Domenico II Contarini. Doge CIV. – Anni 1659-1675

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Sala dello Scrutinio. Pietro Bellotti. Ritratto di Domenico II Contarini

Domenico II Contarini. Doge CIV. — Anni 1659-1675 (a)

Quantunque lontano dalla patria, e quieto fra gli ozi della sua villa in Este, veniva Domenico Contarini chiamato al trono ducale il 16 ottobre 1659: la integrità sua e la sua modestia lo reputarono degno di tanto onore.

Per la nuova campagna del 1660 raccoglieva il Turco formidabili armate, e già minacciando la Dalmazia, aveva scorso le campagne di Spalato e Traù, ma giunto fin sotto Sebenico, fu ripulsato da quel presidio, e quindi volgeva tutte sue forze in Ungheria e Transilvania.

A soccorrer Candia nel frattempo venivano da Francia quattromila uomini, guidati dal principe Almerigo d’Este; e giunti soltanto alla fine di agosto, con le venete genti si misero alla impresa di dare assalto improvviso al campo nemico. Ma postisi all’azione, quantunque i Turchi non fossero più che tremila, nella fretta di operare, e di operare senza tal qual direzione, diedero modo che il nemico ingrossasse; sicché furono da ultimo posti in rotta ed obbligati di rientrare nelle mura di Candia. Poco appresso sopravennero le malattie a desolare le truppe francesi, per cui si dovette far loro mutar aria, e spedirle nelle isole greche, in una delle quali, cioè a Paros, moriva il principe Almerigo, e la Repubblica ad onorarlo gli erigeva monumento cospicuo nel tempio di Santa Maria dei Frari. Per tal modo tornò inutile il soccorso francese, e del pari riusciva nullo l’altro aiuto di duemila Tedeschi, mandati dall’imperatore, perché giunti in ritardo, e quando la stagione avanzata non acconsentiva tentare alcuna impresa. Il capitano generale Morosini incolpò di quella disavventura il provveditore Antonio Barbaro, per avere controperato a suoi ordini, e fatto muovere fuori di tempo alcune truppe, donde poi era derivata la confusione; e lo puniva di bando capitale. Ma il Barbaro si recò a Venezia a lavarsi dall’accusa, ed infatti fu assolto. In quella vece, rimpatriato il Morosini, gli si tolse il comando generale, dandogli a successore suo fratello Giorgio, e fu obbligato difendersi da gravi imputazioni; ma sì bene riuscì dimostrarne la falsità, che fu dichiarato innocente.

Il nuovo generalissimo, all’aprire della propizia stagione del 1661, assediò da prima la flotta turca nel canale di Scio; ma poiché seppe che il capitano pascià, con trentasei galee, imbarcato a Rodi poderoso esercito, preparava recar questo in Canea, lasciato a Scio il provveditore Girolamo Battaggia, partiva con venti galee, compresa la squadra di Malta; e, il 27 agosto, incontrato il nemico vicino a Milo gli offerse battaglia, da cui uscì vincitore, di modo che predò dieci galee, altre ne colò a fondo, e fece cattivi da intorno duemila infedeli. Avutane notizia il Senato, rese grazie a Dio, creava Giorgio Morosini cavaliere di San Marco, ed inviava all’armata sei ricche collane d’oro per essere dispensate ai capitani, ed un’altra del valsente di mille scudi per il generale di Malta. Il rimanente dell’anno passò in piccoli scontri sia in Candia come in Dalmazia, di poco rilievo.

L’anno seguente 1662, si spedirono nuove armi e nuovi capitani in Candia; ed anche in questo periodo avvennero fatti lievissimi, tranne quello accaduto il 28 settembre. Incontrata dal generalissimo Morosini, tra Andro e Scio, la carovana, che da Costantinopoli si recava ad Alessandria, l’attaccò, la vinse, e predò diciotto saicche, diciassette ne abbruciò: poscia abbattutosi in quattro sultane cariche di molte preziosità, dirette alla Mecca, dopo cinque ore di fiero conflitto notturno, se ne rese padrone di tre, l’altra incendiò.

