Le colonne di San Marco e di San Todaro

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Le colonne di San Marco e San Todaro.

Le colonne di San Marco e di San Todaro

L’attendibilissima cronaca Magno così parla delle due colonne: “In ditto tempo havendo trova certo tesoro in Altin (il doge Sebastiano Ziani, trovò una vacca d’oro) se fece gran ricco et fece sgrandir lo palazzo et essendo le colonne grosse, le qual fo portade al tempo de Vidal Michel doxe da Costantinopoli insieme con un altra la qual descargando cadette in acqua in canal de S. Marco et mai se potè tor su. Le qual due vojando lo doxe farle levar non trovava alcun, fece far una crida venne un ingeniere che era un gran baro de zuogo et disse de levarle, el doxe li promise quel che el volea et cussi con inzegni le levò et sopra una fu messo un San Marco et sopra l’altra un San Teodoro …“.

Similmente il Sansovino scrive che in seguito alla strida del doge: “Un lombardo chiamato Nicolò Barattiero le drizzò et ne hebbe honesto premio oltre al quale volle privilegio che i giuocatori havessero libertà di giuocare a pie di dette colonne senza pena alcuna … Su l’una di loro più vicina al Palazzo è posto un S. Marco in forma di Leone fatto in bronzo con la testa volta verso Levante et su l’altra é la statua di San Teodoro …“.

La cronaca della Marciana chiamata Historia venetiana, N. 789 Class. VII. Ital. Sec. XVI attribuita a Daniele Barbaro raccontando il fatto, si scosta alcun poco da quanto dissero gli altri, e noi riproduciamo quel brano per gli opportuni confronti. Così leggiamo in quel manoscritto: “Sparsa pel mondo la fama delle grandissime ricchezze del Dose et come che esso tanto ampiamente el spendeva cusì per il culto divin come anchora per l’honor del mondo, mosse alcuni de Grecia à condur in questa città con tre navilii molto grandi che all’ hora se domandavano Turette: tre grosissime et longhissime Colonne de marmo granizzo doi delle quali furono descargade a salvamento sopra la Piazza de S. Marco ma la terza per un sinistro over desconso che accadete nel descaricarla cascò in aqua ne mai più fu possibille de redarvela”  e precisando il sito ove furono erette aggiunge: “il qual luogo era lontan all’hora dall’acqua e dal Canal grando solamente un passo overo poco più“.

Intorno all’epoca che queste colonne furono portate a Venezia gli storici non sono in accordo poiché le cronache non parlano chiaro. Mentre la cronaca Magno cita esser desse state portate dogando Vitale Michieli ed il Sansovino ed il Dandolo ci notano esser giaciute molto tempo a terra prima del loro innalzamento, la cronaca del 1410 parlando della vita dello Ziani ci dice che furono portate a Venezia in quello tempo; altresì Messer Querini riporta che sapendo i Greci delle ricchezze del Doge Ziani vennero a Venezia con tre altissime et grossissime colonne.

Queste colonne hanno un fusto rastremato dell’altezza di circa dodici metri ed un diametro medio di mt. 1,60, sono sormontate da un capitello alto un metro che in base è di forma circolare e va espandendosi a campana rovescia terminando superiormente a sezione quadrata con mt. 1.70 di lato. Sopra di queste campane, che da un  restauro fatto a quella che regge il Leone di San Marco, risulterebbero internamente vuote come due vere da pozzo, vi è l’abbaco alto quasi un metro,  sopra di questo piano si ergono maestose le due statue raffiguranti San Marco e San Teodoro.

Il complesso già descritto di ciascuna colonna, trovasi soprapposto ad un proprio basamento molto caratteristico. E’ esso ottagonale e naturalmente fatto fin dall’epoca dell’innalzamento della colonna risulta formato da tre primi gradini ordinari, sopra i quali appoggia la vera base della stessa. Questa base simile nelle due colonne è pure ottagonale, ma nei quattro lati opposti ha dei gruppi sporgenti e figurati i quali, sia per il lungo uso di sedervisi sopra, sia per la qualità del marmo impiegatovi e per il lungo corso dei secoli, risultano assai deteriorati.

Procurando di rilevare questi gruppi alla meglio cominciando dalla colonna di Marco vi troviamo: a nord, gruppo molto deteriorato che presenta le tracce di due leoni in atto di sbranare qualche cosa che non si può identificare; ad est, gruppo corroso e pressoché indeterminabile, presenta tracce di due donne sedute a lato e presumibilmente raffigurante due lavandaie; a sud, gruppo meglio conservato dei precedenti, simboleggia due venditori di cocomeri resi molto evidenti per la loro sproporzionata dimensione; ad ovest, gruppo che concorda con quello a nord raffigurando tre leoni in diversa posa. É corroso molto e quindi poco determinabile.

