Paolo Renier. Doge CXIX. – Anni 1779-1789

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Sala dello Scrutinio. Girolamo Prepiani. Ritratto di Paolo Renier

Paolo Renier. Doge CXIX. – Anni 1779-1789 (a)

Concorreva al principato Paolo Renier, uomo di vasta erudizione, di grande politica e di molta facondia, al quale gli venivano opposti principalmente il cav. Andrea Tron e Girolamo Veniero. Se non che il Renier, per riuscir doge non sdegnava per fino di ricorrere, non ai mezzi della corruzione, come scrissero vari, riconvenuti splendidamente di falsi dal co. Girolamo Dandolo, ma alle umiliazioni, presentandosi al broglio e calar stola, cioé a raccomandarsi. Ad onta quindi che avesse non pochi contrari, massime tra quelli che desideravano cose nuove, pure fu eletto doge il 14 gennaio 1779, però con poca soddisfazione del popolo.

Assumeva egli in tempi difficili il governo della Repubblica; imperocché il caro dei viveri, il lusso smodalo, la corruttela dei costumi, gli abusi frequenti negli uffici, e, ciò che più vale, la diffusione dei libri, recati qui da oltremonti, ricolmi d’idee libere, irreligiose, sovvertitrici dell’ordine, domandavano grandi e pronte riforme. Carlo Contarini, uomo facondo e dotto, allora uno dei Quaranta, assunse, il dì 3 decembre 1779, l’ incarico di parlare nel Maggior Consiglio, rappresentando la necessità di porre immediato riparo a tutti questi mali. Il suo discorso concitato, veemente, produsse gravi e lunghe discussioni, a cui prese parte, nei dì successivi, lo stesso doge; e dopo molti rumori ed alternare e mutar di progetti, finalmente, secondo la proposta del doge, fu preso di eleggere cinque correttori, duraturi in carica un anno, con facoltà di rivedere e correggere i capitolari di tutti quei magistrati, che avevano l’incarico di soprantendere ai viveri necessari a tutte le classi, e di produrre inoltre quelle regolazioni che riputassero le più adatte, per provvedere allo sconcio del troppo frequente mutamento dei cittadini nella Quarantia, non che al modo di supplire ai pesi maggiori che fossero per derivarne all’erario; di presentare anche il metodo e il modo di stabilire buona disciplina per una ben sistemata letteraria educazione rispetto alla religione, ai costumi e alla soda letteratura; di proporre e levare tutto ciò che potesse rendere promiscui e confusi i diritti dell’uno e dell’altro magistrato, esaminando cadauna delle incombenze dei medesimi e il numero dei loro ministri; consigliare quelle regolazioni che stimassero necessarie per moderare il lusso e la confusione generale delle classi, con l’obbligo di leggere le loro proposizioni al Collegio e poi al Maggior Consiglio senza poter deviare dai limiti loro prescritti. Si dava del resto ad essi correttori la facoltà di eleggersi quei ministri che giudicassero opportuni, affine di compiere le loro operazioni con maggior sollecitudine.

Si nominarono quindi a correttori Girolamo Ascanio Giustiniani, Giorgio Pisani, Pietro Barbarigo, Alvise II Contarini, Zaccaria Valaresso.

Il Pisani, che più caldo sentiva di ogni altro nelle cose di allora, di grande partito, e tacciato di idee ambiziose e sovversive degli ordini della sua patria, veniva poco poi eletto procurator di San Marco, e nel solenne suo ingresso, per opera del suo partito medesimo, si trascorreva in smodate allegrezze e feste, a cui non mancarono dipinti e simboli allusivi a riforme, e perfino scritti rivoluzionari, sicché chiamarono l’attenzione degli inquisitori di Stato, i quali presero il partito di far prendere, la notte 31 maggio 1780, il Pisani, e farlo tradurre nel castello di San Felice a Verona, da cui, dopo dieci anni, fu relegato nella sua villa di Monastier, poi nel castello di Sant’Andrea al Lido, e da ultimo in quello di Brescia, ove stette fino allo spegnersi della Repubblica. Anche l’altro agitatore Carlo Contarini fu arrestato e tradotto nella fortezza di Cattaro, in cui morì, ed anche parecchi dei loro aderenti vennero sostenuti.