Ma nei seguenti quattro anni, cioè a tutto il 1666, pochi fatti successero, e tutti di lieve importanza, a motivo principalmente, che gli Ottomani erano impegnati nella guerra d’Ungheria; la quale, dopo la memorabile sconfitta fatta loro toccare dal prode Montecuccoli, sulle rive del fiume Rab, fluì con la pace da loro conchiusa con l’imperatore. Laonde durante quegli anni, e in Dalmazia ed in Candia, furono limitate le opere di Marte, in frequenti scaramucce e scorrerie in terra, in tentativi di combattimenti sul mare, da cui sempre si sottrassero i Turchi; per cui Angelo Correr, sostituito in questo mezzo a Giorgio Morosini nel supremo comando, non poté illustrarsi con magnanime geste, tanto più quanto che le furiose burrasche di mare, le copiose nevi e le piogge dirotte impedirono di poter condurre a fine le imprese a cui pensava dar mano.

In questo mezzo si era nuovamente trattato di pace; ma il Senato non trovò di accogliere le proposte del gran visir; il quale, nel mentre acconsentiva che la città di Candia, con poco terreno allo intorno, restasse alla Repubblica, pretendeva poi la restituzione di quanto la Porta avesse perduto in Dalmazia, e fossero demolite le principali fortezze di Candia stessa.

Caduto anche questo maneggio di pace, si preparavano i Turchi ad aprir la campagna del 1667 con adunare poderose armi e validi argomenti di guerra, onde espugnar Candia con ogni sforzo; al qual fine lo stesso gran visir si recava al campo. Per loro parte i Veneziani allestirono i più necessari apprestamenti, ed ogni baloardo, o fortezza, o luogo munito, si era dato a guardare e a difendere a uno fra i capitani più distinti. Tali furono il marchese Villa, Lorenzo Pisani provveditore, il tenente generale Vertouiller, Francesco Battaggia duca, Giovanni Morosini, il cavaliere Grimaldi governatore, il generale Barbaro, e da ultimo avevasi dato in guardia il baloardo Vitturi ai nobili della colonia.

Il dì 22 maggio dell’anno citato si presentò sotto le mura la formidabile armata del primo visir, circondandole per ogni lato, e ponendo un corpo dicontro ad ogni baloardo. Dopo ciò, sfidata la piazza con la esplosione di sette cannoni, piantarono i Turchi tostamente quattro batterie contro il baloardo Martinengo, una al Betlemme e due al Panigrà, le quali di dì in dì si moltiplicarono fino al numero di diciassette, dall’opera Santa Maria fino al baloardo Sant’Andrea; nelle quali si annoveravano cinquantacinque grossi cannoni, altri molti minori e undici mortai. Se non che presto si vide, che tutti questi apprestamenti di ossidione erano stati così disposti a fine di dividere e confondere i difensori, mentre tutti gli sforzi nemici s’indirizzarono contro i baluardi Panigrà e Betlemme.

Andavano i Turchi diuturnamente avanzandosi sempre sotto la città, nella quale i difensori con ogni maniera di munimenti si fortificavano, operando del loro meglio, affine di rendere lunga, ostinata, mortale l’impresa nemica. Nessuna persona dal nobile al plebeo si risparmiò: quindi si videro a lavorare intorno alle difese non solamente le milizie, ma i cittadini tutti, anche le donne, e la storia accenna, con nota onorata e pietosa, il nome della moglie del maggiore Battaggia Motta, la quale, fattasi capo delle femmine tutte, con animo virile, generosamente si impiegò con intrepidezza ad animare le altre nei lavori di munimento, recando materiali e ciò tutto occorreva per alleviar la fatica dei padri, degli sposi e dei fratelli, esponendosi quanto essi ai pericoli, fino a che periva unitamente a molte compagne; su quelle stesse mura che cercavano di rendere inespugnabili.

Ma non bastano parole a descrivere la ostinata ed invitta difesa di Candia, e meno in brevi confini restringersi. Senza annoverare li trentadue assalti dati e le diciassette sortite compiute dal 22 maggio al 10 novembre del 1667, diremo che la costanza degli assediati mai non venia meno; e sì che memorabile sarà sempre nei fasti della veneta storia la fermezza d’animo dimostrata dai Veneziani in mezzo all’orrore di quelle tragiche scene, nelle quali dì non passava che segnato non fosse dalla morte di qualche illustre, seguita da molte perdite non meno funeste. E di vero, calcavano essi un suolo per così dire moventisi, squarcialo ad ogni tratto da cave, da fornelli, da mine, divenuto eccidio e tomba di uomini, che o balzati in aria cadevano laceri, deformi, mutilati nelle membra palpitanti, ovveramente tuttavia vivi erano sepolti sotto le macerie.

