I “zozoli” (ciccioli) del “zuoba de la caza” (giovedì grasso)

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Gabriele Bella. Caccia dei tori in corte del Palazzo Ducale. Pinacoteca Querini Stampalia

I “zozoli” (ciccioli) del “zuoba de la caza” (giovedì grasso)

Woldarico (o Ulderico) patriarca di Aquileia, vano e violento uomo, invece di segnalare il suo zelo per Federigo Barbarossa imperatore, ma per soddisfare piuttosto gli interminabili suoi odi contro i patriarchi di Grado, occupava quella città con un piccolo esercito, composto di Friulani e di Carinziani, e la poneva a sacco (anno 1162 o 1163).

Recuperata Grado prestamente dai Veneziani dichiaravano essi al detto Woldarico, rimasto prigionero con molti suoi soldati, coi suoi chierici e con settecento nobili e capitani di castello, che se voleva uscire dalla prigionia doveva inviare ogni anno, il giovedi grasso, al doge dodici grandi pani e dodici pingui porci. (Libro Pactorum II). Accomodatosi Woldarico a quei umiliantissimi patti, e raffigurando i Veneziani nel toro (che si uccideva il giovedì grasso) il patriarca, e nei porci i suoi chierici, statuivano, che quelle bestie dovessero essere, ogni anno, decapitate alla presenza del doge e del popolo, e che le carni loro fossero distribuite ai senatori, e i pani ai carcerati.

Prima della decapitazione del toro il doge con la Signoria si recava in una sala di Palazzo Ducale, quella in cui aveva sede i Signori di notte, ovvero la magistratura del Piovego, nella quale si trovavano eretti dei castellucci di legno, per i quali s’intendeva rappresentare quelli presi nella guerra al patriarca, ed ai suoi feudatari, ivi pertanto doge e senatori distruggevano a colpi di mazze e alla disperata quei castelletti, e poi nella Sala del Zudegà de Proprio si dava la sentenza di morte ai porci, “che poi disnar li sia tajà la testa in Piaza”. (1)

Quando la Repubblica ebbe la Patria del Friul, nel 1420, tolse l’obbligo ai friulani di fare queste regalie, ma mantenne la consuetudine della festa, e l’ufficio delle Raxon Vechie doveva provvedeva ai pani da dare ai carcerati e ai maiali da dare ai patrizi, il Doge per conto suo comprava altri porci per “dar zozoli a li zentilhomeni“.

Ma già nel 1511 non si davano più gli “zozoli” ai nobiluomini, scrive il Sanudoin questo anno il principe non mandò li zozoli per la terra (città), justa il solito; et in memoria di homo si è mai restao. La causa non so, ma dice si stenta aver porchi“, si era in piena guerra contro la Lega di Cambrai.

Il giorno 7 marzo 1520 racconta sempre il Sanudo nei suoi Diari, fu stabilito che i due Consiglieri, che andavano al Zudegà de Proprio a dare l’infausta sentenza ai porci,  al posto del principe (loco Principis), non dovevano più andarci, e fu deciso anche che il Doge e la Signoria non dovevano più buttar giù i finti castelli nella Sala del Piovego, ma si doveva continuare a fare “la caza al toro” e tagliare la testa ai porci da parte degli scudieri del doge come al solito.

La decisione fu presa poichè quel “Zuoba di la caza” essendo il Legato episcopale di Pola in Collegio, si alzarono i due consiglieri per andare al Proprio a dar la sentenza, e il legato chiese dove stessero andando. Quando sentì dire, da parte del Serenissimo, dove e cosa andavano a fare se la rise molto, sicchè fu deciso di mettere la parte (legge) di levare tale consuetudine.  (2)

(1) Fabio Mutinelli. Lessico veneto, compilato per agevolare la lettura della storia dell’antica Repubblica di Venezia. Tipografia di Giambattista Andreola, Venezia 1852.

(2) I Diari di Marin Sanudo. Tomo XXVIII (7 marzo 1520)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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