Ludovico Manin Doge CXX 3/3. – Anni 1789-1797 (a)

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L'abdicazione del doge Lodovico Manin. Museo Civico Correr

Ludovico Manin Doge CXX 3/3. — Anni (a)

Sorpresa e terrore, misti a qualche impeto generoso, furono i sentimenti di cui restò compreso quel solenne consesso ad un linguaggio sì fiero e sì ingiusto. Due vie quindi rimanevano da abbracciare, o gloriosamente perire con solenne protesta in faccia a tutta l’ Europa, o scendere nell’avvilimento, concedendo ciò tutto si chiedeva.  Il collegio, composto per la maggior parte di uomini deboli, o aspiranti a nuovo ordine di cose, preferì l’ultima, e rispose, per il labbro del doge, parole conciliatiti, e che la bisogna sarebbe portata alla deliberazione del Senato; al quale infatti fu comunicata la stessa sera, ma in tali forme vestita da indurre quel corpo deliberativo, dopo varie e vive discussioni, a statuire l’invio di due lettere, una al ministro Lallement, l’altra a Bonaparte, nelle quali, in termini dimessi, si assicurava perpetua amicizia, scusando la levata in armi delle popolazioni siccome spontanea, e a solo oggetto di reprimere la rivolta e di respingere la violenza dei sollevati: essere disposta la Repubblica di secondare gli espressi desideri del generalissimo; usata da lei ogni diligenza per scoprire i rei degli attentati contro le milizie francesi per debitamente punirli: finalmente annunziava, che, per conciliare ogni vertenza, sarebbero spediti al quartier generale due nuovi deputati.

Furono quindi a cotal carica eletti Francesco Donà e Leonardo Giustiniani, ai quali si diede l’uffizio d’insinuare a voce vieppiù i sentimenti espressi nella scritta; offrire ogni schiarimento; calmare ad ogni modo Bonaparte.

La debolezza dei savi, oltre che mettere in libertà i prigionieri fatti a Salò, fece sì che proposero decreto di sospensione ai reclutamenti. Ma per le vigorose rimostranze di Marcantonio Michiel e Daniele Renier, e più per quelle generose di Girolamo Giustiniani, che offerse i suoi medesimi figli a difesa della patria, si autorizzarono, in quella vece, i vari rettori nella Terraferma di reclutare unicamente fino all’ intero completamento di quei corpi che già esistevano nei loro territori. Avvisato Bonaparte, da Balland, comandante in Verona, di questa disposizione, dava a lui nuovo motivo di sdegno, per cui poco buona accoglienza si preparava agli inviati veneziani.

La rete da ogni parte era tesa per far cadere, per le male arti di Francia, la innocente e troppo debole Repubblica. Così l’ambasciatore Querini, a Parigi, era tratto per esse a credere che con l’esborso di 700.000 lire, dato al capo del direttorio esecutivo, si potesse salvare da una rivoluzione il governo veneziano; per cui egli, autorizzato dal Senato, rilasciava biglietti per quella somma, pagabile ad un mese data, con dieci giorni di rispetto.  Se non che, prima della scadenza di quella obbligazione, doveva compiersi il tradimento, a cui diedero mano a Bonaparte altri iniquissimi.

Le pratiche di pace di questo con l’imperatore a Judemburgo erano state nel frattempo continuate; e mostrandosi il generalissimo disposto ad offrire all’Austria compensi nei veneti territori, fu promulgata la tregua fin che fossero accordati i preliminari di pace. A porsi in grado di dare cotesti meditati compensi non si lasciava di commettere dalle truppe francesi gli atti più sleali ed iniqui. Disarmavano desse gli abitanti tutti delle valli e del territorio bresciano; occupavano, nel Friuli, il castello di Osopo: il generale Mayoux intimava, per ordine di Bonaparte, che entro ventiquattro ore fossero espulsi da Legnago tutti i Veneti della capitale, che non formassero parte del governo e della truppa veneta di quella fortezza; ordine poi che non ebbe effetto, per la fermezza dimostrata dal provveditore Bertucci Pizzamano: oltre al Mincio poi commettevano i Francesi incalcolabili soprusi a danno dei veneti sudditi.

A Verona si preparava sanguinosa tragedia. La nuova del disarmo operato dai Francesi a Castelnovo, l’avanzare che faceva un corpo di Cispadani verso Verona medesima, ed il timore che entrassero nella città, a cui opporsi non assentì il Beaupoil, facente le funzioni del generale francese Balland, posero in necessità i provveditori di dar ordine ai capitani Maffei e Miniscalchi di tenersi ben sulle guardie, e di far marciare verso la Croce Bianca cinquecento Schiavoni con qualche pezzo d’ artiglieria; ai quali poscia si unì il corpo del co. Francesco Emilii.

