Marcantonio Giustinian. Doge CVII. – Anni 1684-1688

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Sala dello Scrutinio. Sebastiano Bombelli. Ritratto di Marcantonio Giustinian

Marcantonio Giustinian. Doge CVII. — Anni 1684-1688 (a)

Marc’Antonio Giustiniani, uomo di molta sapienza e singolare pietà, otteneva, in confronto di Silvestro Valiero e di Francesco Morosini, la maggioranza dei suffragi dagli elettori, sicché veniva esaltato al trono ducale il dì 25 gennaio 1684.

Chiusa la lega fra la Repubblica, il pontefice, l’imperatore ed il re di Polonia, contro il Turco, veniva recata a Venezia la sottoscrizione del trattato il 25 aprile dell’anno ora detto; nel quale trattato, oltre il reciproco aiuto, si stabiliva che le terre riacquistate tornassero agli antichi possessori; non si potesse chiudere la pace senza l’intervento di tutti gli alleati; s’invitassero ad entrar nella lega le potenze cristiane, e prima di ogni altra la Moscovia.

In seguito di ciò, Giovanni Cappello, rimasto a Costantinopoli siccome segretario d’ambasciata dopo la partenza del bailo Giovanni Battista Donato, intimava la guerra al sultano Maometto IV; per sostenere la quale allestì tosto la Repubblica una flotta composta di ventiquattro navi, ventotto galee e sei galeazze; unì alquanti reggimenti di fanteria; diede la suprema carica di capitano generale a Francesco Morosini; elesse a capitano straordinario delle galeazze Jacopo Cornaro; affidò il governo delle navi ad Alessandro Molino, e generale da terra costituì Nicolò Strassoldo.

Scioglieva quindi il Morosini dal porto il dì 10 giugno 1684, e tosto dava incominciamento alle opere di guerra, prendendo l’isola di Leucade, e poi l’intera provincia di Acarnania; e, passato a Missolungi, questa pure conquistò, e conquistò Nicopoli, chiudendo quella campagna con moltiplicate vittorie degne del suo nome e del valore dei Veneziani.

A preparar nuove armi per la stagione ventura, trovandosi l’erario al fondo, fu necessario provvedere con mezzi straordinari; e furono: 1.° si decretò la liberazione dei banditi, verso lo sborso di una somma, a titolo di commutazione di pena; 2.° si impose una nuova gravezza generale sui terreni della Terraferma; 3.° si offrì la dignità di procuratore soprannumerario di San Marco a chiunque nobile avesse offerto la somma di 25.000 ducati; 4.° finalmente fu progettata una nuova aggregazione di cittadini al Maggior Consiglio, a chi esborsasse 100.000 ducati d’argento. Quest’ultima proposta venne contrariata nel Maggior Consiglio da Lorenzo Lombardo, ma per il discorso eloquente di Michele Foscarini fu approvata, sicché vennero ascritte al patriziato trentotto famiglie, dopo esperita la votazione dello stesso Consiglio Maggiore.

Il Morosini, alla nuova stagione, reprimeva il nemico presso Nivizza; e poiché i Turchi si volgevano sulla Maina, questa mossa fece entrare nell’animo del capitano supremo il divisamento di sottrarre dal giogo loro l’intera Morea. Intanto i soli Mainotti valsero a respingere l’attentato dei Turchi, ed il Morosini si era avvicinato con tutta la sua armata a Dragomestre, non molto lungi dall’isola di Leucade. Ivi lo raggiungeva, con tredici navi, Ambrogio Bembo, speditovi dalla Repubblica; vi giungeva spontaneo Filippo di Savoia, in cerca di gloria; giungevano quattro galee dei Fiorentini con trecento fanti da sbarco, ed oltre otto galee di Malta e cinque del papa, quelle con mille, queste con trecento altri soldati. Al venire di sì validi aiuti fu creduto conveniente tenere consiglio di guerra, alfine di deliberare a qual parte si avessero a volgere le prime azioni belligere, e fu statuito di recarsi a Modone. Ma, esploratone il luogo, e conosciuta la difficoltà dell’impresa, fu da ultimo preferita Corone.

A questa dunque si volgeva il Morosini; e sbarcato felicemente il 25 giugno 1685 su quella costa, un corpo di novemila cinquecento soldati, si accinse tosto a formare intorno alla città le linee di circonvallazione, le quali in brevi dì pose a compimento. Diede in tre luoghi l’attacco con molta energia, e dopo di aver respinto valorosamente una sortita della guarnigione, fu avvertito, che Mustafà, pascià della Morea, muoveva ad incontrarlo alla testa di nove mila combattenti, e che sarebbe venuto ad accamparsi a poche miglia di distanza dalla piazza. Il Morosini, senza perdere tempo in vane consulte, risolvé sull’istante: lasciò nel suo campo quante truppe potevano essere sufficienti alla custodia delle trincee, e corse nottetempo a sorprendere i Turchi nei loro alloggiamenti. I quali, immersi nel sonno, non si accorsero di esser sorpresi, se non allorché i Veneziani erano già penetrati nel campo. Quindi furono colti da tremendo spavento, sicché si diedero tutti alla fuga disordinatamente senza combattere, abbandonando artiglierie, tende, bagagli, bandiere e trecento cavalli. Il Morosini li fece inseguire da una schiera dei suoi, e sì che ne rimasero uccisi non pochi: poi, ricco dell’ottenuto bottino, ritornò vittorioso alle sue trincee sotto Corone.