I gruppi di figure che adornano la base della colonna di  San Teodoro sono assai meglio conservati e vi appaiono quindi in tutta la bizzarria del loro carattere. In essi rileviamo: a nord, due travasadori di vino dei quali uno, che deve esser più positivo dell’altro, beve con ghiottoneria; ad est, gruppo che rappresenta dei venditori d’olio, essi hanno tre recipienti dei quali, uno grande fra le loro ginocchia e due minori alle spalle, uno col relativo coperchio, un’amico li vorrebbe venditori del famoso sguazzetto, in fede nostra non sappiamo se a quest’epoca si usasse quel popolare alimento; a sud, gruppo rappresentante due venditori di pesci, dei quali due di grossi si vedono nel canestro che tengono in mano, e nell’altro che sta loro dietro si vede una grande quantità di questi animali molto più piccoli, canestro che ha pur troppo servito molto abitualmente di sedile agli oziosi di quei paraggi, se lo giudichiamo da quanto è consunto; ad ovest, questo gruppo rappresenta tre fabbri nel pieno esercizio del loro mestiere ed hanno una posa molto goffa, quello che sta più dietro soffia con un grosso mantice, mentre gli altri due armati di grossi martelli ed una tenaglia sono in atto di pestare del ferro sulla incudine.

Nella prima colonna è collocato un San Marco, simboleggiato dall’alato leone, espandersi ovunque qual segno della Repubblica di Venezia. È però fuor di dubbio che il leone, che noi ammiriamo sopra questa colonna, non sia stato fuso a quello scopo ma, dalla testa assai caratteristica, mostra di esser uno dei tanti trofei di conquista che ci vennero dall’oriente e che noi riteniamo essere di origine Assira. Di dove egli ci venga e quando sia stato recato a Venezia nessun dato storico fu ancora scoperto.

In questo leone si  riconosce, sia dal modo di fattura dei peli della criniera che dal complesso della testa, opera di origine assira. Che egli sia tale lo ritiene pure, se non erriamo, quel celebre Assiriologo del Layard che conosce profondamente quello stile ed è indiscutibilmente una illustrazione di quelle opere, sulle quali ebbe a darci degli importantissimi lavori fra i quali i suoi monumenti Assiri. Noi reputiamo possa egli essere un Nirgal, dio della caccia, adorato da quei popoli sotto forma di un leone avente la faccia umana. Di fatto, se noi esaminiamo il suo viso, gli vediamo i zigomi sporgentissimi, la linea degli occhi orizzontale anziché ad angolo ottuso come nei leoni ed in modo speciale le orecchie hanno dell’ umano.

La testa del nostro leone, come si credeva è un pezzo a se, che legata ad essa vi troviamo gran parte del petto ed un fianco che si protende sino all’ estremo dell’ anca sinistra posteriore dell’ animale. La rimanenza del corpo è una fattura posteriore, talché fa credere necessariamente che portato dall’ oriente, sia stato costì ricomposto e gli sia stata data la forma rappresentativa del Santo Evangelista.

Esaminando quella statua noi vediamo come essa appoggi con tutte due le zampe sul vangelo, cosa che non era usata per rappresentare San Marco, facendo di solito il leone con la zampa destra alzata sul vangelo sempre posto in piedi, tutto ciò conferma a priori che quel Leone non fu costruito per simboleggiare San Marco ma acquistato fuori e qui trasportato si adattò a far la parte di Marco.

Tale parte egli gloriosamente sostenne finché vista cader quella gloria che per tanti secoli fu sua, venne tratto in cattività a Parigi, di dove disgraziatamente malconcio fu reso a Venezia, in seguito alle vive sollecitazioni di Francesco I.°  

Ciò nondimeno, restaurato nel 1815 dal Bartolomeo Ferrari, non ebbe a sopportare successivamente politiche vicissitudini, però essendosi usato in allora di rafforzarlo congiungendolo con chiavarde di ferro su di un’ossatura interna pure di ferro, questo subita che s’ebbe l’azione dell’ ossigeno, provocò nel periodo di settanta anni un nuovo e completo sfacelo. Nel 1815 mancando la coda originale questa veniva sostituita con un tubo di rame.

Nella seconda colonna è posta una statua di San Teodoro, che misura un’altezza di tre metri e la lunghezza dell’ animale su cui monta, dalla estremità della coda a quella del muso, ne misura circa quattro. Dalle accennate dimensioni risulta ad evidenza che difficilmente esso avrebbe potuto constare di un sol pezzo ; di fatto tutte le sue membra sono disgiunte e risultano messe assieme a mezzo di dorroni interni. Noi possiamo perciò enumerare i seguenti pezzi: le gambe con l’animale sottostante, poi braccia, scudo, testa e busto con corazza, più gli accessori come la sciabola che è di legno investita di lamina di rame, la lancia e l’aureola. Lasciando a parte le armi e l’aureola, noi possiamo raccogliere gli accennati sei pezzi, in due diversi gruppi, nel primo dei quali comprenderemo le gambe con il pesce (drago o coccodrillo?), le due braccia e lo scudo; nel secondo la testa ed il busto con corazza. Tutto il complesso ad eccezione dello scudo è di marmo greco, solo una differenza notevolissima esiste fra i pezzi del primo gruppo e quelli del secondo, poiché i primi sono di marmo a grosse venature di qualità scadentissima, i secondi invece del miglior statuario. Sono le braccia e le gambe coperte di una armatura medioevale, vi si vedono i bracciali, i cosciali e le rotule, e tale fattura non può che bellamente concordare con quanto dice il Sansovino, essere opera cioè del decimo terzo secolo. Similmente si può dire dello scudo, il quale porta la croce nel campo ed è contornato da quelle così dette punte di diamante che sono così caratteristiche di quell’epoca.