Ai quali movimenti infuriava il generale Kilmaine da Milano, scrivendo parole terribili ai provveditori; ed il generale Balland da Verona minacciava di far fuoco sulla città al minimo attentato contro i Francesi.  In tanto irritamento degli animi era impossibile non sorgesse qualche motivo per romperla. Difatti, sia per una o per l’altra cagione, il 17 aprile, in cui cadeva la seconda festa di Pasqua, nacque un tafferuglio tra una pattuglia civica veronese ed alcuni Francesi, vari dei quali rimasero uccisi; sicché il popolo tutto infuriò. Quindi sul declinare del giorno stesso scoppiava ad un tratto la terribile sollevazione veronese, in cui, insultate da prima le guardie francesi sparse nei vari luoghi della città, il comandante Carrére fece sonare a raccolta, ponendosi sulle difese nella piazza d’armi, ritirandosi poscia nel castel Vecchio. Crescendo il tumulto, il Balland tirar fece tre cannonate dal castello, per cui infuriata più sempre la popolazione, si volse contro di quello; ed allora le cannonate continuarono. E più cresceva il furore, si dava nelle campane: i Francesi sparsi per la città cercavano ricovero frettolosi al castello, ma spesso cadevano vittime del popolo, che con urla e grida, con armi e sassi li perseguitava; onde seguirono abbominevoli fatti, dappoiché perfino le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, barbaramente si trucidarono. Invano adopravano i veneti rappresentanti ogni mezzo per acquetare il popolo, per metter termine alle stragi, ché ascoltati non erano. Intanto i castelli tuonavano. Al pericolo della sua patria accorse, da Castelnovo, il co. Francesco Emilii, con le sue genti; si presentò alla porta San Zeno con due pezzi di cannone, sei cento Schiavoni e duemillecinquecento villici, e, respinti i Francesi, entrò nella città, schierandosi in ordine di battaglia sulla piazza Brà. Il Nogarola pure entrò, vinta ogni resistenza, dalla porta San Giorgio. Si fece allora la mischia ancor più feroce; ed il generale Beaupoil, che ricevuti, in un momento di tregua, i parlamentari mandati dal Giovanelli e dal Contarini, per accertarlo, non essere derivati gli atti ostili per parte del Governo, scendeva in palazzo per abboccarsi con essi. E convennero, obbligandosi, il Beaupoil, di far cessare il fuoco dai castelli, sospendere la venuta del corpo francese che si avanzava da Peschiera; ed il Giovanelli, di far uscire dalla città i corpi armati dei villici, rimettere le guardie sul piede primiero, pubblicare un bando per contenere gli abitanti nella moderazione prescritta dalle massime del Governo; riserbando la questione del disarmamento dei villici alle pratiche già avviate con Bonaparte. Ma rientrato il Beaupoil nel castello, accadde che il Balland, suo superiore, rifiutandosi di approvare lo stabilito, mandò, in quella vece, al provveditore e al podestà intimazione, che il disarmo fosse assoluto e pronto entro tre ore, tanto dei cittadini come dei villici; fossero riaperte le comunicazioni; dati a lui sei ostaggi a sua scelta; data pronta e solenne soddisfazione di tutti gli omicidi commessi sopra i Francesi. Invano rappresentavano, Giovanelli e Contarini, la buona disposizione loro, ma insieme le difficoltà che alle domande si opponevano; ed invano le offerte loro di riparare al male nel miglior modo possibile; ché il popolo non ne volle sapere di accordi, e saccheggiando la notte non solo le proprietà dei Francesi, ma quelle anche di parecchi cittadini sospetti, e massime il quartier degli ebrei; il dì appresso insisté onde li provveditori dessero ordine per l’assalto del castello. E cercando aiuto di fuori, mandava perfino al Laudon, che allora scendeva dal Tirolo, perché venisse a soccorrerlo. Allora il provveditore e il podestà, non vedendo modo di quietare la effervescenza dell’esaltata gioventù, né volendo infrangere gli ordini del Senato, col rompere in aperte ostilità contro i Francesi, decisero partir da Verona e ritirarsi a Vicenza, di dove scrivevano al Senato l’accaduto, implorando per essi stessi indulgenza, se migliore spediente non trovarono per salvare i riguardi politici del Governo, che quello di allontanarsi.

Abbandonata a sé stessa la città, trascendeva. I preti ed i frati rappresentavano la causa dello Stato indivisa da quella della religione; sicché il popolo, infiammato dalle loro perorazioni, ripigliava l’assalto dei castelli: grande era da ambedue le parti il furore, immensa la strage; la città, in varie parti, ardeva. Giunta la nuova a Venezia, il Senato ordinava a Nicolò Erizzo, provveditore straordinario a Vicenza, di recarsi subitamente a Verona con valide forze per ristabilire l’ordine; e scriveva ai deputati spediti a Bonaparte, informandoli dell’accaduto a loro norma. Poco stante riceveva il Senato medesimo nuovo avviso, che il Giovanelli e il Contarini, per consiglio dell’Erizzo, e per la speranza di nuove pratiche di accomodamento, introdotte col generale Balland, erano ritornati a Verona. Ma nulla poterono conchiudere; per cui, allora che giunsero, aveva ricominciato più furioso che innanzi il fuoco dai castelli, e, rotta ogni trattativa, non rimaneva loro che invocare pronti soccorsi, altrimenti era la ruina della città inevitabile. L’Erizzo infatti, per nuovo ordine del Senato, si recava, unitamente al generale co. Stratico, coi rinforzi, ma intanto il generale Chabran, sconfitti i veneti alla Croce Bianca e a San Massimo, impadronitosi di Pescantina, e giunto alle porte di Verona, intimava di lasciarlo entrare con le sue truppe. Acconsentiva però, dopo la risposta negativa del provveditore, a trattare, garantendo la sicurezza dei deputati che a lui venissero a parlamentare.

l popolo non si lasciava cadere dell’animo, e furiosamente combatteva anche il giorno 22 aprile, crescendo ognor più le morti, gli incendi e le rovine. Ma il Giovanelli, desideroso di trovar via di componimento, si recava con il co. Emilii, il co. Giorgio Giusti e Francesco Merighi ad un abboccamento con il Chabran tra le mura ed il campo. Sennonché nulla poterono conchiudere per le smodate esigenze del generale francese, che per fino non volle accordare due giorni di tempo, affinché ne fosse data partecipazione al Senato. Il quale, informato di ciò, non cessava di raccomandare ai rappresentanti, continuassero ad adoprarsi con ogni possibile mezzo alla conciliazione, per salute dei cittadini; sicché il Giovanelli scriveva, il 23, al generale Balland per riannodare le trattative. Ciò valse perché fosse accordato un armistizio di due giorni, durante i quali i provveditori non risparmiarono opera alcuna per mare il popolo, disposti, quanto a loro, prestarsi ad un accomodamento secondo le circostanze chiedevano. Con tal fine formulavano un atto, che servir doveva di base alle risoluzioni del Senato: ma neppur questo fu accolto dal Balland, sicuro come era del prossimo arrivo delle truppe guidate dal generale Vietor, e della pace già conchiusa con l’imperatore. In quella vece domandò si calasse a capitolazione; e, come preliminare di questa, dettava, a condizioni durissime, gli articoli seguenti: 1.o La consegna della porta San Zeno ad un commissario francese, accompagnato da due corpi di granatieri; 2.o la consegna di tutti i Francesi detenuti, o dimoranti in Verona; 3.o l’inchiodamento delle artiglierie; 4.o la consegna di sedici ostaggi, tra i quali i due provveditori, il vescovo, i fratelli Miniscalchi, il co. Emilii, il Maffei condottiere d’ armi, il Filiberi e il dott. Garavetta ; 5.o vietata l’ uscita dalla città ad uomini, vetture e cavalli; 6.o la truppa veneta d’ogni genere deponesse le armi nella pianura, lontano cinquecento passi dal gran campo di fronte alla Croce Bianca.

