Ludovico Manin Doge CXX 2/3. — Anni 1789-1797

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Ritratto di Domenico Pizzamano (particolare). Ca' Rezzonico Museo del Settecento Veneziano

Ludovico Manin Doge CXX 2/3. — Anni 1789-1797  

Pervenuta la nuova a Venezia, fu grande la confusione recata; per cui, adunatasi una consulta, la notte del 2 giugno, vari erano i pareri a norma delle passioni che agitavano i proponenti, e da ultimo fu deciso di proporre al Senato la elezione di due savi del collegio, i quali dovessero tosto recarsi a Verona per assistere il Foscarini in una conferenza con Bonaparte in Verona stessa. Scelti Francesco BattagiaNicolò Erizzo, partirono; e giunti a Verona, da colà subitamente informavano il Senato, essere indescrivibile la copia dei mali che gravavano sopra i poveri sudditi e sopra l’erario; per cui disperavano quasi di preservare la pubblica tranquillità. Accoppiatisi poi con il Foscarini, si recarono a Roverbella, presso Bonaparte, il quale, raggiunto il suo scopo, quello della occupazione di Verona, li accolse con dolcezza; e, continuando nell’abbracciata sua via subdola e falsa, manifestava loro l’amicizia che professava verso la Repubblica, e prometteva contenere rigorosamente i soldati; ritirare le sue truppe allorché cacciato avesse interamente gli Austriaci, anzi ritirarle subitamente, se la Repubblica s’impegnasse ella stessa d’impedire ogni loro occupazione e passaggio: domandava intanto certo numero di fucili che si trovavano a Verona, dicendo, che per salvar le apparenze, se ne sarebbe da sé medesimo impadronito; infine altre lusinghe dava agli inviati, valevoli ad illuderli; e tanto, che notiziavano il Senato, essere riuscita quella conferenza di grande conforto, dissipato vedendosi l’oscuro orizzonte che parca dovesse minacciare la tranquillità della Repubblica.

Se non che del tutto opposte erano le informazioni che ritraevano gli inquisitori di Stato, intorno ai progetti di Bonaparte; tra i quali era quello d’impadronirsi della fortezza di Legnago. Ma le comunicazioni date da essi inquisitori ai savi, sia per l’uno o per l’altro motivo, non furono lette al Senato. Questo però, che fino dal primo dispaccio del Foscarini, paventava per la capitale, aveva richiamato, per la sua sicurezza, la flotta; ordinata una leva di cernide nell’Istria; creato un’apposita magistratura, col titolo di Provveditore alle lagune, affidata a Jacopo Nani; aveva spedito, in fine, una nota al Direttorio, spiegando gli avvenimenti, e ricordando la protesta fatta agli Austriaci per l’occupazione di Peschiera; la sempre serbata neutralità, lo stato inerme, e le violenti espressioni di Bonaparte al provveditor Foscarini, la speranza e il desiderio che il buon accordo tra le due Repubbliche non venisse turbato.

Bonaparte intanto seguiva senza riguardo alcuno i suoi divisamente ed una memoria scritta dal Senato al Querini, residente a Parigi, in data 11 giugno, da comunicarsi al Direttorio, narrava l’occupazione di Verona, e le violenze d’ogni maniera commesse dalle truppe francesi. Né meno si lamentava il Senato a Vienna per le violenze austriache, e dolorosamente riconosceva, ma troppo tardi, essere gli Stati vendi divenuti il teatro di quella guerra, dalli cui terribili effetti aveva la Repubblica sempre cercato di garantire gli innocenti e tranquilli suoi sudditi.

Richiamato intanto da Roma Tommaso Condulmer, già compagno dell’Emo, era dato a luogotenente del provveditor generale Jacopo Nani; e nel mentre quest’ultimo si occupava della parte marittima, attendeva Giuseppe Priuli a ben ordinare le truppe, che arrivavano dalla Terraferma e dalla Dalmazia; rinnovava rigorosamente il divieto nell’ingresso nel porto ai legni armati sotto qualunque bandiera si presentassero: ed il Senato, prendendo in considerazione l’erario venuto in basso, e le importabili spese a cui si faceva incontro, oltre a quelle già in corso per le sussistenze francesi, deliberava, il dì 9 giugno, una straordinaria gravezza, cioè una nuova decima, ed un campatico, sopra coloro che possedevano in Venezia e Terraferma fondi allibrati; lo che ristringeva l’imposta nei soli Veneziani. Dai quali balzelli si conseguì il complessivo incasso di ducati 418.494. Tanta fu poi l’alacrità dimostrata dai sudditi di soddisfare la quota loro assegnata, che non solo la esborsarono prontamente, ma anche più offerte spontanee vi aggiunsero, le quali salirono a ducati 1.290.690, oltre a molti doni di oggetti per uso dell’arsenale e per l’allestimento delle truppe. E ben ne erano rimeritati dalla clemenza e carità del Senato, il quale, non ostante le strettezze dell’erario, decretava un sussidio di trentamila ducati agli indigenti di Brescia, sopprimeva il dazio della macina, alcuna via non lasciando intentata di alleviare i miseri comuni.