A fronte però di queste incalcolabili perdite, pochi vantaggi avevano ottenuto i Turchi, e sì che soggiunto l’inverno del detto anno, a cagione delle dirotte piogge, dovettero ritirarsi alquanto dall’assedio. Ma sorta la novella stagione con l’anno seguente, i nemici ricominciarono col dare un assalto generale al bastione di Santo Andrea, da cui, dopo due ore di sanguinoso combattimento, furono costretti ritirarsi, lasciando sul campo da oltre due mila soldati.

Poco però stettero a ripigliare con più feroce accanimento lo assedio, che strinsero fortemente, e sì che dopo un novello assalto, poterono impadronirsi di un bastione; ed appena fermato il piede su quello, ne assalirono in un tempo stesso tre altri. Ma i Veneziani ripulsavano valorosamente quegli assalti, riparavano continuamente le brecce, ed operavano continue disperate sortite, le quali riuscivano sempre feconde di bottino e di stragi sopra i nemici.

Ne la flotta veneziana rimaneva inoperosa; perciò Lorenzo Cornaro scorreva il mare con sette galee, fugando spesso le nemiche, diuturnamente inquietandole, e sì che pensava il visir battere quella squadra. Perciò con dodici galee mandava il famoso corsaro Durac, con ordine di tenersi in agguato, e quindi assalire, venuto il destro, quelle dei Veneziani che scorrevano allora verso Santa Pelage; e poscia recarsi alla Standia, ed occupato uno dei porti, fortificarsi, ed incendiare i legni della Repubblica. Ala penetrato il disegno dal capitan generale Francesco Morosini, uscì tosto da Candia, ed unite venti galee, si spinse la notte, dopo il settimo giorno di marzo, a quella volta, e nel buio sopraffatti i nemici, dopo lunga ed ostinatissima pugna, li disperse e li vinse.

E senza arrestarci a narrare gli altri molti assalti dati dai Turchi e dai Veneziani sostenuti, le molte morti a cui soggiacquero tanti invitti campioni, le generose e nuove sortite operate, gli infiniti argomenti e stratagemmi guerreschi usati in vano dagli oppugnatori per vincer la piazza ben contrastata; diremo che stanche le truppe ottomane incominciavano a mormorare, ed anzi spedirono istanza al sultano, supplicandolo del cambio. Il quale rispose loro: non pensassero goder mai altro riposo che entro le mura di Candia.

Pertanto continuava l’assedio, e in pari tempo continuavano le sortite; la maggiore delle quali accadde il 4 ottobre del 1668. In essa Caterino Cornaro tanta fece strage dell’oste avversa, che spaventata abbandonò i posti più importanti. Accorsi però i capitani, con l’esempio loro e col castigo di alcuni, tornarono i presidi ai luoghi assegnati; poi, restaurate le offese batterie e risarcite le opere, più che mai attesero i Turchi a proseguire l’attacco. Contendevasi incessantemente con fatica reciproca a fabbricar e a distruggere, e sì da vicino che facilmente era noto quanto da una e dall’altra parte si operava. Erano a vista i lavori; udivasi il frastuono, anzi le voci dei soldati, confuse coi gemiti dei feriti e dei morenti. In sì fatto bollore dell’armi, disperato il visir di superare la città con la forza, col mezzo di Nicasio Panagiotti, suo dragomano, scrisse al capitan generale Francesco Morosini, esortandolo a ceder la piazza, con promessa di farlo principe di Valachia e di Moldavia. Ma il Morosini gli rispose con forti parole negando; sicché dovette prepararsi novellamente alle pugne.