Essa ci rivela a priori di aver appartenuto alla statua di qualche imperatore romano, le frange sono saltuariamente ornate da aquile e leoni. Sul petto si vedono due angeli che scoprono con il sudario la croce cristiana. Le movenze plastiche sono veramente ammirevoli, specie nella parte posteriore, e formano una certa dissonanza con la movenza dura e stecchita delle gambe, dissonanza che si rende maggiormente visibile per la differenza di qualità del materiale. La testa è pure un pezzo staccato, ma in considerazione della diligente fattezza e del fatto che spesso in busti romani vi vediamo la testa rimessa, non solo, ma dall’esatto modo di congiunzione, diligentissima nelle movenze anche più difficili del collo, che si accorda con la gentile forma delle spalle, compare fatta esclusivamente per quel busto ed appartenervi indubitatamente.

L’impressione che ne ricevemmo, e con noi molti amici di cui stimiamo l’erudizione, fu subito che essa rappresenti l’imperatore Costantino, e questo giudizio, che noi diamo però come semplice manifestazione di una nostra idea, è suffragato dalla croce che vi troviamo scolpita sul petto, giacché le istorie ci dissero che l’imperatore Costantino dopo la battaglia contro Massenzio, nella quale gli comparve la croce con le note parole significanti il motto della vittoria, la volle scolpita sulla sua corazza. Le braccia formano per il loro lavoro una cosa con le gambe e si mostrano congiunte al busto senza quella finitezza che distingue l’unione della testa con questo

Da quanto sopra si disse, così San Marco che San Teodoro risultano formati dall’adattamento di pezzi artistici di epoche, siano pur ben diverse, ma aventi molto probabilmente una provenienza medesima. Lo stile orientale del Leone e la corazza greco romana del San Teodoro vi fanno pensare subito ai bottini di conquista portati dai capitani di una crociata; e visto che il Sansovino vi dice esser stato collocato San Teodoro sulla colonna nel 1329, si può per le considerazioni sopra citate, ritenere che poco tempo prima vi sia stato messo San Marco. Forse anche perché il lavoro di adattamento del Leone richiedeva un tempo minore e meno penosa fattura di quello che abbia potuto richiedere San Teodoro.

La tradizione ha consacrato quella statua a San Teodoro e non sappiamo trovar ragione acché lo Zanotto, il Musatti e molti altri, vogliano forzarsi di vedere in quella San Giorgio.  San Teodoro e San Giorgio sono due santi guerrieri ed ambedue uccisori di un dragone; vissuti l’uno ai tempi di Licinio e l’altro a quelli di Diocleziano, in veste romana essi vengono rappresentati e quasi analoghi risultano nell’esteriore apparenza San Teodoro, quegli che fu il primo patrono di Venezia, è facile trovarlo fra i ventiquattro omonimi che ci ricorda il martirologio Romano, essendo determinato esser egli l’Eracleense, il di cui corpo trovasi nella chiesa di San Salvatore a destra del maggior altare. Il rev. Butler lo dice sopranominato lo stralate, generale degli eserciti di Licinio e governatore del paese dei Mariandini, che aveva allora per capitale Eraclea del Ponto. E come molti ne abbiamo di San Teodori così anche di San Giorgio non ne fa difetto. I nostri oppositori, che in quella statua vogliono vedervi San Giorgio, intendono di specificarlo per il Georgius Salonitanus patrono dei Dalmati e che la repubblica veneta abbia voluto dargli quel posto per rendere un omaggio alla Dalmazia, con la quale viveva nei più intimi legami politici e commerciali.

Ritornando all’esame delle nostre colonne noi leggiamo sulla fede del Sansovino che: Intorno a queste colonne furono altre volte botteghe, le quali occupando lo spazio, che corre fra l’una e l’altra impedivano la veduta del canale et arrecavano indegnità e bruttezza alla Piazza, ma l’anno 1529 il Doge Gritti, per ricordo dei Sansovino, fece levare ogni impedimento et da indi in qua le colonne si vedono da cima a fondo. Ambedue queste colonne si trovavano fuori della loro naturale verticalità ne è molto precisamente determinato quando questo fatto sia avvenuto. Dal 1173 in cui il Barattiero le rizzava, furono tanti i movimenti sismici del suolo di Venezia ed i turbini violenti che vi si scatenarono sopra, che lo stabilire con precisione la causa del menzionato strapiombo e l’epoca in cui avvenne, è certo un dato che si deve più alla induzione che alla precisione storica. (1)

(1) Giovanni Antonio Vendrasco. Marco e Todaro. Le due colonne della Piazzetta S. Marco in Venezia. Venezia 1892

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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