I provveditori, ridotti alle strette, né vedendo altra via di salvezza, soscrissero, a condizione però che avessero ad essere salve le vite e le proprietà dei Veronesi e delle truppe. Sennonché, giunto intanto il generale Kilmaine, non ratificando la detta interessantissima clausola, dettò il trattato sulle norme dei preliminari accennati; e ritenuti nel castello Rocco Sanfermo, il co. Emilii e il dott. Garavetta, spedì la carta ai provveditori.  I quali, dopo maturo riflesso, credettero non dover sottoscrivere quei patti non solo umilianti, ma neppur valevoli ad assicurar le persone e le proprietà, pensando, in quella vece, sottrarsi cautamente. E ciò eseguirono, uscendo la notte dalla città, con grave pericolo, unitamente al generale Stratico, scortati fino a Vicenza da un corpo di dragoni, comandati dall’ufficiale Filiberi.

Allorché fu nota, nella ventura mattina, la partenza dei provveditori, li cittadini costituivano la Municipalità, nominando quattro fra loro per trattare con il Kilmaine.

Furono da molti accagionati i provveditori di viltà, d’inconsideratezza, di crudele paura: addussero eglino in scusa la impossibilità di ridurre il nemico a condizioni più miti, l’ira del popolo se le avessero confermate al modo voluto. La cagione vera della loro evasione può quindi attribuirsi tanto a buono e ragionevole sentimento, quanto a debolezza d’ animo.

Alla notizia della loro fuga infuriava Kilmaine, ed imponeva alla città una contribuzione di quarantamila ducati, convenendo con la nuova autorità municipale della salvezza delle persone e degli averi; fossero però disarmati e rinviati i villici ; mandate le truppe venete, con armi e bagaglio, a Vicenza. Acconsentite queste condizioni, vennero infrante tosto dai Francesi. Per cui le milizie rimasero cattive. il cappuccino Luigi Colloredo, che perorato aveva il popolo all’armi, i conti Francesco Emilii, Augusto Verità e il Malenza, furono tratti a morte, espilato il monte di pietà, imposta una taglia di centoventimila zecchini, ed altri cinquantamila di caposoldo per i soldati; poi tolte forzate di ogni maniera nella città e nelle campagne; poi case spogliate; poi tanti gli arbitri e le violenze, che lo stesso generale Augereau, venuto al comando della città, seriveva a Bonaparte d’ esserne stato inorridito. La storia quindi di Verona, venuta alla decantata giocondità repubblicana di Francia, starà a perpetuo testimonio di quali frutta produce sempre l’ albero amaro della libertà fescennina.

La fellonia commessa dai Francesi a Verona non era che l’esordio di quella più insigne, che doveva finalmente porre in atto Bonaparte per distruggere la Repubblica veneziana. Ed egli tosto vi diede opera. Era legge, promulgata più volte, che vietava l’ingresso nel porto di Venezia ad ogni naviglio armato; legge, che essendo stata allora rinnovata, veniva resa nota al ministro di Francia.  Ad onta di ciò, Bonaparte dava ordine, con il mezzo del generale Kilmaine a Giambattista Laugier, comandante del naviglio francese Il liberatore d’Italia, di unirsi ad altri due bastimenti francesi, onde correre il golfo contro la bandiera veneziana. Laugier infatti partiva dai paraggi di Lagoscuro, ed incontrata nelle acque di Caorle una barca di pescatori, s’impadronì di un cotal Domenico Lombardo di Chioggia, e l’obbligò con la forza a dirigere il naviglio verso il Lido. Avvicinatosi il Laugier quindi con il proprio legno al porto, fece alcuni tiri di saluto. Ma il comandante del castello di Sant’Andrea, Domenico Pizzamano, secondo le istruzioni ricevute alla evenienza di simili casi, staccava tosto due lance, facendo rammentare al capitano, come le leggi della Repubblica vietavano per assoluto a qualunque legno armato l’ingresso del porto. Fu alteramente respinta l’ ammonizione, e mostrando di non voler ritirarsi, furono fatti due tiri di volata dal castello, per avvertire gli due altri legni, che susseguivano in qualche distanza, di non proseguire, i quali obbedirono voltando bordo. Ma non così il Liberatore, che più sempre avanzava. Fosse poi per mala direzione o per la violenza delle acque che lo trascinasse, venne a dar dentro nei legni veneziani, e particolarmente nella galeotta del capitano Viscovich. Allora si accese feroce battaglia, tonando eziandio il Pizzamano dal castello, onde alla fine, entrate le venete ciurme nel legno francese, fecero man bassa su quanti trovarono, rimanendo ucciso lo stesso Laugier. Accorse il Pizzamano, e riuscì a grave stento a metter limite al furore, e salvare il restante dell’ equipaggio.

Ciò accadeva il dì 20 aprile; ed informato dal Pizzamano il Senato, questo decretava lodi e ricompense al medesimo, per avere eseguito gli ordini ricevuti, e agli ufficiali e soldati per essersi distinti con valor nella pugna.

Non é a dire quali e quanti rumori ne facessero i Francesi per questo fatto, da loro in cento modi svisato, e massime dal Lallement, il quale aveva animo per fino di alterarlo in faccia al Senato, domandandone soddisfazione piena e solenne, e chiedendo l’arresto del Pizzamano, che accagionava di falso nella relazione che desso aveva rassegnato al suo Governo.