Giungevano in auto, al principiar di novembre, i volontari guerrieri guidati dal duca di Feuillade, e dal conte di Saint Pol, e sbarcati in numero di seicento, chiesero che fosse loro assegnato il posto di Santo Andrea, come il più importante e di maggior pericolo. Poi insistettero di fare una sortita, alla quale mal suo grado accondiscese il Morosini. Divisi adunque in quattro squadre, e spinti avanti tre piccoli corpi, dei quali faceva parte Sante Barbaro, sortirono sul romper dell’alba del giorno 10 dicembre, e diedero con tanto valore sopra gli alloggiamenti, che il nemico non poté resistere nei posti avanzati. Li secondava il cannone della fortezza, e il continuo fuoco dei moschettieri, e sì che i Turchi si diedero qui e qua alla fuga. Oltre a duemila salivano i nemici, che guardavano le vicine trincee, ma sparso il rumore dell’attacco, correvano dai più lontani luoghi al soccorso, e dirizzate le artiglierie a quella parte, ferivano con ogni maniera d’armi i Francesi. Il duca tra il ferro ed il fuoco passeggiava intrepidamente, scorreva ogni luogo, animava i suoi e provvedeva a tutte bisogne. Ma conveniente non era di dover più a lungo soffrire la inutile perdita di quella gente valorosa. Periti già erano il menzionato Sante Barbaro e il duca di Candia Francesco Battaggia; e veduto per soprassello venire alla volta loro un grosso corpo nemico che stava per tagliare la strada al ritorno, comandò il Feuillade la ritirata, e con pena gravissima ridusse i suoi sotto le mura in sicuro. Perdettero i nostri trentacinque soldati, altri settantasei furono gravemente feriti; ma il nemico di oltre mille fu menomato.

Così chiudevasi l’anno 1668, nel quale, siccome dimostrava l’ambasciatore Antonio Grimani al pontefice Clemente IX, la Repubblica, con poco più che con le sole sue forze, oltre le spese ordinarie, aveva spedito in Candia, durante la campagna di quell’anno, 975.000 ducati in danaro sonante, 8700 soldati, oltre gli ausiliari; 2.000 guastatori; 4000 marinai; 221 bombardieri; sessanta operai di varie arti; grani, farine, biscotto 470.000 stara; pezzi di cannone quarantauno; armi di più sorta in molta quantità; polvere da guerra 2.879.000 libbre; miccie 730.000 libbre; piombo 790.000 libbre, con infiniti apprestamenti di ferro, legnami, fuochi artificiali, vestiti, ordigni, il tutto spedito col mezzo di settantanove vascelli grossi e settantasette legni minori. Ma se la Repubblica con costanza inaudita sosteneva coloro che pugnavano per la religione e per la patria, non poteva però rimettere sì facilmente gli illustri mancati, con altrettanti illustri pari in valore agli estinti. E di vero durante il citato anno 1668 perirono 5340 soldati e 586 ufficiali, oltre 2400 tra guastatori e marinai; e poco era il conforto sapere come i nemici avessero toccate più gravi perdite, contandosi fra loro 23.200 soldati, oltre un gran numero di schiavi e di altra gente di manuale servigio, rimasti sul campo.

Ma la maggior perdita che fecero i Veneziani, fu quella del prode Caterino Cornaro, provveditore generale. Indefesso in ogni opera, nella nuova stagione del 1669, aveva preso a difendere il forte Santo Andrea, ne mai abbandonava il suo posto; era sempre involto in cure e pericoli gravissimi, a lutto voleva sopraintendere, tutto operare, or ai nemici resistendo, or travagliandoli con ogni maniera di offese. Quando, trovandosi egli il dì 13 maggio in una galleria del forte prefato, fra molti ufficiali, ordinando fervidamente alcune opere utili alla difesa, una bomba caduta in mezzo di loro, spezzandosi, lo ferì per guisa nel fianco, che caduto subitamente fra le braccia dei circostanti, poco appresso passava a vita migliore. Il Senato, saputa la trista nuova, ordinò che venissero celebrate esequie magnifiche, e memorate le sue geste ed i meriti suoi con funebre orazione, che va alle stampe, da Stefano Cosmo.

Il papa in frattanto, che, ad aiutar la Repubblica, le aveva concesso, con bolla del 6 dicembre 1668, la soppressione degli ordini dei gesuati, dei canonici regolari di S. Giorgio in Alga, e degli eremiti della congregazione di Fiesole di S.ta Maria delle Grazie in isola, aveva del pari caldamente sollecitato il re di Francia ad assisterla; sicché questi mandava un’armata navale retta da Francesco di Vandome duca di Beaufort, sulla quale si imbarcavano dodici reggimenti di scelte milizie, guidati dal duca di Noailles. Questa flotta adunque dava fondo a Candia il 19 giugno 1669, e la notte stessa, il Noailles, si recò nella piazza per riconoscerne lo stato, e per convenire con il capitan generale sul modo di difesa. Deliberarono quindi fra essi, senza il concorso degli altri capi, e senza attendere il general pontificio con nuovi rinforzi che erano per via, di sbarcar le milizie, ed uscire all’attacco dei nemici quartierati al forte della, Sabbionera. Si schierarono quindi nel mezzo della città le milizie venute in due corpi, il primo composto di 5000 fanti e 500 cavalli, guidato dal duca di Noailles, il secondo di circa 2000 pedoni, retti dal duca di Beaufort; e tosto quello si volse ad occupare il fortilizio detto Crevacuore, e questo si mise entro le fosse del forte S. Demetrio.