Sembrava adunque che ciò tutto dovesse accennare alla guerra; ma quantunque, il dì 11 giugno, Tommaso I Mocenigo-Soranzo, in Senato, eccitasse i savi a proporre, con ogni sollecitudine, la elezione di commissari o provveditori straordinari nei vari luoghi, e la distribuzione di quei maggiori presidi nella Terraferma, che stimassero necessari!, onde prevenire nuovi mali; pure la consulta, divenuta tempestosa, per le varie e discordanti opinioni dei senatori, finì con il cadere a vuoto: tanto era lo sgomento degli animi, che si credette ormai inutile qualunque sforzo fatto in Terraferma per salvarla. Conveniva allora abbracciare il partito preso ai tempi della lega di Cambrai, rinunziando totalmente alla Terraferma medesima, con che si sarebbero risparmiati molti mali agli abitatori di quella ed all’erario assai oro, sprecato in inutili spese; e si sarebbe lasciato tempo ad una sagace e avveduta diplomazia, la quale, approfittando degli avvenimenti, avrebbe riuscito forse di salvare, almeno per allora, la Repubblica da tanta burrasca. Ma in quella vece si presero incerte, oscillanti, imperfette deliberazioni, atte a rendere sospetta la Repubblica stessa, tanto alla Francia quanto all’Austria; onde per tale maniera non altro si tirava addosso che la nimicizia più o meno aperta dell’ una e dell’ altra.

I Francesi intanto posto l’assedio a Mantova, entravano nei ducati di Parma e di Modena; poi invadevano la Romagna, spingendosi fino a Bologna: per ogni dove sorgevano transitorie repubbliche: si affrettava il papa, e così pure il re di Napoli, a conchiudere trattati con sacrifici gravissimi: alla Toscana era rapito Livorno, sotto pretesto che vi avessero ottenuto favore gli Inglesi. Per cotale modo il terrore delle armi francesi teneva in sgomento tutta Italia, ed era ben da aspettarsi che le sorti non potessero esser diverse per la Repubblica veneziana.

I popoli però davano manifesti segni d’odio verso gli invasori.  I Bergamaschi inviavano al doge ed al Senato un indirizzo, offrendo sé stessi in difesa della patria; gli Istriani e i Dalmatini spontaneamente accorrevano a Venezia per guardarla e munirla da ogni insidia nemica; la più parte dei sudditi si mostrava ardente per salvare l’amata Repubblica; sicché bene può dirsi, che non i sudditi mancassero al governo, ma questo a quelli.

L’adunamento di molte genti d’armi nella capitale adombrò il ministro francese Lallement, il quale presentava, il dì 8 luglio, una memoria al collegio, in cui, a nome del suo Governo, manifestava, non poter vedere con indifferenza l’unione di soldati schiavoni e di truppe nazionali a Venezia e nelle isole circonvicine; imperocché ciò faceva suspicare al generale in capo dell’esercito francese, non fosse ad altro fine prese tali disposizioni ostili, se non se per diffidenza ingiuriosa e contraria agli interessi della Repubblica francese: aver dunque ordine di chiedere spiegazione franca e leale, e l’oggetto di cotal moto; attendere, Bonaparte, dalla saviezza del Senato, la cessazione immediata di un armamento, la cui continuazione, giustificando i suoi sospetti, lo indurrebbe tosto a rimuovere la buona intelligenza fra i due Governi, e che solo una pronta e soddisfacente risposta potrebbe mantenere.

Rispose il Senato, rinnovando le proteste di amicizia verso la Francia, e il fermo divisamento di mantenere la più imparziale neutralità, di cui aveva date indubbie prove: tuttavia la Repubblica, quantunque si era astenuta dal provvedere e precauzionarsi onde assicurare la esterna tranquillità dei suoi Stati, volgendo solo le cure a mantenere l’ordine e la calma nei propri sudditi, voleva su questa medesima base continuare; ma prevedendo pur troppo il caso che fossero ad accadere vive azioni di guerra in prossimità della stessa capitale, non poteva, si aggiungeva, lasciar di prendere le necessarie precauzioni per garantire la tranquillità della capitale medesima da improvvise discese nell’Estuario, o di numerose popolazioni spaventate, o di bande di armati disperse e fugate, che venendo a cercare un asilo, vi traessero seco la confusione e il terrore; questo essere il precipuo motivo dell’adunamento delle truppe in Venezia; questo l’armamento delle lagune; sperar quindi che tale dichiarazione fosse per dissi pare ogni dubbio, ogni triste pensiero; essendoché nulla stava tanto a cuore al Senato quanto di conservare con Francia accordo perfetto.