L’esito fortunato di questo primo evento lo assicurò della piena prosperità della sua impresa. Quindi intimò tosto alla piazza di arrendersi; ma la risposta fu villana e insultante. Per la qual cosa fece egli dar fuoco ad una mina, che conteneva duecento barili di polvere, dalla quale fu aperta larga breccia in un torrione. Di là tosto i Veneziani cercarono, con vivo assalto, di penetrare nella città, ma furono respinti con la perdita di trecento uomini. Nel mentre però stava il Morosini preparando, per il giorno appresso, un nuovo assalto, la guarnigione inalberò il bianco vessillo. Venuti i capi di ambe le parti a parlamento, nel punto in cui stavasi discutendo i patti della capitolazione, e che il Morosini insisteva per non voler accordare agli assediati che la vita sola per grazia, una cannonata della fortezza uccise intorno a lui alcuni soldati. Allora il furore e lo sdegno invasero le milizie veneziane, in modo che non poterono essere trattenute da nessun comando. Si precipitarono tosto nella breccia, e quali indomite fiere entrarono nella città, mettendo a fil di spada, in quell’impeto primo, mille cinquecento ottomani, e facendo prigionieri tutti gli altri rimasti superstiti, saccheggiando e desolando, senza misericordia, la città, e sì che non furono preservati che soli duecento uomini, che passarono al remo nelle galee, e milleduecento tra donne e fanciulli, compresi alquanti Africani.

Conquistata Corone, si volse il Morosini a scorrere i lidi di Calamata, e prese alquante piazze fortissime, fra cui Zarnata, Calamata, Chielafà, e siccome era compiuta la stagione delle pugne, si ridusse con la flotta e con le milizie a svernare a Corfù, nel qual tempo provvide a sovvenire le fortezze di Candia, non ristando di travagliare il Turco ove gli si offriva occasione propizia.

Ma giunta la primavera dell’anno 1686, uscì in mare nuovamente il Morosini, arbitro assoluto delle imprese da tentarsi, essendo che il Senato gli aveva concessa amplissima facoltà di operare a suo beneplacito. Repulsato dapprima il nemico dalla fortezza di Chielafà, attaccate Navarino vecchia e nuova, e conquistatele; vinta con pari valore Modone, deliberò, in consulta di guerra, di attaccare Napoli di Romania, capitale della Morea.

Dava modo al Morosini di recarsi a quella impresa i validi soccorsi che spediti gli aveva il Senato, con i quali, presidiate le vinte città e fortezze, gli rimanevano tuttavia da disporre diecimila fanti e mille cavalli, con i quali tutti si volse alla meditata conquista, e giunse al porto di Modone, quattro miglia distante dal punto fissato. Sotto gli ordini quindi dello strenuo generalissimo delle armi terrestri Konigsmarck, operò lo sbarco delle milizie, e il dì seguente inoltrò la flotta sottile nel prossimo seno di Agarantona, tre miglia sole discosto dalla città. Piantava poi il Konigsmarck una batteria sul monte Palamida che domina la piazza, la quale si preparava tosto alle difese. Era essa provveduta di duemila persone abili alle armi, e bastantemente munita di militari apprestamenti e di viveri. Ma a soccorso maggiore di essa era giunto il turco serraschiere, il quale, con settemila combattenti, formato il suo campo a Trapulizza, era risoluto di assalire i Veneziani. Si approssimò quindi, e pervenuto ad Argos, si fermò sulle prossime colline, dalle quali in lontananza di dieci miglia molto ben si scopriva l’accampamento dei Veneti. Dopo alcuni giorni, nei quali il Morosini sbarcava nuove truppe, il Konigsmarck, al sorgere del dì 6 agosto, si mosse ad incontrare il nemico. Esso pure si mosse, e s’incagliò tremenda battaglia, la quale, durata due ore, terminò con la vittoria dei nostri, i quali non ebbero che a lacrimare la perdita di sessanta militi, nel mentre che i Turchi lasciarono sul campo parecchi estinti, e più ne lasciarono nella precipitosa lor fuga, la quale diede modo ai Veneziani di conquistare il castello di Argos.

Ridotto nuovamente alle trincee il Konigsmarck, e stretto vieppiù l’assedio, intimò alla piazza la resa; ma Mustafà pascià che la difendeva sperando nella quantità della munizione e dei viveri da lui posseduti, e più fidando nelle promesse del serraschiere, che lo aveva animato a sostenersi fino a che venisse egli a liberarlo, negò di calare agli accordi.