Ma questo era quel pretesto cui occorreva a Bonaparte per attaccar lite con la Repubblica veneta, affine di adonestare il suo tradimento, le mire sue di rapina, dopo che le pratiche di pace con l’imperatore avevano condotto al trattato di Leoben, segnato il 18 aprile. Nel quale veniva statuito, che i compensi all’imperatore, per la cessione del Belgio ed altri mutamenti territoriali, sarebbero dati con quella parte della Terraferma veneziana compresa fra l’Oglio, il Po, il mar Adriatico e i suoi Stati ereditari, nonché con la Dalmazia e l’Istria veneziana, compensando dall’altro canto la Repubblica con la cessione, che le doveva esser fatta, delle tre legazioni di Romagna, Ferrara e Bologna.

Di queste disposizioni, maneggiate nel più profondo segreto, trapelava pur qualche cosa; ed Alvise Mocenigo luogotenente di Udine, e Pietro Grimani ambasciatore a Vienna, e li due deputati a Bonaparte, che erano tuttavia in viaggio, Francesco Donà e Leonardo Giustiniani, ne davano avviso al Senato. E il provveditore generale da mare, Angelo Diedo, avvertiva del prossimo arrivo in golfo di due fregate e due brick francesi; sicché tutte queste cose augumentavano lo sgomento, e rendevano necessari immediati provvedimenti. Pertanto si raccomandava all’almirante delle navi in golfo Leonardo Correr, e al provveditore alle lagune e lidi, la più oculata vigilanza; autorizzandoli, al caso, di adoprare la forza per impedire l’ingresso nell’estuario di ogni legno armato; si ingiungeva ai magistrati alle artiglierie, all’armar, alle fortezze, all’arsenale ed al savio alla scrittura di doversi ripartire fra loro il tempo, in guisa di essere sempre pronti ad ogni evenienza; si sollecitava, in fine, l’armamento della nave Vittoria.

I crescenti bisogni fecero decretare un nuovo prestito di seicentomila ducati, che nella generale diffidenza incontrò molte difficoltà; né si erano risparmiati gli argenti delle chiese e dei monasteri, né ommesse le ritenute di soldo sugli impiegati, appaltatori ed altri. Fu rinnovato il divieto di ammissione di forestieri in Venezia, se non in casi speciali e per i corrieri riconosciuti di appartenenza dei ministri esteri. Contemporaneamente si scriveva ai deputati a Bonaparte, perché a lui tostamente si presentassero, affinché nei modi più adattati all’urgenza, facessero di condurlo a chiaramente spiegare i suoi disegni, autorizzandoli ad entrar seco lui nelle negoziazioni valevoli ad assicurare l’oggetto importantissimo della conservazione dello Stato. Ma non erano appena date queste istruzioni ai deputati, che giungeva notizia della rivoluzione operata in Vicenza dal generale Lahoz, il quale, con il proclama 27 aprile, chiamava il popolo alla libertà, ed a pensare alla propria sicurezza; ed altro consimile, il dì appresso dirigeva a Padovani; sicché da per tutto scoppiava l’insurrezione, per cui i veneti rappresentanti di Padova, Girolamo Barbaro e Francesco Labia, come il dì prima, li provveditori Giovanelli ed Erizzo ed il capitano di Verona, Alvise Contarini, riparavano a Venezia.

Nel frattempo il 25 aprile i deputati avevano ottenuto udienza da Bonaparte a Gratz. Presentati a lui dal generale Berthier, gli accoglieva in sulle prime cortesemente, lasciando che esponessero la loro missione; cosicché fecero del loro meglio nell’accertarlo dei leali sentimenti della Repubblica verso i Francesi, nel rischiarare gli equivoci insorti, nel proporre le vie per il buono accordo avvenire, sperando che egli non fosse per volere l’oppressione dei popoli inermi, né che i rivoltosi avessero, succeduto il disarmo, gli uni dopo gli altri a sottometterli.

Ma anziché rispondere in relazione al soggetto, Bonaparte usciva improvviso con molte domande, con maggiori pretese, con cento ingiurie e dilegi contro il governo veneziano. Voleva la liberazione di tutti indistintamente i detenuti per opinioni politiche; gridava agli assassinamenti dei suoi, commessi in Venezia e nella Terraferma; affermava vero il manifesto impresso a nome del Battagia dal Senato, già provato falso; diceva odiare il popolo veneto i Francesi, perché questi erano odiati dai nobili; voleva puniti tutti i rei di offese ai Francesi; cacciato il ministro inglese; disarmati i popoli, altrimenti intimava la guerra; finendo con il dire: Io non voglio più inquisizione, non voglio Senato, sarò un Attila per il governo veneto; questo essere giù vecchio, dover quindi cessare.

Non per ciò si smarrirono di animo i deputati, pacatamente respingendo le accuse e le ingiurie, dimostrando essere stata sempre amica di Francia Venezia: sicché il discorso placido, ragionato, insinuante del Giustiniani valse a calmare quel furibondo, il quale assegnò loro nel dopo pranzo una conferenza da soli nel suo gabinetto.

Chi per avventura si fosse allora innalzato profeta di fronte a Bonaparte, e gli avesse predetto che troverebbe egli pure un altro Attila a Sant’EIena, che gli avrebbe fatto scontare questo con altri tradimenti, scontare le parole tiranniche da lui pronunciate, sarebbe stato risguardato siccome stolto. E ben lo trovò egli in Sir Hudson Love; né a nulla valsero i lamenti, il gridare alla ingiustizia, alla barbarie, al vergognoso destino a cui era stato serbato.  Oh quanti rimorsi pesò su quell’anima superba! ultimo dei quali, crediamo, non fu quello di avere ingannato fellonescamente e tradito con mille atti nefandi l’innocente Repubblica veneziana.

La conferenza del dopo pranzo manifestò più ancora di quella della mattina, essere Bonaparte deciso a non accettare trattative, ed a voler imporre egli la legge per la sovversione della Repubblica. Aggiungeva ancora nuove pretensioni, come di ventidue milioni di capitali di zecca, e la consegna degli effetti di ragione inglese in Venezia. Tutti gli sforzi e gli argomenti non valsero a persuaderlo di mutar consiglio.