La notte del 25 dello stesso mese il duca di Noailles, fatto interrare il fosso ed un torrentello, pose in ordine la sua gente, divisando condurla per fianco al nemico, ed in schiena delle lor batterie, nel mentre che il duca di Beaufort doveva attaccare per fianco le trincee fatte dai Turchi alla Sabbionera situate nella valle. Così disposte le cose, si avviarono con molto ardore alla pugna; e giunti alle prime linee, furono soltanto allora scoperti dal nemico, il quale li accolse col fuoco ben nutrito dei loro moschetti. Ma i Francesi corsero tosto lor sopra, obbligandoli a subita fuga, nella quale inseguiti, perdettero molti la vita, e si che poterono gli assalitori, nel primo impeto, rendersi padroni delle due batterie situale una sopra l’altra nel monticello verso il mare, detto Manila. Se non che in questo frattempo, incendiatasi, sotto il detto monticello, la munizione ivi raccolta dal nemico, operò che il terreno sovrapposto in qualche parte saltasse in aria, procurando la morte di alcuni. Ciò mise in molta confusione e disordine gli assalitori, i quali, senza essere costretti dai Turchi, retrocedettero disordinatamente, e si che la fanteria tirava contro la propria cavalleria, e i battaglioni amici si uccidevano reciprocamente; onde accortisi i nemici ripigliarono coraggio, e ritornarono a far testa dentro le linee, ove i Francesi non sapevano da qual parte ritrarsi, costruite quelle lince com’erano a modo di labirinto, per cui molti perirono miseramente. Il duca di Noailles, fece del suo meglio per arrestare quella confusa ritirata, ma senza frutto: perciò le milizie, prese da insolito timore, non si arrestarono se non giunsero all’opera del Crevacuore, ove armando le traverse interrate della piazza, battagliarono sino alle due ore del giorno. Il duca di Beaufort si perse nella mischia entro le lince dell’ inimico, abbandonato dalle sue genti, morendo gloriosamente. Altri molti illustri perirono in quel fatto, contandosi la perdita ad oltre cinquecento combattenti.

Con questo solo fatto d’armi infelice tramontarono le speranze tutte della Repubblica, e andarono a male i dispendi considerabili profusi dal re di Francia. Se non che non perdette però l’animo la prima, cioè la Repubblica, la quale pensò tosto a raccogliere nuove milizie, al comando delle quali fu destinato Alessandro Pico, duca della Mirandola, che bramò segnalarsi con la persona in quella guerra, alla quale l’intera Europa aveva rivolto lo sguardo.

Intanto gli assediati, dopo la mala sorte incontrata dalle milizie francesi, non si smarrirono punto, e, dopo tre giorni, usciti dalla breccia di S. Andrea, cercarono, quantunque invano, respingere il nemico. Ben il duca di Noailles operò un’altra minore sortita, la quale ebbe virtù di cacciare il Turco dalle prime trincee dal lato del rivellino. Ma queste ed altre simili fazioni, fra cui quella operata il 23 luglio da tutta la veneta flotta giunta in quelle acque, poco o nullo profitto recarono; finché la stagione sempre più avanzando, dava di che avvantaggiarsi ai Turchi nelle opere loro, e toglieva il modo agli assediati di repulsarli.

Il duca di Noailles intanto deliberato aveva di partire per Francia con la sua gente; del che avvertito il Morosini, conoscendo egli che cotale abbandono avrebbe trascinato seco la perdita di ogni cura e fatica fino allora sostenuta, deliberò pregare tutti gli altri ,generali che si trovavano alla Standia di recarsi tosto in Candia, affinché uniti trovassero modo di far tor giù il Noailles dal suo proposito. Ma intanto che per il vento contrario erano essi impediti di venire, il Morosini si recò egli stesso dal duca medesimo, sollecitandolo di fermarsi almeno fintantoché giugessero: ma non valsero né queste sollecitazioni, né le preghiere dei magistrati, del clero e del popolo a farlo rimuovere dal suo proposito, sicché partiva, senza ordine del re che lo aveva spedito, per cui ritornato in patria, veniva esiliato dalla corte.

