Petrarca, stampato in piccolo testo, e che fu il primo di quei “Petrarchini” tanto cari alle cortigiane intellettuali del Cinquecento.

Non era raro di vedere anche qualche banco sotto i Portici del Palazzo Ducale metere in bella mostra alla curiosità del pubblico le “Satire” dell’Aretino, la “Strazzosa” di Maffeo Veniero, gli “Amori di Naspo castellano e Caie biriosa” (dei Birri), del Caravia, le poesie del Calmo, e “Le tre furie del mondo” in cui Michelangelo Biondo parla di una avventura, la cattiva sua moglie che lo avrebbe tratto alla disperazione, se lei stessa non lo avesse liberato precipitandosi da una finestra.

Ma il più grande sfoggio pubblicò del libro veniva fatto nella famosa Fiera della Sensa, quando accanto ai tesori, delle merci, dei gioielli, delle vetrerie, delle stoffe anch’esso appariva nella sua splendida veste: nel 1508 sopra un banco coperto di velluto e adorno di seta, comparve il più celebre libro uscito dalla tipografia dei Manuzio, la “Hypnerotomachia Poliphili” del frate Francesco Colonna del convento dei Santi Giovanni e Paolo, che tanta efficacia ebbe sul rinascimento artistico d’Italia e di Francia. (1)

(a) Aldo Pio Manuzio detto il vecchio, per distinguerlo dal figlio con lo stesso nome, aveva nel 1506 la sua famosa stamperia a Sant’Agostino dove ora si legge la lapide a suo ricordo posta nel 1828 dall’abate don Vincenzo Zenier a sue spese.

Leoni di San Marco (da intestazione libri), Marchi tipografici e caratteri di inizio capitolo. L’Arte della Stampa nel Rinascimento Italiano Venezia. Ferdinando Ongania Venezia 1894

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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