Ma a tante proteste amiche, a tanta condiscendenza, e diremo quasi bonarietà della Repubblica, rispondevano i Francesi continuando nelle violenze e nelle requisizioni con prepotenza militare, il narrare le quali sarebbe opera lunga e dolorosa, bastando accennare, che tutte quelle ingiustizie e fellonie procurarono più sempre l’odio dei popoli; tra i quali i Veronesi protestarono, che se il Governo non vi poneva riparo, essi stessi farebbero da sé, versando il proprio sangue in difesa della patria e degli averi. Tali proteste, partecipate dal provveditore Foscarini agli inquisitori di Stato, e da questi ai savi, non vennero comunicate al Senato, e quindi rimasero senza effetto.

Nel frattempo essendo bombardata Mantova dai Francesi, era quasi imminente la sua caduta; e a farsi forti i conquistatori contro dell’Austria pensavano stringere colla Repubblica veneziana alleanza; dicendosi che Bonaparte, in questo caso, sarebbe disposto cedere alla medesima Mantova stessa, o veramente parte del Milanese. Ma parecchie considerazioni preoccuparono l’animo del Senato, tra cui quella del prossimo soccorso, che con grande sforzo l’Austria preparava, sotto il comando del generale Wurmser, per cui fu, il 22 agosto, declinato ad ogni alleanza, anche puramente difensiva, e ciò per non avvolgersi ben presto in una guerra, a cui sostenere mancavano armi e danaro.

Il provveditore Nicolò Foscarini, accagionato di debolezza, veniva, il 18 luglio, surrogato da Francesco Battagia. Il quale per essere stato deputato a Bonaparte, con Nicolò Erizzo, a Roverbella; poi perché entrato nella buona grazia di lui, e perché fu prescelto in seguito in ogni maneggio col medesimo, gli venne la trista fama ed il nome di traditore della sua patria.

Richiesto quindi da Bonaparte un abboccamento istantaneo con lui, a Verona, il Battagia là si recava, incontrandolo, il 23 luglio, a Peschiera. Si lagnava in quello nuovamente il conquistatore dell’armo straordinario che si faceva a Venezia, il quale, diceva, non poter avere ad oggetto che la sola Francia; diceva, tutto mostrare, in ogni atto e fatto, essere divenuta la Repubblica a lui avversa. E tornando quindi sulle antiche querele intorno alla dimora del conte di Lilla a Verona e sulla occupazione di Peschiera per parte degli Austriaci, conchiudeva con il chiedere, entro quarantotto ore. la promessa di ridurre le forze militari in Venezia sul piede ordinario, altrimenti avrebbe dichiarato guerra alla Repubblica, poiché quegli straordinari armamenti erano un’ingiuria che la Francia non poteva né doveva soffrire. Per lo contrario, se il disarmo seguiva, la Repubblica sarebbe risguardata siccome amica, ed avrebbe ricevuti in seguito, a compenso delle spese sostenute per lo mantenimento delle truppe francesi, o la cessione di Mantova o la distruzione di Trieste, porto sì dannoso al commercio veneto; veramente la soddisfazione in contanti del fatto esborso: finiva poi dicendo, che l’occupazione fatta di Ancona era conseguenza del concepito sospetto della condotta dei Veneziani, onde avere un mezzo valevole per distruggere il loro commercio al caso che non si combinassero le cose amichevolmente: aver già stabilito di inviare a Venezia un ufficiale perché intimasse il disarmo entro ventiquattro ore, ma che un riguardo verso la Repubblica lo aveva determinato piuttosto di parlar con il Battagia, onde col suo mezzo ottenere risposta sollecita dal Senato.

Il quale, notiziato tosto dal Battagia medesimo, alfine di averne positiva risposta entro cinque o sei giorni, avendo egli ottenuto da Bonaparte questa perentoria dilazione, ingiungeva a lui di veder nuovamente il generale medesimo, onde rassicurarlo circa alle sue intenzioni, notiziandolo anche del vigoroso bando che si stava pubblicando per contenere i sudditi nella dovuta moderazione.

Nel frattempo con nuove forze scendeva in Italia il generale austriaco Wurmser per liberare Mantova vicina a cadere; e in sulle prime vittoriava sopra Massena e Joubert, entrava in Verona, s’impadroniva di Salò, ed obbligava i Francesi a sgomberare da Brescia; per cui Bonaparte levava, per il momento, l’ assedio di Mantova.