Non appena partito il duca di Noailles con le sue genti, si scopersero trentatré vele, che formavano il convoglio guidato dal duca della Mirandola, il quale recava soccorso di denaro, di munizioni e di oltre mille soldati. E ben opportuno giungeva, perché, ridotto il presidio non più che a tremila uomini atti alle pugne, avevano ordinato i capitani che, non potendosi mutare le guardie, nessuno partisse più dalle brecce e dai posti assegnati: dura legge al par della morte, perché non si dava più requie ai difensori; non davasi loro più modo di sperare salute nell’alternare dei casi dell’orrido Marte diuturnamente operoso. Quindi i salvati da tanto pericolo erano tenuti siccome vivi prodigi.

Si rallegrarono i Turchi osservando l’imbarco dei Francesi e l’uscita loro dal porto; ma scoperto pur essi il nuovo aiuto, deliberarono, innanzi che sbarcasse, di dare il dìvegnente terribile assalto. Tratti dunque celermente dalle trincee diecimila soldati, ed uniti a questi i più strenui guerrieri, si posero all’opera. Ma avvertito di ciò il Morosini, si dispose tosto alla difesa; e poiché il posto di Santa Pelagia, in cui restavano soli trenta soldati, non poteva più resistere, lo abbandonò. Quindi, rinforzate meglio che ci poté le difese, e fornitele di ogni argomento guerresco, pose siccome corpo di riserva le truppe di Malta, affinché accorressero, al caso, nei luoghi di maggior bisogno. Circa al mezzogiorno, dato il segnale, uscirono impetuosamente i Turchi dalle loro trincee, e dapprima s’indirizzarono sopra il forte di Santa Pelagia, dove quei pochi difensori, non soliti ad abbandonare i loro posti, tentarono resistere più agli ordini avuti ed oltre al dovere, e quindi la più parte rimasero uccisi sugli spaldi; gli altri fuggirono. Nell’inseguire i quali, i Turchi giunsero fin presso le palificate; ma vennero coraggiosamente respinti, e siche, per l’indomato valore di Pietro Gabrieli, molti ne rimasero sul campo, per modo che atterriti non vollero più cimentarsi ad onta degli ordini dei lor capitani; c maggiormente perché, saltata in aria una mina, recava loro molta strage, e perché in ogni altra parte delle mura, e massime alla breccia di Sabbionera, con pari valore venivano respinti da Luigi Minio. Se tornò di grave danno ai nemici l’assalto, non riuscì però di lieve perdita ai difensori, stremati di trecento. Per altro si rallegravano per il buon esito sortito e per il giunto soccorso.

Sbarcò questo col duca della Mirandola, ma era in numero sì tenue, che servir poteva piuttosto di compagnia nell’eccidio, che di aiuto alla difesa; e più perché era formato di gente inesperta, stanca dal viaggio, non assuefatta all’aspetto di quell’orrido assedio e al sanguinoso cimento delle battaglie. Ciò non di meno si posero alla guardia nel luogo detto il Taglio, nel mentre che il duca, sbarcate le genti e consegnato il danaro e le munizioni, nuovamente s’imbarcò per ritornare in Italia. Partirono anche, il dì appresso, i seicento soldati francesi che ancor rimanevano, e con essi partì lo squadrone valoroso di Malta, diminuito di oltre due terzi. Tale esempio indusse i Tedeschi a domandare l’imbarco, adducendo essere di già passato l’anno per cui si erano obbligati al servizio, e con essi lo chiesero gli altri ausiliari.