Cotali misure di severità posero in silenzio i caldi amatori delle innovazioni, per cui li correttori poterono con tranquillità proporre, ed il Maggior Consiglio approvare, quelle riforme, che furono riputate le più necessarie. Per cui fu provveduto alla equità degli impiegati, richiamando in vigore le leggi, che ne avevano relazione; fu posto freni al lusso, su cui tante prescrizioni di già esistevano; fu determinato il commercio delle derrate; fu proibita l’introduzione delle merci forestiere, acciocché venisse favorita l’operosità del popolo e la prosperità delle fabbriche nazionali; fu imposto agli avvogadori di porre insieme accuratamente le discipline della loro magistratura, e di obbligare il ministero subalterno all’adempimento dei propri doveri; fu progettata una particolare legislazione per l’arsenale; ai nobili fu imposto di prender parte agli stabilimenti commerciali; e, finalmente, quanto alla pubblica istruzione dei patrizi, e in ciò concerne all’educazione ecclesiastica fu deliberato continuarla nell’accademia già esistente, e di accrescere il numero dei seminaristi.

Per tal modo avevano i correttori soddisfatto, possibilmente, al loro incarico: ma non perciò si quietarono gli animi, mossi da quello spirito d’innovazione che serpeggiava già per tutta l’Europa, suscitatovi massime dagli scritti irreligiosi, immorali e antipolitici degli Enciclopedisti francesi, e dalle società massoniche di soppiatto propagatesi. Una di queste se ne scoperse anche in Venezia, raccolta in un remoto palazzo in Rio Marin, nella contrada di San Simeone Profeta, dal marchese Michel Sessa napoletano, la quale subitamente, per ordine degli inquisitori di Stato, venne dispersa, e puniti i membri che la componevano: ed altre anche se ne colpirono nelle città di Terraferma, come a Padova, a Vicenza, a Verona. Il procedere di quel tribunale, quantunque mite, suscitò l’ira e il desiderio di vendetta negli addetti a quelle inique società, le quali tendevano a diffondere le massime d’immorale libertà tra i popoli, che radicate già in Francia ed in Germania, procurarono, alla prima, dopo pochi anni, la rivoluzione che pose a soqquadro quel regno, e con esso l’Europa universa; ed alla seconda, per opera dell’ imperatore Giuseppe II, quelle innovazioni che lacerarono il cuore del santo pontefice Pio VI. Il quale, per scongiurare la procella, in sembianza di vero servo dei servi di Dio, imprese il viaggio di Vienna, senza però ottenere l’effetto che desiderava caldamente.

Fu in quella occasione, che ritornando Pio VI alla sua sede pontificale, passò per Venezia, nel 1782, ove fu accolto e festeggiato grandemente. E festeggiati in pari modo lo furono il granduca ereditario Paolo di Russia e sua moglie Maria Teodorowna, che sotto il nome di conti del Nord qui vennero nel gennaio dello stesso anno 1782, come lo fu pure Gustavo Adolfo, re di Svezia, che giungeva a Venezia due anni appresso.

In mezzo a queste feste, alla vita lieta ed alla pace che godevano i Veneziani mancò poco che non venisse a turbar la Repubblica una privata vertenza, avvolgendola in guerra con l’Olanda. Un impostore albanese, il quale si spacciava per conte di Zanovich, protetto da lettere commendatizie di due negozianti di Lione, ottenne copia di merci e di danaro da due mercatanti olandesi. Costui in pari tempo ingannava il residente della Repubblica in Napoli, Simeone Cavalli, procurandosi da lui altre lettere commendatizie presso gli stessi mercatanti olandesi, per cui nuovi danari somministravano all’ingannatore. Del quale avendo essi finalmente scoperta la frode, pretendevano, che il Cavalli, reputato complice della colpa, pagasse trecentomila fiorini; alla qual somma facevano ascendere il danno da essi sofferto. Rifiutatosi il Cavalli, diressero le loro istanze al Senato, il quale, instituito processo, riconobbe la lealtà del Cavalli, e non essere stato compromesso in quel caso per nulla il suo carattere di pubblico rappresentante della Repubblica.