Sciolta la conferenza, e già partito Bonaparte alla volta di Bruck, giungeva notizia ai deputati dell’infausto avvenimento del Lido, di cui avevano a dargli ragguaglio, in modo di mitigare l’esasperamento che doveva in lui suscitarsi. Il fecero, ma per lettera, concepita in termini propri si alla lor dignità, come all’ambizione e ai disegni del generale supremo. Poco stante giungeva loro l’altra dolorosa notizia dell’entrata dei Francesi in Vicenza ed in Padova, e delle loro arti per far rivoltare lo Stato. La ducale che ricevevano, li incaricava di veder nuovamente Bonaparte: ed egli non rispondevano, che avrebbero fatto del loro meglio, attendendolo a Palmanova, ove doveva giungere tra poco; ma che disperavano dell’esito, e perciò pregavano volesse il Senato affidare l’incarico ad altri più esperti cittadini, dell’opera dei quali potesse la patria ripromettersi miglior successo, da quello che essi prevedevano.

Intanto le truppe francesi avevano occupato tutti i margini delle lagune, e il generale Baragucy d’Hilliers si era anche recato a Venezia dal ministro Lallement; dai quali portatosi il procurator Pesaro, nulla poté ricavare, tranne che parole fallaci.

I deputati, secondo l’ordine del Senato, chiesero nuova udienza a Bonaparte, e dopo molte difficoltà si presentarono a lui a Palmanova; ma non ritrassero che improperi ed insulti, e la formale dichiarazione di guerra, nel caso che il Senato non soddisfacesse a tutte le sue pretese. Essi quindi, per giusto riguardo alla dignità delle loro persone, si licenziarono.

Nel tempo che la procella rumoreggiava ogni dì più vicina, il Senato emanava nuovi decreti, affili di provvedere, con la massima urgenza, alla tranquillità della capitale con opportune pattuglie, e alla vigilanza e difesa dell’estuario, ordinando agli inquisitori di tener d’occhio tutte le persone sospette; ordinava che la città fosse provveduta di acqua, di annona, di ogni genere di sussistenze, per il caso eventuale di blocco.

Furono questi gli ultimi atti del Senato: perché, giunto il dispaccio dei deputati, nel quale si faceva cenno, per la prima volta, delle intenzioni di Bonaparte di alterare la forma del governo veneto, i savi credettero opportuno di non più convocare il Senato, parendo loro più acconcio maneggiare le trattative sullo argomento in conferenze straordinarie nelle stanze del doge; conferenze illegali, dalla costituzione concesse soltanto in casi urgenti, nel tempo delle ferie, e le cui deliberazioni dovevano però esser sempre sottoposte di poi al Senato, e da esso approvate.

Tali conferenze si componevano dal doge, dai sei suoi Consiglieri, dai tre capi delle quarantie; a cui si aggiunsero i sei savi grandi, i cinque savi di Terraferma, i cinque agli ordini, quelli del collegio usciti, che erano dieci, li tre capi del Consiglio dei Dieci, i tre avvogadori. In tutti quarantadue.

La sera del 30 aprile 1797 si raccoglieva essa Conferenza, per la prima volta, e ciò per trovare il modo più acconcio di comunicare al Maggior Consiglio la trista condizione in cui si trovava la Repubblica, a motivo del sempre più approssimarsi delle armi francesi alle lagune; comunicare l’espresso volere di Bonaparte di mutar forma alla veneta costituzione. Parlò primo il doge, dopo di lui il provveditore Dolfin, quindi altri ancora, e massime il procurator Pesaro; il quale dichiarava la inutilità di qualunque progetto, da quello in fuori della difesa e della tranquillità che mantener si doveva nella capitale, insistendo sulla necessità di rinvenire i mezzi più propri ad allontanare le ostili armi francesi. Erano tuttavia in discussione i progetti proposti, quando giungeva alla consulta una scritta di Tommaso Condulmer, comandante la flottiglia, con la quale avvertiva che i Francesi avevano dato principio ai lavori nelle paludi per avanzarsi sempre più verso Venezia; assicurando però d’impegnarsi distruggere con il cannone tutte quelle opere loro. Intanto si udiva lontano lontano tuonare le artiglierie, e la costernazione e l’avvilimento s’impossessarono di quegli animi imbelli; e più il doge si mostrò inquieto per guisa che lasciava intendere le parole: sta notte no senno sicuri né anche nel nostro letto.  Alcuni perfino, in tanta agitazione, proponevano la resa; ma Giuseppe Friuli, Nicolò Erizzo III e gli altri savi di Terraferma sostennero doversi difendere; e quindi fu deliberato di scriver tosto al Condulmer, si difendesse, impedendo qualunque ulteriore avanzamento delle opere ostili, o con l’ uso della forza, o con l’introdurre trattative d’armistizio con il generale francese, fintantoché abbia luogo la conchiusione del maneggio già incamminato con Bonaparte.

Ricompostasi la Consulta, si stabilì finalmente il modo secondo il quale il doge doveva presentare al Maggior Consiglio, da convocarsi il domani, il tenore delle presenti condizioni, e la Parte che autorizzava i deputati ad entrare in trattative intorno alla forma di governo da adottarsi.

Era il primo di maggio, e già si raccoglieva il Maggior Consiglio, a sicurezza del quale imprudentemente si aveva fatto circondare il palazzo con armati e cannoni appuntati e miccia accesa; onde tutto quell’ apparato guerresco spargeva il terrore nei cittadini, non ben conoscendo la causa.

Entrava il doge nel Maggior Consiglio, pallido in volto e lagrimoso, e dopo alcune parole, nelle quali compendiò i mali in cui si trovava avvolta la Repubblica, propose la Parte, formulata la sera innanzi dalla Consulta, la quale conteneva anche la facoltà ai deputati di promettere la liberazione dalle carceri di tutti i detenuti per opinioni politiche dal tempo dell’ingresso degli eserciti francesi in Italia, secondo la nota di Bonaparte.