In mezzo a tante avversità, e continuando sempre il nemico a travagliare la piazza lacerata in tante parti, e con guarnigione sì tenue e sì domata, deliberò il Morosini, il dì 27 agosto, chiamare a consulta i migliori guerrieri, ai quali, esponendo lo stato grave a cui era ridotta la fortezza, domandava loro consiglio della via che dovesse, in tal miserabile stato, tenere. Ed essi, addoloratissimi, chi l’una, chi l’altra cosa proponendo, convennero in fine, che largamente avendosi soddisfatto al valore ed al debito, ed avendosi, per il corso di quasi tre anni di attacco e di ventidue di assedio, sacrificato alla gloria oro e sangue infinito, si dovesse, arrendendo, con onorevoli patti, Candia, provvedere alla quiete e alla salute della Repubblica.

Perciò spediva il Morosini due inviati a parlamentare coi Turchi, i quali, quantunque resi insolenti per la prosperità dei successi, pure assentirono conchiudere i patti di una onorevole resa. Quindi, raccolti sotto i padiglioni nella propinqua campagna, dopo molti contrasti, si convenne in questi punti principali: che sarebbe resa la città di Candia, preservati però trecento ventotto cannoni dei migliori, le cose sacre, le munizioni: che le fortezze della Suda, Caradusa, Spinalunga e Clissa, coi loro territori, e tutti gli altri luoghi acquistati in Bossina nella guerra presente, dovessero rimanere in pacifico possesso della Repubblica: che per sicurezza di questi ed altri patti si consegnassero tre ostaggi di grado cospicuo per parte. Sottoscritto senza ritardo il trattato, fu posto fine con esso alla guerra, durata venticinque anni.

Non così tosto fu pubblicata la pace, stava a cuore dei Veneziani sollecitar la partenza; onde con le ciurme sopravanzate allestirono quattordici galee e cinque galeazze, impiegando gli scafi vuoti per il trasporto dei cavalli e degli apprestamenti di guerra a loro lasciati per convenzione. Spettacolo miserando offriva Candia, sembrante piuttosto un sepolcro composto da vaste rovine, che una città che resisté allo sforzo di tanta oste per il corso di quasi tre anni. Gli abitanti ridotti a soli 4.000, di ogni età e di ogni sesso, il 26 settembre assegnato alla partenza, si recarono, smunti e domati da tanti travagli, al capitan generale Morosini, pregandolo ad una voce: volesse tradurli in altro luogo, non riconoscendo più la patria loro squallida e deformata, e quel che era peggiore, caduta in mano degli infedeli. Volere essi conservarsi liberi nella cattolica fede, volere esser sempre soggetti a san Marco. Il Morosini li consolò assicurandoli che questa loro magnanima risoluzione accettava: indi a tutti veniva assegnando vitto e stipendio, concedeva a tutti privilegi speciosi, sanciti poi dal Senato, e ne raccoglieva molti in Parenzo, città dell’ Istria, con assegnamento di case e terreni.

Ripatriato il Morosini, ebbe a lottare con chi lo veniva accusando di violatore delle patrie leggi e usurpatore della sovrana potestà, perché, non consapevole il Senato, aveva di proprio arbitrio ceduta Candia, e segnata la pace. Tra gli accusatori fu Antonio Corraro, avvogador di Comune, il quale, oltre a queste colpe, quelle gli apponeva di viltà, di corruzione e di peculato. Ma a difenderlo sorgevano il cavaliere Giovanni Sagredo e Michele Foscarini, e sì che il Maggior Consiglio a pienezza di voti repulsava la proposta di spogliare della veste procuratoria l’accusato; e dato poi corso alla regolare inchiesta sulla difesa di Candia, e sul maneggio del pubblico danaro, risultò l’innocenza del Morosini, onde più crebbe verso di lui la stima del popolo.

Ratificata la pace, pose il Senato ogni sua cura nel riparare i mali che la lunga guerra aveva inflitto nella amministrazione. Restaurò le fortezze, disciplinò le milizie, rianimò il commercio, abbassando le gabelle e i dazi, pose norma al debito pubblico, onde venne ad acquistar fede maggiore, e ad altri provvedimenti diede mano, valevoli a ripristinare la decaduta floridezza. A tutte queste opere di saggio reggimento intese, con il Senato, il doge Domenico Contarini, fin che giunse all’estremo suo giorno, che fu il 26 gennaio 1674, e nella chiesa di s. Benedetto venia tumulato nell’arca dei suoi maggiori, appiedi dell’ara massima, ottenendo l’orazione in funebre da Vincenzo Todeschini, che fu poi pubblicata colle stampe.