Sennonché, entrò in quel piato il governo olandese, minacciando di passare alle rappresaglie, se il Senato rifiutasse di soddisfare li due danneggiati suoi sudditi. Né ad acquetar la questione valsero gli uffici di parecchie corti d’Europa, e massime di quella di Francia, per cui la lite rimase per alquanti anni insoluta; e se l’Olanda non pose in atto le ostilità minacciate, ne fu cagione, da una parte, il timore di una guerra con l’augusto Giuseppe II, e, dall’altra, le intestine discordie promosse colà da Guglielmo d’Orange.

Ma ben dovette la Repubblica impugnare le armi contro le potenze di Tunisi e di Algeri. Dopo la convenzione conchiusa con quei barbari nel 1764, per la sicurezza del veneziano commercio, e dopo che il Bey di Tripoli, nel 1760, per opera del generalissimo Jacopo Nani, era stato punito per le nuove piraterie esercitate a danno dei nostri, e che alle pretese, mosse nel 1759, dagli Algerini, si aveva spedito a quelle parti Angelo Emo a porvi modo; una differenza insorgeva, nel 1782, col Bey di Tunisi, intorno ad un bastimento veneziano preso a nolo da alcuni Africani, e che infetto di peste era stato bruciato a Malta per ordine della reggenza di quella isola.

Voleva quindi il Bey ora detto il risarcimento del danno, e, togliendo ciò a pretesto, intimava guerra alla Repubblica. La quale, irritata per tanta stranezza di operare al modo barbaro, non punto ristette, ed elesse a capitano straordinario delle navi Angelo Emo; uomo, che per Io suo valore militare e per la molta sua saggezza era tenuto in alta riputazione presso tutte le corti straniere, a cui aveva avuto occasione di recarsi, investito di gravi e solenni incarichi dalla Repubblica. Egli, dieci anni addietro, aveva intrapreso la riforma dell’armata e della marina veneziana; ma in questa occasione spiegò una sollecitudine da non potersi esprimere a parole; e benché molestato da gravi sofferenze, effetto delle sue lunghe fatiche sostenute per la patria, tuttavia fu il primo a infervorare il Senato a mantenere il decoro del nome veneziano contro le violenze di quei barbari.

Allestita la squadra, vi salì l’Emo, e sciolse dal porto il 21 giugno 1784 : era composta di una nave di linea, due fregate, due sciambecchi e due bombarde. Giunta a Cattaro e poi a Corfù, le si aggiunsero altri rinforzi di legni, di soldati e di marinai, cosicché l’Emo si trovò al comando di ventiquattro grossi legni da guerra, tra cui sei navi di linea.

Giunto appena alla spiaggia dell’Africa, s’impadronì di una tartana tunisina, carica di varie mercanzie: l’armò e la unì al suo convoglio. Esaminò quindi accuratamente i luoghi più importanti di quella costa; ne lasciò bloccato l’ingresso principale, affinché non uscissero né entrassero legni tunisini, ed egli si recò a bombardare Susa, lungi di là sessanta miglia allo incirca. Dopo diciassette giorni di ostinato bombardamento, dal quale furono ruinati i principali edifici, e vi rimase sacrificata gran parte della popolazione, dovette allontanarsi, lasciando incompleta l’impresa, perché la straordinaria agitazione del mare non gli acconsentiva di trattenervisi più a lungo.

