Il curioso testamento di Aldo Manuzio

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La casa di Manunzio a Sant'Agostin. Sestiere di San Polo

Il curioso testamento di Aldo Manuzio

In Rio Terà Secondo presso il campo di SantìAgostino, si innalza anche oggi un piccolo palazzo gotico, costruzione quattrocentesca, dove Teobaldo Pio Manuzio, comunemente conosciuto con il nome di Aldo, teneva, verso il 1490, la sua celebre tipografia.

Nato a Bassiano nel ducato di Sermoneta in quel di Velletri, venne alle lagune non ancora quarantenne e, unitosi con un altro celebre stampatore Andrea Torresani da Asola nella provincia di Mantova, condusse la sua arte a quella perfezione che non fu superata da alcuno.

Il Torresani ebbe grandissima affezione per Aldo, al quale già maturo di cinquantasei primavere diede in sposa la propria figlia Maria giovanissima, che gli portò in dote, come racconta il Bernoni, quattrocento e sessanta ducati, e suocero e genero vissero insieme, quello acuto e previdente nell’amministrazione dell’azienda, questo tutto dedito agli studi e al miglioramento della sua tipografia, ma non fatto per gli affari.

Il filosofo olandese Erasmo da Rotterdam, venuto a Venezia nel 1508 per finire nella quiete lagunare i suoi “Adagia” e farli pubblicare da Aldo, fu ospite della famiglia che intanto con il matrimonio era era aumentata di tre figli ed una figlia.

Le spese crescevano: la tipografia costava al Manuzio circa duecento ducati al mese, poi c’era, consuetudine veneziana, l’alloggio e il vitto ai copisti, traduttori, correttori ed operai e per fare qualche guadagno non ci voleva che le severe cure amministrative del Torresani, il quale, a detta di Erasmo, non teneva che a far quattrini “et versava aqua nel vino, comperava frumento guasto per fare il pane, dava per nutrimento agli operai lattuga e lattuga et a li ospiti un brodetto di vacca e del formaggio duro come pietra“. Erasmo, filosofo e umanista, ma buon mangiatore, amante indiscreto del buon vino, afferma di aver sofferto oltre la fame anche il freddo e il sonno e narra che la casa del Manuzio, il principe dei tipografi, era d’inverno “mal riparata et ventosa et di estate piena di pulci e di cimici da non lasciar dormire una sola ora“.

Il filosofo, proclive per indole alla satira, esagerata certamente, ma qualche cosa di vero ci doveva pur essere se nel 1505 il Manuzio si divise dal suocero e piantò la sua tipografia a San Paternian nel “Rio Terà” vicino alla chiesa che stava allora sull’area dove oggi sorge il palazzo della Cassa di Risparmio (Campo Manin).

Nella nuova casa il Manuzio continuò a pubblicare le sue splendide edizioni, “opere latine et greche ben corecte cum meravigliosa diligentia” e fu in questa sua ultima dimora che egli verso la fine del 1514 dettò il suo testamento con questa curiosa clausola che fu, appena conosciuta, molto commentata e discussa dai parenti e dagli amici. “Lasso a Maria, mia consorte carissima, ultra la soa dote, ducati cinquecento, cum questa conditione che in termina di uno anno poi la morte mia deba fare una de doi cose; o deventare monacha de osservantia de quelle che sono de bona fama, o de maritarsi in uno che sia de Carpi, o de Asula, o da Ferrara et non da altri lochi. Altramente facendo non voglio habia cosa alcuna di miei beni et facultate“.

Aldo Manuzio morì appena di sessantasei anni, nella notte dell’otto febbraio 1515 dopo di essere “stato molti zorni amalato” e Marin Sanudo nei suoi Diari scrive che “per esser sta preceptor dei Signori de Carpi ordinò el suo corpo fusse portato a sepelir a Carpi dove quelli Signori li dettono certe possessioni“.

I funerali gli vennero fatti nella chiesa di San Paternianodove il suo corpo atorniato cum molti libri et fu fato, dopo l’exequie, una horation in sua laude per Raphael regio lector publico in questa città in humanità et po il corpo fo messo in uno deposito fino si mandi via“. Ma sembra che nessuno si occupasse poi del suo ultimo desiderio, e il povero Aldo Manuzio giacque dimenticato, poiché né a Carpi né in chiesa San Paterniano nessuna iscrizione indicò mai il luogo della sepoltura di questo dotto e famoso maestro dell’arte tipografica.

La moglie Maria Torresani, non ancora trentenne, si stabilì a Ferrara con i piccoli figli, Paolo, il più giovane, aveva appena tre anni, e non sentendo alcuna vocazione per la vita monacale preferì il matrimonio con un ricco mercante di Carpi. Paolo fu più tardi il continuatore della celebre tipografia paterna e divenne anc’egli famoso tipografo e valentissimo erudito. (1)

(1) Giovanni Malgarotto. IL GAZZETTINO, 27 aprile 1930

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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