Sennonché, vinto poscia l’Austriaco nella battaglia datasi a Lonato il 31 luglio, ritornavano i Francesi a Brescia, ritornavano a Salò e a Montechiaro; e vinto un’altra volta, nei primi giorni di agosto, a Castiglione, entravano anche in Verona, e Mantova era di nuovo bloccata; sicché Wurmser, in conseguenza di altra rotta, si ritirava ad Ala, pronto a ripararsi nel Tirolo, ove lo sospingeva il nemico, che erasi impadronito dei luoghi circostanti. Da tutti questi movimenti di armate non é a dire quali e quanti fossero i mali che pesavano sopra i miseri sudditi della Repubblica: a riparare i quali non vi era alcun modo, stante la deficienza delle forze, la paupertà dell’erario, e, ciò che più vale, stante il pusillo animo di molti fra i principali senatori, il cui voto, per esser dei più, prevalse a quello dei pochi, che proponevano si prendessero forti risoluzioni, od almeno tali che valessero a menomare le sciagure ed a prevenire nuove rovine.

Continuava però il Senato negli armamenti della capitale, ed a ridurre la laguna in buono stato di difesa; e dall’ altra parte infuriava più sempre Bonaparte ad ogni piccolo fatto che succedeva nelle campagne, diuturnamente infestate e manomesse dalle sue truppe.

Proseguivano intanto le vittoriose armi francesi il loro corso, e coi nuovi rinforzi ricevuti poterono stringere vieppiù il blocco di Mantova. Il dì 4 settembre acca deva quella feroce battaglia, conseguenza della quale fu la presa di Trento, per parte dei Francesi, a cui susseguì l’altra datasi nei dintorni di Legnago, ove vinti rimasero ancora gli Austriaci. Tutti questi fatti d’armi compiutisi, per la maggior parte, nelle terre della Repubblica, nuove devastazioni e violenze apportarono a quei pacifici popoli. Cionondimeno Bonaparte trovava di che lamentarsi con il podestà Priuli, dicendo, essere turbata la pubblica tranquillità in Verona, caduti assassinati vari Francesi, non venirgli somministrato l’occorrente provvedimento al suo esercito; e cento e, cento altri lagni aggiungendo, terminava, all’assunto suo modo, con minacce tiranniche, e proprie solo di chi disconosce giustizia. Le giustificazioni del Priuli poco valsero a calmare l’irragionevole conquistatore, o a far diminuire le di lui violenze, e le violenze dei suoi.

Ne minori enormità commettevano gli Austriaci, entrati in Vicenza: sicché era una gara fra i due eserciti rivali di chi potesse mettere più al fondo l’innocente Repubblica. La quale, vedendo ogni dì maggiormente minacciata la propria esistenza, vietava, con decreto del 10 settembre, l’ingresso dei forestieri in Venezia, dandone avviso a tutti i rappresentanti e ministri esteri.

Le eccedenti spese richiedevano intanto nuovi provvedimenti, giacché erano già consumate e le offerte generose e volontarie dei cittadini, e i nuovi campatici, e le decime, decretate sino dal 9 giugno; oltre di che si era valuto della cassa del bagattino, vale a dire, del deposito di un bagattino per lira, che si pagava sugli utili dei pegni dei Monti di Pietà. Fu uopo adunque procedere ad alcuni aumenti di dazi, a tassare di un dieci per cento le utilità certe ed incerte degli impiegati, le rendite degli avvocati ed intervenienti in Venezia, gli affitti; furono vendute cariche, data opera ad esigere antichi crediti; fu aperto un nuovo prestito al quattro per cento, ed ordinata la vendita dei beni residui, provenienti dai cenobi soppressi. Ma tutte queste disposizioni erano di gran lunga inferiori al bisogno, né corrispose un imprestito aperto con la guarentigia delle scuole grandi, né altre tasse imposte, tra le quali una sulle gondole; poiché ciò tutto fu appena bastante a sopperire alle occorrenze dell’ anno 1796.

Giungevano in questo agl’inquisitori, da tutte parti, notizie intorno ai disegni e pensamenti delle varie corti d’Europa verso la Repubblica; ma comunicate ai savi del collegio, essi non ne diedero parte al Senato; fermi nel credere, che si dovesse ristringere a pochi individui le cognizioni essenziali delle cose, onde non si divulgassero, come si aveva  certa prova, per cui fu d’ uopo si richiamassero in vigore le leggi contro i propalatori dei segreti di Stato.

In una conferenza tenuta dal Lallement, il 19 settembre, con il cav. Pesaro, tornava egli sulla proposta d’ alleanza; ma essendo questa nuovamente negata, attesa la difficile posizione della Repubblica verso l’Austria, pochi dì appresso il Lallement stesso presentava al Senato una memoria in proposito, la quale otteneva il medesimo effetto.

Da quell’istante i Francesi si diedero senza alcun riguardo a vivere d’imperiose ricerche a carico dei veneti Stati, ad occupare a piacimento i luoghi che più loro attalentavano, a porger mano ai liberali per rivoluzionare i popoli, ad imporre infine la legge, come ai vinti. Il linguaggio di Bonaparte si fece sempre più aspro; i suoi generali trattavano con sempre maggior alterezza e capriccio.