Era grave deliberazione da prendersi, ma a tutti argomenti prevalse la considerazione di salvare la città, e che la Repubblica avesse a continuare sotto forme democratiche; per cui il partito fu vinto con cinquecentonovantotto voti affermativi, contro sette negativi e quattordici non sinceri. Partiva la sciagurata deliberazione, e con essa una lettera ai deputati Donà e Giustiniani, a cui si aggiunse per terzo Alvise Mocenigo, luogotenente di Udine. La quale deliberazione, confermando le prime concessioni, raccomandava ai deputati di usare i più cauti modi, e tutta la desterità per ottenere che gli effetti riuscissero di minor danno e meno funesti che fosse possibile alla patria.

Ma nello stesso giorno invece, partiti i deputati dalla conferenza di Palmanova, Bonaparte pubblicava, in data primo maggio, un manifesto di guerra, nel quale, ripetendo le antiche accuse, provate false ed inique, contro la Repubblica, intendeva per cotal modo adonestare l’ingiusto atto e malvagio.

II 2 maggio giungeva Bonaparte stesso a Treviso, ove veniva visitato da quel provveditore straordinario Angelo Jacopo Giustiniani. Alle proteste di questo, dell’amicizia della Repubblica verso la Francia, orgogliosamente rispondeva, essere anzi nemiche, per le ostilità da quella a questa praticate, e che quanto a lui che veniva messo di pace, ci dovesse entro dicci ore partire, u sarebbe fucilato. Ma il Giustiniani, uno di quei pochi in cui scorreva ancora nelle vene magnanimo sangue, imperterrito rispose., affermando nuovamente la lealtà del suo Governo; ed in quanto a lui, protestava, che essendo stato destinato dalla patria a quella carica, non gli era lecito, come buon cittadino, se non dipendere dagli ordini di quella.  Tornava Bonaparte alle solite escandescenze ed alle solite accuse, ed il Giustiniani, quantunque dignitosamente le dimostrasse, con evidenti ragioni, ingiuste e infondate, non pertanto riusciva il suo dire di nullo effetto; che Bonaparte protestava voler distruggere la Repubblica, ed altro mezzo non esservi a salvarla se non quello che il Giustiniani stesso si producesse al Maggior Consiglio, onde fargli tenere le teste di dieci! inquisitori di Stato. Inorridito alla proposta, rispose l’invitto, non si sarebbe reso giammai a uffizio sì vile; che se pretendeva a forza risarcimenti, altri ve ne potrebbero essere di natura diversa. Finalmente, vedendo che a nulla riuscivano le sue parole, spinto da patrio zelo, scintasi la spada, gliela depose ai piedi, dichiarandosi prigioniero ed ostaggio per la sua Repubblica, finché patentemente constasse la irreprensibile lealtà di essa, o, se ciò non bastasse, ed esigesse assolutamente sangue, gli offriva di buon grado il proprio ad espiare le colpe supposte del suo Governo, fino all’ultima stilla, purché rimanesse salva ed incolume la cara sua patria.

Alla insolita fierezza e costanza d’animo rimaneva attonito Bonaparte, e lodato il Giustiniani come buon cittadino, gli prometeva, a premio della sua lealtà, che avrebbe salvati i suoi beni nella distruzione generale, che pensava di fare di quelli degli altri nobili. Acuì, il Giustiniani, sdegnosamente rispondeva: non essere sì vile da pensare alla propria salvezza in mezzo al sacrificio della sua patria. Atto e parlare generoso fu questo di Angelo Giustiniani, e degno che trapassi alla posterità, per dimostrare, contro la malvagità di tanti scrittori, esservi stato, anche in quel tempo, uomini illustri nella Repubblica, pari agli antichi eroi.

Bonaparte intanto faceva scrivere ai deputati scelti per trattare con lui, che altri menti non gli avrebbe ascoltati, se prima il Maggior Consiglio non facesse arrestare e punire i tre inquisitori di Stato e il grande ammiraglio, quelli per aver perseguitolo i Veneziani che avevano accolto i Francesi, e questo per aver ordinato l’assalimento e la distruzione del legno francese, comandato dal Laugier.

La debolezza di alcuni e la fellonia di altri, che facevano parte della Conferenza, fece sì che fu proposto e si fece prender la Parte dal Maggior Consiglio, il 4 maggio, di arrestare i tre inquisitori di Stato, non che il comandante del castello del Lido. Con questo atto si preparò la macchina dai traditori, ai quali non poterono far fronte i magnanimi Giuseppe Priuli e Nicolò Guido III Erizzo, per far cadere alla, fine la patria nelle ladre mani del conquistatore. Lungo e doloroso sarebbe il narrare le arti adoperate da costoro, che mercarono eterna infamia, che che ne dica per scusarli uno storico recente. Basterà riferire soltanto, che seminato per ogni dove da essi lo spavento, e fatto credere essere sistemata in Venezia una congiura di sedicimila persone, disposte a sostenere l’invasione minacciata dalle milizie francesi; e fatte allontanare dalla città le fedeli truppe schiavone, e quindi disarmate le lagune ed i lidi, o reso inutile l’armo, il dì 12 maggio 1797 convocarono il Maggior Consiglio.

Era legge fondamentale della Repubblica, che ogni volta si trattava di pronunziare deliberazione di massima, dovesse il Maggior Consiglio toccare il numero di seicento nobili ; in caso diverso la deliberazione era illegittima e nulla. Eppure si passò sopra a questa inviolabile costituzione, e l’assemblea composta di cinquecentotrentasette soli individui, deliberò il grande atto. Il doge, uomo piissimo, ma debole; senza coraggio, e pari in tutto allo sfortunato Luigi XVI, non diede peso a questa circostanza; e pallido, tremante, trangosciato, epilogò il contenuto delle insidiose dichiarazioni dei traditori; parlò sui desideri di Bonaparte, sulla inutilità della resistenza, sulle promesse che si facevano in contraccambio della voluta riforma ; propose in fine un governo rappresentativo.