Vi ritornò l’anno seguente, ma le sue fatiche ebbero lo stesso effetto. Progettò allora un’ altra impresa. Si diresse al bombardamento di Sfax. Questa città cinta di mura, e circondata da sirti, é nello interno del golfo di Zerbi sulla costa della Barbaria. I bassi fondi non permisero mai l’accesso a verun legno di grossa portata, e perciò sino allora nessuna delle potenze marittime aveva osato inoltrarvisi. Bensì l’Emo poté penetrarvi fino a due miglia di distanza dalla città, e scagliarvi una cinquantina di bombe; e poscia, perché l’effetto corrispondesse vie meglio alle sue intenzioni, immaginò di costruire delle batterie galleggianti, ognuna delle quali portava un cannone da quaranta, e le accostò quanto più poté a Biserta e ad altri luoghi sulla spiaggia di Goletta; pensiero al tutto nuovo, e che fu lodato dai migliori guerrieri del tempo suo. Molte abitazioni con questo mezzo distrusse, e molti di quegli abitanti vi rimasero uccisi o sotto le rovine delle lor case, o per il continuo tuonare delle fulminatrici artiglierie.

Lo spavento e la calamità di quei popoli gli avevano resi istupiditi, e sebbene bramassero la cessazione di quel flagello, non sapevano in qual modo intraprendere il maneggio. Accortosi l’Emo di ciò, ed impietosito delle loro sciagure, non ebbe riguardo ad esser egli il primo ad entrare generosamente a proposizioni di pace. Le accolse il Bey di buon grado, e risponder fece all’Emo, che volentieri sarebbe disceso a trattare, purché, allontanata la flotta e lasciato a custodia della costa due soli legni da guerra, avesse voluto da solo a solo trattare. Rispose l’Emo, essere bensì in sua facoltà il ritirare le navi, ma non potere, senza l’assenso del Senato, stabilire condizioni o trattati. Concertato questo preliminare, spedì egli lettere alla patria per intendere la volontà del Senato; ed in tanto mandò parte della flotta a Corfù e parte a Trapani, ritirandosi egli a Malta, in attenzione degli ordini e delle deliberazioni invocate. Accordò pertanto al Bey una tregua di quaranta giorni.

Venne finalmente la risposta del Senato. Si lasciava all’Emo piena facoltà di conchiudere la pace; ma gli si vietava di assoggettarsi a qualunque condizione di pagamento di danaro, sotto qual si fosse aspetto: gli si stabiliva, che le gabelle dei bastimenti veneziani non avessero ad essere più del tre per cento, come pagavano i Francesi, invece del cinque come pretendeva il Bey: e gli si comandava, che, se queste condizioni non fossero state accolte, avessero a rinnovarsi le ostilità, al più tardi, nell’anno successivo.

Non venendo per alcun modo dal Bey accettate le condizioni anzidette, l’ Emo si dispose a ricominciare la guerra. Domandò impertanto al Senato un’aggiunta di dieci mila uomini di truppe da sbarco, per distruggere i nascondigli di quei corsari; ma non gli fu concessa, perché non si voleva, nella paupertà dei mezzi in cui si trovava la Repubblica, esporre lo Stato a maggiori pericoli, tanto più quanto che si temeva lo scoppio di una nuova guerra tra la Russia e la Porta ottomana.

Emo intanto, dopo di avere svernato a Corfù ed in altri luoghi del Levante, fu costretto a limitare i suoi movimenti al solo crociare nell’Adriatico, nell’ Arcipelago e nel Mediterraneo, nel mentre che la divisione navale comandata da Tommaso Condulmer doveva fare altrettanto tra Malta e Sicilia e lungo le coste africane.  Ultimo risultamento di questa spedizione fu, che i Tunisini implorarono la pace, acconsentendo alla diminuzione delle gabelle di entrata e di uscita dei legni veneziani. Ma poiché non vollero tralasciare dalle loro pretensioni di annuali contributi, le ostilità furono continuate. L’Emo bloccò sì bene la baia di Tunisi, che con la sua sola fregata si avvicinò sotto la Coletta, e sebbene molestato dal continuo fuoco di due cannoni, batte e predò uno sciabecco tunisino, che armò poscia ed unì alla sua squadra. Con il resto poi dei suoi legni portò danni gravissimi ad altri legni barbareschi, bruciandone alcuni, ed altri rendendone inabili a più corseggiare, assicurando per tal guisa più sempre la libertà della navigazione sì nazionale che estera; della quale opera riceveva la Repubblica i ringraziamenti delle altre potenze, e massime della Francia.