Un nuovo esercito nel frattempo si preparava dall’Austria, il quale, composto di sessantamila uomini, calava dalle Alpi comandato dal generale Alvinzi. Il primo scontro con le truppe di Bonaparte accadde il 6 novembre nel villaggio detto Le Nove, presso Bassano, e sulla riva sinistra del Brenta, senza però deciso risultamento. Né la battaglia datasi a Caldiero il dì 12 decise la sorte delle armi. Ma ben la sanguinosissima pugna d’Arcole, durata tre giorni di seguito, coronava di splendido alloro Bonaparte, il quale volava di vittoria in vittoria a Campala, a Rivoli, a Corona, sicché si videro costretti gli Austriaci a ritirarsi, ed il generale Wurmser a cedere Mantova, per cotal modo rimanendo l’Italia in balìa dei Francesi.

Tanta gloria doveva essere sorgente di più amare vicende alla infelice Repubblica di Venezia, maltrattata orrendamente da ambedue le belligeranti nazioni. Alle rimostranze, che il provveditore straordinario Battagia faceva a Bonaparte, egli rispondeva stranamente, falsamente, negando i fatti, o prendendo a scherno i dolori dei popoli. Alla quale risposta il Battagia replicava, dimostrando la verità delle cose da prima esposte; la lealtà della Repubblica, accagionata tortamente di connivenza con l’Austria. E Bonaparte, a rincontro, non potendo più negar fatti notissimi, si mostrò più calmo, si scusava quasi, promettendo che sarebbe da lui punito ogni eccesso commesso dai suoi soldati.

Una nuova proposta d’alleanza con Francia veniva ancor rifiutata, come rifiutata era quella offerta dalla Prussia col mezzo dell’ambasciatore Querini.

Le male arti francesi intanto erano più che mai in vivo moto; scritti, emissari, libri, immagini, tutto si metteva in opera per preparare gli animi alla rivolta. Né ciò si poteva impedire dagli inquisitori di Stato, specialmente nella classe media, negli avvocati, negli uomini di lettere, ed anche in parecchi patrizi, fatti entusiasti delle gloriose vittorie del conquistatore e sognanti una rigenerazione della Repubblica con forme democratiche.

In questo mentre Baraguey d’Hilliers, generale francese, occupava Bergamo con militare violenza; e al richiamo che ne faceva il Senato al Direttorio nulla risposta fruttava, imperocché ciò era conseguenza del disegno preconcetto, sì del Direttorio stesso, come di Bonaparte, quello cioè di dare all’Austria, quale compenso del Belgio, le provincie soggette alla Repubblica.

Nuovi avvenimenti però facevano cangiar politica alla Francia, vale a dire l’approssimarsi del principe Carlo, che, vincitore in Germania, veniva a prendere in persona il comando dell’esercito imperiale in Italia. L’occupazione quindi di Brescia, Bergamo, Salò, Peschiera, Verona e Legnago era necessaria all’ armi francesi, per la pronta comunicazione con le create repubbliche cispadane. Ad oppugnare il nemico si preparava Bonaparte alla fine del febbraio 1797, ed i campi delle pugne erano le terre della Repubblica, e principalmente il Friuli. Sul Tagliamento accadde la prima aspra battaglia il 16 marzo 1797, in cui trionfarono i Francesi, per cui poterono stendersi fino ad occupare Palmanova, Gradisca e Trieste. Le altre vittorie conseguite dai diversi corpi francesi a Lavisio, a Bressanone ed altrove, sconcertarono i disegni del principe Carlo, e l’obbligarono a ritirarsi verso Lubiana. Poi, non ben riuscito lo sforzo di Laudon e Kespen, che chiamarono i Tirolesi in massa alla difesa, perché non poterono impedire l’unione delle truppe di Joubert con il centro dell’esercito, e questo centro continuando a vittoriare, il principe Carlo dovette accorrere alla difesa di Vienna minacciata.  Già Bonaparte si preparava a tentar l’ultimo colpo, che schiacciare doveva l’Austria, ma che poteva parimenti, in caso avverso, riuscire potentemente disastroso alle armi di Francia; quando, il dì 7 aprile, giungevano al campo di Judenburgo, ove egli si trovava, i plenipotenziari austriaci, conte di Bellegarde, Merfeld ed il marchese del Gallo, chiedendo una sospensione d’armi per trattare, giusta l’offerta fatta da Bonaparte medesimo, per lettera inviata al principe Carlo il dì primo di aprile.