Nel mentre parlava e si leggevano gli atti relativi, tutto ad un tratto si odono alcune scariche di fucile, con le quali gli Schiavoni, nell’atto d’imbarcarsi, salutavano nel sottoposto canale i loro patrioti. Un subito spavento invase gli animi dei radunati, perciocché si credeva che fossero li cospiratori contro il doge e la nobiltà, sognati dai veri congiurati che avevano cospirato al totale rovesciamento della Repubblica. In quella confusione adunque, si gridò disperatamente alla Parte, alla Parte, ossia alla ballottazione. E la Parte già preparata, e forse neppur letta all’assemblea, si accettava con cinquecento dodici voti favorevoli, venti contrari e cinque non sinceri. E la Parte adottava il sistema proposto del governo provvisorio rappresentativo.

Abbracciato questo vergognoso partito, gli stessi nobili, che nel gran Consiglio lo avevano sanzionato, ne rimasero avviliti e confusi. Ma i fautori della novità esultanti per la felice riuscita delle loro trame, diedero il convenuto segnale da un verone del palazzo, e sentissi tosto gridare: Viva la libertà. Il popolo, incerto da prima sull’ esito della discussione, né mai sospettando sì profonda abbiezione nell’animo dei patrizi, venuto in chiaro del fatto, si scatenò furioso con incredibile veemenza contro chi emetteva quelle voci di libertà, e si pose a gridare: Viva san Marco. Nel tempo medesimo fu portata, come in trionfo, per la piazza l’immagine di San Marco, e ne furono inalberate le bandiere sulle tre grandi antenne, che stanno di fronte alla basilica. Ma il tumulto cresceva più sempre, e la pubblica sicurezza era minacciata palesemente, perciocché il popolo furibondo scagliato si era sopra le case di coloro che aveva conosciuti nemici e traditori della patria.

Senonché il furore popolare essendo un mare in burrasca senza freno, tale tumulto era per minacciare la intera città, e involger nella ruina e nel lutto cittadini innocenti. La patria era caduta, né rimaneva altro che salvarla dagli orrori di una plebe irata e senza legge. A ciò accorse la carità di un suo cittadino, il nobile Bernardino Renier, il quale, investito subitamente del potere di domare il tumulto, con alto coraggio e acutezza di mente, radunati quanti più poté ufficiali e soldati, scorse le vie della Merceria, ed avviatosi al ponte di Rialto, pensò d’ impedire il transito per quello ai tumultuanti, e colà far loro testa e disperderli. Fece quindi barricare le vie laterali di esso ponte. e per poco non perdeva la vita per mano di un di coloro, il quale forsennatamente correndo sopra di lui con la spada in pugno, era lì per ucciderlo, se due colpi di fucile non lo avessero ferito. Poscia fece recare un cannone, e il fece piantare sul dorso del ponte stesso, appuntandolo verso il campo di San Bartolommeo.  In quel frattempo s’ingrossavano i rivoltosi, e già una mano di loro era presso a superare ogni resistenza e rendersi padroni del posto, se l’ufficiale che lo comandava non avesse ordinato lo scarico della moschetteria, e poscia, veduto inutile quel mezzo, anche quello del cannone a mitraglia, con il quale colpo alcuni di coloro rimasero estinti, e più altri feriti. La notte seguente fece collocare il Renier un altro cannone sul ponte; per cui gli riusciva di salvare da maggiori mali la derelitta sua patria.

Per tal modo si spegneva, dopo quattordici secoli, la Repubblica veneziana, vittima sfortunata e innocente della sua lealtà, della generosa ospitalità sua, e di quella impuntabile ed imparziale amicizia, con cui riguardò ed accolse nel suo seno ospiti sconoscenti ed ingrati, amici sleali, scellerati e perversi, come diceva il Tentori. Cadde ella, diciamo noi, per mano di pochi e possenti traditori, i quali abbindolarono i saggi suadendoli per una o per altra maniera, ovveramente sforzandoli con male arti, ad abbracciare il dannato partito di una neutralità disarmata; mentre poteva, ed era in grado di farlo, sostenere una neutralità armata, per la quale salvata si sarebbe, almeno allora, dal naufragio, nonostante la scadenza politica e morale in cui era discesa. E ben diceva uno scrittore della Civiltà cattolica (Voi. VII, pag. 67; Vol. VIII., pag. 206, 2.da seric), che la caduta di essa Repubblica fu un’opera di tenebre, un mistero d’iniquità e di perfidia la più esecranda, mentre aveva ancora, la Repubblica stessa, in sé tanto di sano, e si gagliardi e invitti elementi di vita, che allorquando Bonaparte diceva aperto: che quel carcame di vecchia era ormai senz’anima e senza fiato, s’ingannava a partito. Quel che ci duole, e ci duole nell’animo altamente, é che alla tristizia aggiunsero i traditori le calunnie più nere, seminate da loro in cento modi e in mille carte. Ma é venuta l’ora anche per queste, che vennero smascherate vittoriosamente da molti degni figli di questa patria lacrimata, la quale vivrà sempre nella memoria dei posteri, giusti e gentili, cara e laudata; poiché

La vittoria dei rei triste è siccome
Una notte di colpa; e quella fronda
Che la incorona, al Sol del vero cade
Inaridita, e maledetta giace
Sul terren calpestata.

Mutato il governo, il doge Manin, con assai più pudore ed amor patrio del doge di Genova, Jacopo Brignole, rifiutò la presidenza della instituita Municipalità provvisoria, e ritiravasi nel palazzo di sua moglie già defunta, Elisabetta Grimani, ai Servi, essendo il suo a San Salvatore sul Canal grande, allora in rifabbrica, vivendo vita ritiratissima e tutta vòlta alle opere di pietà. Accaduta la sua morte il 23 ottobre 1802, il governo austriaco, allora dominante in Venezia, acconsentì che si ponesse la sua immagine, in seguito a quelle degli altri dogi, nella sala dello Scrutinio, opera di Girolamo Prepiani, sotto la quale fu scritto il semplice suo nome, così :

LVDOVICVS MANIN. (1)