Erano in questo stato le cose, quando il doge Renier veniva a morte il dì 18 febbraio 1789. Non era però pubblicato il suo trapasso se non il 2 marzo susseguente, onde non interrompere il corso agli spettacoli del carnevale, sicché veniva sepolto senza pompa nella chiesa di San Nicolò da Tolentino, compiendosi poi gli onori funebri il dì 5 marzo nel tempio dei Santi Giovanni e Paolo, dicendo le sue laudi il p. Emmanuele Azevedo, che vanno alle stampe.

Tra i casi singolari accaduti nell’interno, durante il suo reggimento, noteremo soltanto il gelo delle lagune del 1788, per lo quale le genti e le robe transitavano sul ghiaccio dalla prossima Terraferma.

Il ritratto del Renier é opera di Girolamo Prepiani, il quale vi lasciò il suo nome; e reca questa inserizione:

PAVLTS REINERIVS DVX VENETIARVM, ELBCTVS FVIT DIE DECIMA QVARTA MENSIS JANVARII ANNO MDCCLXXVIII. (1)

(a) La famiglia Renier, o Riniero, secondo il Malfatti ed il Frescot, si recò da Ragusi a por stanza a Venezia, nel 1092, ed ascritta al patriziato, rimase poi esclusa nella Serrata del Gran Consiglio. Riassunta poscia, nel 1381, per le benemerenze principalmente acquistate da Nicolò, nella guerra contro a’ Genovesi combattutasi a Chioggia, produsse in seguito parecchi senatori gravissimi ed uomini in politica, nelle armi e nelle lettere cospicui, e cooperò alla fabbrica della chiesa e del cenobio di S. Sepolcro.  Sette scudi diversi di questa famiglia reca il Coronelli nel suo Blasone, ma il più usato da essa é quello sottoposto all’ immagine del nostro doge; e risulta partito d’argento e di nero, con uno scaglione dei colori opposti.

Nacque Paolo Renier da Andrea e da Lise Morosini il 21 novembre 1710, e fin dagli anni più teneri si diede a studiare con tutto l’animo i classici greci e latini, per cui divenne uno dei più grandi oratori del tempo suo, sì per lo acuto suo ingegno, e sì per la sua lucida, vigorosa ed insinuante ed eloquenza. Salito pertanto a gran nominanza, si vide  facilmente aperta la via alle più cospicue cariche dello Stato, sicché dopo molte magistrature sostenute, tra cui quella di senatore, e, nel 1762, di riformatore dello studio di Padova, lo troviamo poi, nel 1764, eletto ambasciatore alla corte di Vienna, e partito a quella vòlta l’anno appresso, ivi rimaneva fino al 1760. Nel 1771 fu mandato bailo a Costantinopoli, ritornando in patria nel 1776, in cui fu fatto consigliere, e nel 1779 censore, nella qual carica essendo, morto il doge Alvise IV Mocenigo, fu elevato alla suprema dignità della Repubblica, siccome più sopra narrammo. Intorno poi alle accuse mosse contro la sua fama dal Paravia e dal Mutinelli, che lo accagionarono, l’uno, di apostata sleale del partito dei novatori, di cui si mostrava aderente nel 1762, quando propugnò la causa contro il Consiglio dei dieci e degli inquisitori di Stato; l’altro, cioè il Mutinelli, di sordido avaro, di abusatore dei suoi uffizi, per trarne vantaggio, di ambizioso oltre ogni dire, e di libero muratore, il conte Girolamo Dandolo, nella sua opera La caduta della Repubblica di Venezia, ec. (pag. 181 e seg.), dimostrò patentemente calunniose quelle accuse; ed é utile che il lettore lega quanto egli dettava in proposito.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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