Ma in questo mezzo accadevano importantissimi avvenimenti nel veneto Stato. A Bergamo, occupata già dal generale Baragucy d’Hilliers, venivano disarmati i cittadini, asportate le munizioni e duemila fucili, sicché un generale scontento si manifestava nel popolo, declamante contro il sistema adottato dalla Repubblica. Così accadeva a Palma per opera degli Austriaci, occupata da essi con violenza oltre ogni dire eccessiva, e quasi a tradimento.

Né queste erano le sole cagioni, che portarono al colmo i mali della Repubblica, e che produr dovevano irreparabilmente la sua caduta, che vi si aggiunsero le rivolte dei propri sudditi, e il distacco di alcune provincie dall’ antico Governo: e ciò per la diffusione di quei principi sovversivi, che primamente serpeggiarono in Bergamo ed in Brescia, provincie limitrofe alla novella repubblica Cispadana, non che per le inique trame francesi.

E già per queste, il dì 13 marzo, si compiva la rivoluzione di Bergamo, che si chiamava libera, instituendo una municipalità provvisoria. Seguiva, il 18 del mese stesso, la rivoluzione di Brescia, nella quale mancò poco non perdesse la vita il provveditore generale Battagia.

Si spedivano dal Senato a Bonaparte il cav. Pesaro e Giambattista Corner, onde dolersi dell’ accaduto, poiché risultava aver presa parte alle rivolte di quelle città gli ufficiali francesi: ed in pari tempo scriveva ai rappresentanti nelle provincie, eccitandoli a chiamare a se i capi dei diversi corpi delle città e dei territori, e significar loro, che nelle presenti durissime circostanze non dubitava, esso Senato, di ricevere le più chiare e solenni testimonianze dell’attaccamento che li aveva sempre distinti, confortandoli a resistere a qualsiasi macchinazione e sorpresa.

Si affrettarono quindi le città di Treviso, di Vicenza, di Padova, di Verona, Rovigo. Bassano ed altre a rinnovare le loro proteste di fedeltà alla Repubblica, e massime nelle valli bergamasche e bresciane si destava generale entusiasmo.

Nel Senato ancora si proponevano diversi partiti da prendere nelle gravi circostanze, affine di preservare, in tanto stremo, la esistenza della Repubblica; ma nulla si conchiudeva, mancando di ferma risoluzione i componenti quel corpo, per cui le deliberazioni riuscirono incerte, contradditorie, e quindi vane, per non dire dannose.

Intanto nelle provincie continuava il movimento in favore del Governo, e massime nelle vallate di Brescia, di Bergamo e di Verona. Nella quale ultima città si dava opera ad ammassar armi e munizioni, e se ne chiedevano urgentemente da Venezia, del pari che truppe ordinate.

Ma tutte le buone disposizioni dei sudditi, tutti gli ordini del provveditore generale Battagia e di Alvise Contarini, podestà e capitano di Verona, andavano a rompere contro la condizione difficile in cui si trovava il Senato; il quale, alle ricerche del Battagia rispondeva, non potere sì presto spedire i domandati soccorsi; e soltanto inviava quattro cannoni, trovati, per soprassello, in pessimo stato.

Ciò non di meno, tanto era l’entusiasmo e l’ira delle popolazioni, che di un subito si trovarono raccolti, al primo allarme, ben trentamila uomini. Ma non vi era danaro per soddisfarli, non annona per mantenerli; sicché il Battagia si vide costretto a licenziarli, ritenendone soltanto tremila di stabili, disponendo però in modo che al bisogno potessero essere di nuovo recati al numero di trentamila. Faceva intanto, per quanto era possibile, incetta di armi, spingendo l’arbitrio fino a comperare duemila cinque cento fucili destinati pel provveditore delle lagune e dei lidi di Venezia.  Raccolte quelle genti alla Croce Bianca, a poca distanza da Verona, il Battagia le passò in rassegna, arringandole, e le sue parole furono accolte con acclamazioni; ma il partito della inazione era riuscito a far nominare il Battagia avvogador di comune, carica che il richiamava a Venezia, ove per altro non si ridusse che ai primi di aprile.

Intanto non posavano i rivoluzionari, ma s’insignorivano di Salò e di Crema, aiutati dai Francesi. I quali, in mezzo alle protestazioni di amicizia e di buon accordo, commettevano i più neri atti di violenza e di perfidia; per cui il fermento cresceva e l’armamento diveniva sempre più generale, onde se ne spaventavano, e cercavano per ogni maniera impedirlo. Anche il Senato non cessava di raccomandar la moderazione e la scrupolosa osservanza della neutralità; ma era impossibile prevenire alcuni fatti parziali, provocati per lo più dalle violenze francesi nelle campagne. La condizione della Repubblica quindi era la più difficile; tutta la sua tolleranza, le sue spiegazioni, i suoi maneggi diplomatici non riuscivano a buono effetto, ma facevano anzi augumentare vieppiù l’insolenza francese.