(a) Dalla gente Manlia romana, o Manilia, vogliono parecchi scrittori, tra i quali il Torrelli, nelle. annotazioni alla Soteria di Lorenzo Longo, il p. Ireneo Della Croce, nell’ Istoria di Trieste, e Francesco Tomasini, nella Istoria della famiglia Manini, che derivassero i Manini medesimi. Imperocché, dicono, passati i Manilii da prima in Fiesole, e quindi, minata essa città dai Goti, si ripararono, ai tempi di Carlo Magno, in Firenze, contribuendo alla riedificazione di quella città; ove, per corruzione di nome, appellaronsi Manini, siccome attestano alcuni marmi ed antiche scritture. Ivi, questa famiglia, produsse molti illustri personaggi, grandi confalonieri, generali di quella Repubblica e capitani delle armi di santa Chiesa. A cagion poi delle guerre civili tra Guelfi e Ghibellini, nel 4312, si trasferì in Udine, nella persona di Manino dei Manini, e vi si radicò con fortunati auspizi, rendendosi distinta, con la nobiltà del sangue e con la copia delle ricchezze, fra le principali famiglie di quella provincia, godendo la signoria delle contee e castelli di Polcenigo, Fanno, Merso, Mielis, Cordovado, Sedegliano, Bugnis, Chiavaco e Andreis, con altri domini.  Pei bisogni della Repubblica, nella dispendiosissima guerra di Candia, avendo offerto il co. Lodovico Manini q. Bernardino, 60.000 ducati in libero dono, ed altri 40.000 di deposito in Zecca, fu ascritto al patriziato con tutta la sua discendenza, per decreto del Maggior Consiglio 11 giugno 1651. Innalza per arme questa famiglia uno scudo quadripartito, recante, nel primo ed ultimo punto in campo d’oro un leone vermiglio, e nel secondo e terzo, partito d’ azzurro e d’ argento, un cane marino verde coronato d’oro, sopra l’azzurro, ed una fascia azzurra sopra l’ argento.

Nacque Lodovico Manin li 23 luglio 1726, da Lodovico detto Alvise e da Maria Basadonna. Educato nel collegio dei cherici regolari di San Paolo in Bologna, s’incamminò poi nella carriera civile e politica presso Giovanni Da Lezze, e fu con esso a Roma allorché questi sostenne la carica di ambasciatore a quella corte.  Ripatriato Lodovico, s’impalmò con Elisabetta Grimani; ed entrato nelle magistrature, per le favorevoli disposizioni naturali, essendo maestoso e gentile nei modi, accorto, pronto e nobile parlatore, prudente nei consigli ed  costumatissimo, veniva mandato capitano a Vicenza, donde, non ancora tocco il termine prefisso di sedici mesi, ottenne di ritornare alla patria, ed ivi coprire alcune magistrature che aprivano la via a cariche maggiori.  Nel 1757, venne nominato capitano di Verona, ove si distinse per la sua solerte carità nella grande inondazione seguita dell’ Adige, che recò lutto e desolazione a quella città e provincia. Ripatriato, era eletto senatore, e quindi podestà di Brescia. Le zelanti opere esercitate da lui anche nel governo di questa ultima città gli meritarono, al suo ritorno, la dignità di procurator di San Marco de ultra, il che accadde il dì 25 novembre 1763.  Sostenne in seguito molte magistrature, e cooperò alla riduzione delle valli veronesi, alle opere per raddrizzare le svolte dell’ Adige, e ad altre ancora, godendo esso bel nome fra i migliori economisti dei tempi suoi. Nel 1782, fu destinato ad accompagnare il pontefice Pio VI nel suo passaggio per le Provincie venete, allorché si recò a Vienna; e tale fu l’accoglienza, tale l’aggradimento dimostratogli dal Santo Padre, che volle decorare il nostro Manin col titolo di cavaliere, ponendogli al collo, egli stesso, in solenne udienza, data in Udine, una collana d’oro con medaglia di squisito lavoro, e concedendogli parecchi spirituali benefici per sé e per la sua famiglia. Tanta fu la gloria che perciò consegui, tanta la fede che pose in lui la Repubblica, che morto il doge Paolo Renier, lo volle insignito della suprema dignità della patria, conie superiormente dicemmo. Nei primi anni del suo ducato, nei quali durava tuttavia la calma, volse il pensiero a riedificare il palazzo Delfino a San Salvatore, divenuto di suo proprietà, affidandone il lavoro all’architetto Antonio Selva. E perché era splendido proteggitore delle arti, delle lettere, volle che nel detto palazzo si disponessero due magnifiche sale, una per custodirvi una preziosa raccolta di libri e patri monumenti da esso lui acquistati, l’altra all’uopo di collocarvi le statue ed i marmi raccolti dalla famiglia Farsetti, che a quei giorni correvano pericolo di essere trasportati fuor di Venezia, studioso con ciò di conservare olla patria tanta preziosità Divisamento, che allora, per le agitazioni e lo scompiglio delle pubbliche sorti, non ebbe effetto.

Caduta la Repubblica, Lodovico Manin, rifiutò di accettare la presidenza delta allora instituita Municipalità provvisoria, e ritiratosi nel palazzo Grimani ai Servi, di suo moglie Elisabetta, già morta, fino dal 1792, come superiormente dicemmo, visse privata vita, benché e dai suoi cittadini e da coloro che in appresso occuparono il dominio delle provincie venete si procurasse di attestargli quella considerazione ben dovuta alle esimie sue personali virtù. Divideva quindi il tempo suo in opere di pietà e di beneficenza. Morì il 23 ottobre 1802, ed ebbe sepoltura nell’arca dei suoi maggiori nella chiesa dei padri Scalzi, uno dei vari templi che attestano solennemente la munifica religione della famiglia Manin. Il nostro Lodovico volle anche in morte lasciare un saggio della sua generosa e prudente carità verso i suoi concittadini, legando, col suo testamento 1.o ottobre 1802, centodiecimila ducati, parte per il mantenimento di pazzi ed imbecilli, e parte per quello di fanciulli o fanciulle abbandonate; il che diede principio in Venezia al pio istituto Manin, riconosciuto di tanta utilità pubblica, che venne in seguito augumentalo per altri lasciti di pii cittadini, e che in oggi forma la gemma più splendida della carità veneziana.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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