La Scala dei Giganti e il Leone di San Marco

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Il Leone marciano sopra la Scala dei Giganti. Palazzo Ducale

La Scala dei Giganti e il Leone di San Marco

Abbiamo dal Sansovino che ducando Marco Barbarigo, cioè nel 1485, s’incominciò ad erigere e la facciata maggiore nell’interno del Ducale Palazzo, e questa scala; ambe compiute poi sotto il governo del principe successivo Agostino, fratello di Marco, il quale salito al trono, lo occupò fino al 1501.

Di fatti, si osserva sopra gli archi laterali, che formano base al superior pianerottolo, e servono di rinfianco al corpo principale della scala, lo scudo gentilizio dei suddetti dogi; ed si ha poi da un documento estratto dal pubblico archivio e pubblicato dal diligente e dotto abate Cadorin, essersi questa perfezionata dopo il 1491 da Antonio Riccio o Rizo, come lo chiamano le vecchie carte.

Avevano costume i generali e i governatori delle città marittime veneziane di condur seco quegli ingegneri riputati utili alla guerra, alla difesa delle fortezze, a dare consigli intorno ai modi più solleciti e certi per stringere d’assedio una città; e quindi fu il Riccio a questo scopo condotto in Oriente dal capitano Alvise Quirini, e dall’intrepido e vittorioso Antonio Loredano, per cui si trovò presente al famoso assedio di Scutari, dove egli si mostrò fedelissimo e costante, usando nella difesa di quella fortezza di tutti quei mezzi che erano in potere dell’arte sua. Per questa causa sì gloriosa alle nostre armi, egli fu coperto di ferite, e ritornato in Venezia, ne ebbe premio condegno al suo valore, venendo decretata dal Senato una pensione per venti anni a lui ed ai suoi figli. Dopo quest’epoca egli adoperò tutto il suo ingegno a perfezionare il Palazzo Ducale, quantunque già fosse incanutito, e ne ebbe nuovi premi e salario larghissimo.

Antonio Riccio adunque architettava questa magnifica scala, la quale fu con sagacissima mira da lui collocata di fronte alla porta principale, ed eretta allo scoperto, acciocché si vedesse dal popolo raccolto intorno al cortile, e lungo l’ampio portico, e fuori fino alla torre Marciana, la maestà del doge e del senato, allorquando comparivano nei giorni solenni, come diremo: e perciò di aspetto teatrale dovea questa mostrarsi per ottenere lo scopo divisato; mentre altre scale e comode ed ampie vi sono, che danno accesso a tutti i lati delle logge superiori.

Questa scala si estende in lunghezza metri 12 ed in larghezza metri 4 1/3; e che il piano della sua sommità aggrandito dai due avancorpi che la fiancheggiano è lungo metri 10 1/2, e sporge dal muro metri 2, 90/100. Conta poi quindici gradini nella prima rampa, un pianerottolo di metri 1, 1/4, quattordici altri gradi nella seconda, e quattro ancora nel vivo del muro per giungere al piano della loggia circondante il Palazzo.

Ciò in quanto alle dimensioni, che in quello concerne alle sue molte sculture ed ornamenti, osserveremo essere tutta incrostata di marmi finissimi quali l’africano e il carrarese; e sia nei corpi sporgenti, che nei fianchi, nei pilastrini e nei parapetti lavorati a straforo, essere tali e tanti intagli di figure, di emblemi, di fogliami e di mille altri lemnischi ed ornamenti.

Si osservino quelle due operose cestelle sormontanti i pilastrini inferiori, sono riempite esse di frutta, fra le quali spiccano in copia, e nel luogo supremo le nespole diademate; e ciò con pensier filosofico, dicendo queste ai Senatori parati ad ascender la Curia, che come tardo si matura esso frutto, così tarde e con maturità di senno debbon essere le loro deliberazioni.

Si erge poi sulla sommità della predetta scala, sopra due basi aggiunte nel 1566, i due colossi di Marte e Nettuno simboleggianti la potenza di terra e quella di mare della Repubblica, qui posti nel citato anno, come dai documenti superstiti nel pubblico archivio s’ impara.

Siffatti colossi venivano scolpiti da Jacopo Sansovino; il quale conveniva tale lavoro il 31 luglio 1554 con i provveditori alla fabbrica del Palazzo, Maffio Veniero, Marco Antonio Cappello, e Giulio Contarini.

La statua di Marte mostra potentemente quel carattere a lui attribuito da Omero, allorquando canta, aver Apollo eccitato contro l’indomabil Tidide, questo nume omicida, appellandolo eversore di città, ed esultante solo nel sangue, e disegnandolo ancora in altri luoghi, fero nel volto, ruinoso nel passo, di atroci fatti, Dio crudele, lordo di sangue, e di voce pari a tuono, o pari a nove o diecimila combattenti quando appiccan la zuffa.

L’altra statua di Nettuno di poco differisce da quella di Marte in quanto allo stile; che in quello concerne la espressione, ha il Sansovino effigiato questo Dio del mare, presso a poco come si mostra scolpito nell’antico simulacro del Museo Pio Clementino, cioè col tridente nell’una mano, e con l’altra impugnante la coda del delfino che giace al suo fianco.

E’ di vero, si prestava essa scala primamente alla coronazione del Doge, il quale, rese grazie a Dio nella Basilica del Santo Patrono, giurava fedeltà alla Patria, compiuto il giro della Piazza maggiore, e poscia sperperato fra il popolo con regale splendidezza molto oro, giunto con l’immenso corteggio dei Padri ai piedi di questa scala, trovava parati ad attenderlo sul pianerottolo primo, i Consiglieri della Signoria, e i Capi della Quarantia Criminale, siccome quelli ai quali era affidata la cura del reggimento nell’interregno; e pervenuto alla cima veniva dal seniore fra i suddetti Consiglieri coronato con il berretto ducale. (1)

Si volle inoltre inserire, nel XVI secolo, in fronte all’arco centrale in cima alla scala, il simbolo della Veneziana Repubblica, il Leone di San Marco. Tale leone venne distrutto alla caduta della Repubblica nel 1797, dal sedicente Comitato di Salute Pubblica, e nel 1870, venne posto un nuovo leone opera dello scultore Luigi Borro.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume I. Francesco Zanotto. Venezia 1861

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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