La missione del Pesaro e del Corner a Bonaparte, che raggiunsero finalmente a Gorizia, non fece, in conto alcuno, migliorare le cose. Poiché, quello sleale sovvertitore di ogni legge e giustizia, con vane parole, con mendicati pretesti, con subdole arti, facendo mostra ignorare i fatti accaduti a Bergamo e a Brescia, e tornando sulle antiche querele, cento volte dimostrate insussistenti, anzi irragionevoli, intravedere faceva lo stabilito suo principio, quello cioè, di riguardare il veneto Stato come da lui occupato, e quindi disporre a suo beneplacito senza alcuno riguardo.

A reprimere però l’ulteriore insurrezione delle provincie, ed a far cessare le tolte per approvvigionare l’esercito francese, proponeva Bonaparte, che la Repubblica restringesse vieppiù i legami con la Francia; che prendesse pure quei provvedimenti che stimasse più opportuni, purché non venisse ad offendere le truppe francesi, dandone però a lui anticipatamente l’avviso; che pagasse, da ultimo, a lui un milione di franchi al mese per il corso di sei mesi, e tanto meno quanto più presto avesse terminata la guerra d’Italia; la qual somma, unita al prezzo delle somministrazioni già fatte, sarebbe pagata dalla nazione francese al momento della pace.

Tornati i messi a Venezia, furono vivamente discusse in Senato le proposte di Bonaparte; e dopo molti pareri, fu preso, col decreto primo aprile, di acconsentire al pagamento del milione di lire al mese per sei mesi, se la guerra d’Italia tanto durasse, e pagarlo o in contanti o in generi da valutare al prezzo da convenirsi, a condizione che con il primo contamento cessasse ogni requisizione a carico dei sudditi, e venisse positivamente allontanata qualunque ingerenza dei Francesi da qualsiasi parte benché remota, sia nel suscitare le popolazioni, sia in quei provvedimenti che dal Governo si facessero per ricondurre alla subordinazione le ribellate città.

Nella fiducia adunque di essersi in tal modo assicurata la libertà d’azione, volse il Senato ogni cura ad ordinare la difesa della capitale, e a profittare della buona disposizione delle valli bergamasche e dei Veronesi, ed in generale di tutti i sudditi, per provvedere al riacquisto delle perdute città, e allo impedimento di ogni progresso della rivoluzione. Si nominavano quindi provveditori straordinari in varie città della Terraferma a questo fine, e per la morte accaduta del cav. Jacopo Nani, provveditore straordinario delle lagune e dei lidi, si eleggeva in suo luogo Giovanni Zusto, rimanendo però sempre al Condulmer la soprantendenza e la disposizione delle forze nelle lagune.

Gli ordini dati dal Senato operarono, che i Salodiani, aiutati dai popoli della Val Subbia, cacciassero i rivoltosi. Anche gli abitanti della Valle Seriana, levatisi in arme, si spinsero fino ai borghi di Bergamo, col divisamento di marciare perfino su Brescia; ai quali poscia si unirono anche coloro di Val Trompia e di Val Camonica, onde si accinsero a porre il blocco a Brescia stessa.

Ad onta però che il Senato raccomandasse, anzi imponesse ai popoli, che in suo favore combattevano, di serbare la neutralità verso le truppe straniere, pure ciò tutto non valeva a quietare i Francesi, i quali di quel moto generale rimanevano spaventati. Deliberarono quindi, per qualunque modo si fosse, reprimerlo, e valersi di ogni pretesto per impedire ai Veneziani di farsi forti e di condurre a termine la incominciata depression dei ribelli. Quindi gridava il generale Landricux da Brescia, essere stata rotta la neutralità; aversi dato ordine agli abitanti della valli di Bergamo di combattere e cacciare i Francesi da quella città; e, caricando d’ insulti il Battagia, non più provveditore straordinario, lo minacciava di attaccare con tutte le sue forze i paesani in arme, se non li faceva ritirar sul momento; se a lui non si consegnavano i loro capi. Si indirizzava poi, il generale medesimo, ai valligiani con una grida, nella quale, chiamando traditore il Battagia. prometteva di far impendere tutti coloro che gli avevano mossi all’armi ; ed in caso che persistessero essi nell’ impresa, di impenderli essi pure, e di abbruciar loro le case, e diffonder dovunque la desolazione ed il lutto.

Non é a dire la sorpresa che recò al Senato i fogli pubblicati dal Landricux: senonché reputandoli dettati dal solo suo arbitrio, mentre aveva a sua guarentigia le dichiarazioni del Direttorio esecutivo e quelle di Bonaparte, che nessuna ingerenza sarebbe presa dai Francesi sopra i sudditi veneti, incaricava i rappresentanti delle provincie di rianimare lo spirito delle popolazioni, né di lasciarsi intimorire da quei fogli.