Molti fatti degni di nota accaddero nella città ducando il Contarini. E prima accenneremo le nuove istituzioni statuite. Il dì 14 agosto 1660 si decretò, che gli ambasciatori, al loro rimpatrio, dovessero recare al Senato le loro relazioni, sotto pena di essere esclusi dal Senato medesimo. L’anno appresso, si ordinò una nuova redecimazione generale di tutti i beni. Nel 1662, venne attivato, con apposito regolamento, il porto franco in Venezia, durato fino al 1689; e nello stesso anno si creò il Magistrato alla compilazione delle leggi, composto di due nobili, il cui incarico fu di compilare e ridurre in giusti sommari tutte le leggi del Maggior Consiglio e del Pregadi, sparse nei volumi della cancelleria ducale, e principalmente quelle che regolavano il governo e la distribuzione degli uflizi. Finalmente, nel .1665, si istituì il Magistrato dei tre deputati sopra le miniere, onde coltivare e porre in buon ordine esse miniere, fino allora trascurate.

Ad onta della guerra accanita che combattevasi di questi anni col Turco, si eressero molte fabbriche a decoro della città. Tali furono: nel 1661 la chiesa di San Basso, rovinata dal fuoco nell’anno stesso; nel quale anche si aperse, per la prima volta, il teatro di san Luca. L’altro teatro di San Cassiano veniva nuovamente murato nel 1663 dall’architetto Bognolo; e nel medesimo anno si elevava la facciata della chiesa del Santissimo Salvatore dall’architetto Giuseppe Sardi, per lascito di Jacopo Galli, che dispose per ciò cinquantamila ducati. Nel 1668 si rifabbricava, dalla pianta, la chiesa di San Pantaleone, coi disegni di Francesco Comino; e dall’architetto Alessandro Tremignan, si elevava, con l’oro della nobil famiglia Fini, la facciata di San Moisé. Due anni appresso, Baldassare Longhena murava il cenobio dei somaschi alla Salute, ora seminario patriarcale. Nel 1672 erigevasi, da Andrea Tirali, il campanile dei santi Apostoli, e la vicina scuola dell’Angelo custode, adesso oratorio della confessione augustana. Il seguente anno, costruivasi, da Giuseppe Sardi, la fronte della chiesa dei Mendicanti; e, finalmente, nel 1674. si rifabbricavano la chiesa dell’Ospedaletto coll’annesso luogo pio; quella coi disegni di Baldassare Longhena e questo per opera di Matteo Lucchesi.

Né feste mancarono di celebrarsi per la venuta di personaggi distinti, tra i quali ricordiamo Cosimo III, gran duca di Toscana, che visitò Venezia nel 1664.

II ritratto del nostro doge è lavoro di Pietro Bellotti, espertissimo in questo genere. Nel campo si legge:

DOMIN. CONTARENVS, BELLO CRETICO SAEVIENTI FORTVNAE INVICTVM ANIMI, ROBVR SPEMQ. OPTIMAM OPPOSVIT PACEQ. DIVINITVS PARTA PIETATE AC IVSTITIA FESSIT REUVS SVBVENIENS NONACENARIVS DECESSIT, ANNO MDCLXXIV. 

In quella vece il Palazzi reca questa inserizione : Bellu ex bellis fata lauros mihi et palmas pepererunt. Stupens in meis clussibus mare obriguit. Legationibus peragravi Europam. Pluritnos excepi hospitio Principes. Ad Cretam totius urbis vires expertus, multis praeliis victor extiti: bello tamen non victor, sed pace decora foelix, et quae omni victoriae extitit gloriosior. Haec elicita potius precario, quam vi extorta, ea quasi testamento patriae relicta, decrepitus obii. (1)

(1) Domenico Contarini nacque da Giulio nel 1584, e di lui il Cappellari nota, che fu cinque volte savio, altrettante consigliere, ed otto volte oratore alle varie corti d’Europa; e nota ancora, che unitamente a suo fratello Angelo, procuratore di s. Marco e senatore illustre, eresse il maggior altare della chiesa di S. Benedetto, ove fino dal 1650 posero onorata inscrizione all’altro Domenico figlio di Maffio loro antenato, senatore cospicuo; e nel 1657, il nostro doge ne poneva un’altra a ricordo de’ meriti del detto fratello suo Angelo: inscrizioni però che non più si vedono. Moriva, come superiormente dicemmo, nel 1675 d’oltre novanta anni.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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