Così confortate le popolazioni continuavano nel blocco di Brescia, e alcuni scontri loro riusciti vantaggiosi davano tanto più a pensare ai Francesi; onde il generale Halland, ritiratosi da Verona nel castello San Felice, teneva i soldati in continuo allarme. In quell’agitazione degli animi, nella incertezza delle cose del Tirolo, nel bisogno di assicurarsi le spalle per il caso di una ritirata, il frenare il moto dei sudditi della Repubblica diveniva una necessità. E per dare apparenza di giustizia a quanto si divisava eseguire, fu inventato, con le assuete arti francesi, un violento manifesto, attribuito al Battagia, che venne impresso nei pubblici fogli loro devoti. Il quale manifesto, anche per la forma con cui era stilato, era di per sé contraddittorio all’animo ed alle opere del Senato, il quale sempre, e massime adesso, gelosamente persisteva nella più stretta neutralità, da respinger perfino ogni proposizione d’accordo con gli Austriaci a danno dei Francesi, inviatagli, con il dispaccio 10 aprile, da Vienna dall’ambasciatore Gio. Pietro Grimani.

Cionondimeno, non cessavano i generali francesi e lo stesso Bonaparte di accusare a torto la Repubblica, niente per altro, che per adonestare le violenze perpetue che commettevano ed il tradimento che Bonaparte medesimo andava maturando.

E di vero, un corpo francese aveva tentato disarmare i popoli della Val Trompia, né si astenne se non a motivo del considerevole lor numero. I fatti poi accaduti in Risato; le scorrerie dei ribelli bresciani, compiute sotto mentite spoglie francesi, fino a Peschiera; i Francesi che si aggiravano per le Valli, onde mettere gli abitanti in apprensione; l’alloggio preso da essi, in numero di trecento, a Salò, contro le rimostranze loro fatte, per evitare una collisione colle milizie urbane; la feluca francese giunta nel porto di Salò stesso, onde torre a forza le barche tutte che ivi si trovavano; le violenze e l’invasione poscia seguita nel luogo medesimo, in onta alla vigorosa protesta del provveditore straordinario Francesco Cicogna, che alfine dovette ritirarsi in Idro; l’ occupazione, non pur violenta, delle Valli Sabbia, Camonica e Trompia, e di parte delle altre, le quali con espressi segni di dolore dovettero piegarsi alla necessità prepotente ; tutti questi fatti ed altri parecchi svelavano chiaramente l’infame disegno degli aborriti Francesi.

Tale disegno venia più sempre incarnandosi, allorché Bonaparte, il 5 aprile, accordava, a Judemburgo, con gli imperiali una tregua di sei giorni, durante i quali si avvenne ad incamminare le trattative di pace. Nel corso di tali giorni, Bonaparte stesso scriveva al ministro Lallement a Venezia parole d’ira contro la Repubblica, trattandola da traditrice, ed accusandola di fatti falsi, anzi non verosimili; ordinando a lui d’intimare al Senato la liberazione di tutti i detenuti prigionieri favorevoli a Francia; fosse ridotto il presidio nelle città tutte di Terraferma al numero di che si componeva sei mesi addietro; fossero disarmati tutti i villici; mantenuta la tranquillità; puniti coloro che avessero inflitto danni ai Francesi; pagasse, in fine, il valore del convoglio austriaco, che diceva aver protetto un vascello veneziano, contro la fregata francese La Brune, che stava per catturarlo. Poi, con un violento manifesto, segnato da Judemburgo il 9 aprile, eccitava i sudditi veneziani a sciogliersi dall’antica obbedienza, per abbracciare la libertà, che loro recava. Altra lettera anche inviava Bonaparte al cav. Pesaro, ricolma di amari rimproveri, circa al contegno del Senato, minacciandolo di dichiarargli la guerra.

Giungeva al massimo grado lo sbigottimento quando, insieme colle lettere accennate, arrivarono le notizie della tregua di Judemburgo, e dell’avviamento di pace con l’ imperatore, nulla di bene ripromettendosene, sulla condizione delle cose, i più savi. L’improvvisa venuta di Junot, aiutante di campo di Bonaparte, accresceva lo spavento; imperocché recava un dispaccio da consegnarsi prontamente in pien Collegio, attendendo solo ventiquattro ore la risposta. Né valse che nel dì seguente, 15 aprile, ricorresse il sabato santo, giorno tutto dedicato alla religione, che fu forza accordare al messo l’ udienza.  Portava quel dispaccio amarissimi lagni, accuse inique, intorno all’armo dei villici nella Terraferma; portava minacce sanguinose, al caso non si dissolvessero tosto quelle masse armate, e se non si fossero dati in sua mano gli autori degli omicidi perpetrati; anzi portava dichiarazione di guerra mancando di soddisfare alle inchieste. continua  (1) … continua 

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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