Allora si moltiplicarono diuturnamente le offese, e si strinse più sempre da tutte parti l’assedio. Si diede mano sollecita a bombardare la piazza, e sì, che dì non passava che non si scagliassero da oltre cinquecento bombe, per cui gli incendi e le distruzioni aumentavano. Gli approcci poi sempre più avanzavano verso le mura; e quantunque per il calore eccessivo della stagione e per le fatiche perissero molti assalitori, pure l’ardir loro non veniva meno, anche per i soccorsi che giungevano ad essi dalla madre patria.

Nel frattempo il serraschiere, risoluto di liberare la piazza a qualsiasi costo, raccolti diecimila soldati, si avvicinò il 29 agosto al campo veneziano, e fece stendere nella pianura d’accosto a due monti l’intere sue forze. Poi, ad ingannare i nostri, al fine di sorprenderli inopinatamente, girò dietro ai colli, e occupò un aspro monte che lo copriva alle spalle, e apparso con molte insegne su quelle cime, scese poscia impetuoso, al modo dei barbari gridando, verso il piano. L’inaspettato arrivo del nemico pose in qualche confusione i Veneziani, alloggiati alle radici del monte, e quindi, sostenuto col maggior possibile sforzo il primo assalto, dovettero poi, per il sempre crescente numero dei Turchi, piegare. Senonché, soggiunti i battaglioni della fanteria guidati dal Konigsmarck, si attaccò più gagliardo e più sanguinoso il combattimento, e più quando, avutone sollecito avviso, il Morosini accorse pur esso con duemila uomini delle ciurme. Due ore durò la pugna con dubbio evento, dopo le quali piegò finalmente la vittoria in favore dei nostri, per cui, non potendo più i nemici sostenere l’impeto dei vincitori, si ritirarono, prima sovra un vicino colle, poscia, anche là incalzati, si diedero alla fuga, lasciando oltre mille morti sul campo, e abbandonando così la piazza al suo futuro destino.

Veduto dalle mura gli assediati il fine funesto delle armi, nelle quali riponevano tutte speranze, e considerato lo stato in cui erano discesi, angustiati da tutte parti, menomati nelle vite, ed arsi i principali edifizi, discesero a capitolare. Perciò inalberata sulle mura la bianca bandiera, e sospesi quindi da ambedue le parti gli insulti guerreschi, sortirono tre inviati turchi ad offrire al capitano generale, a patti convenienti, la piazza, e dopo parecchie discussioni furono fermati gli accordi. Dietro ai quali entrò la flotta sottile nel porto, affine di prendere possesso del reso castello; si accostarono le navi designate al trasporto dei Turchi; e si pose al comando della conquistata città Faustino Riva e Benedetto Bolani, l’uno straordinario, l’altro ordinario provveditore; si diede la custodia del castello a Giorgio Priuli ed il governo dell’armi a Paolo Macri.

Seguita la presa di Napoli di Romania, il Morosini svernò in quel porto, non senza timore della peste sviluppatasi nella Morea, da cui però uscì incolume l’intera flotta, per le sagge precauzioni da lui prese. Poi, alla nuova stagione, quantunque abbandonato dalle galee pontificie e da quelle di Malta, si volse alla conquista di Patrasso, e conseguitala, si recava subitamente sotto Lepanto, e di questo se ne rendeva signore, come pure impadronivasi dei castelli di Romelia e di Morea nei Dardanelli, ove lasciava al governo provveditori e castellani.

Ad annunziare sì prosperi eventi alla patria spediva una feluca, che giunta l’ 11 agosto 1687 a Venezia nel punto in cui si trovava adunato il Maggior Consiglio, sospese questo l’elezione dei nuovi magistrati a cui intendeva per calar subitamente nel tempio del Santo patrono a render grazie al cielo per tante conseguite vittorie. Nell’ebbrezza della gioia decretava il Senato il dì stesso, con unico esempio, che venisse fuso in bronzo il busto colossale del Morosini, e fosse posto nelle sale d’armi del Consiglio dei Dieci, unitamente allo stendardo di tre code tolto al serraschiere sotto Patrasso. Anche gli altri generali ottennero dalla munificenza della Repubblica con degni premi, e per dimostrare grato animo al divo di Padova, invocato dalle milizie onde essere preservate dalla peste, fu decretato che all’altare a lui sacro, nel tempio della Salute, venisse appesa una tavola votiva cesellata in argento da Antonio Bonacina, che tuttavia si conserva.

Frattanto non si arrestava il Morosini nelle sue imprese, che si recava tosto a Corinto, da dove, per timore, fuggito il serraschiere, lasciava libero campo al vincitore. Il quale, occupatala, entrava poscia con la flotta nel golfo di Egina dirigendosi alla conquista di Atene. Sbarcate le truppe, piantarono due batterie a fulminarla: e già una bomba caduta nel tempio di Minerva, il Partenone, tramutato dai Turchi in conserva delle polveri, rovinava quell’insigne monumento dell’arte greca, da amareggiare il Morosini; il quale, vinta Atene, volle salvare almeno dalla distruzione, o dalla rapina, i leoni che stavano sul Pireo, spedendoli alla patria siccome trofeo della vittoria, i quali vennero posti da lato al grande ingresso dell’arsenale.

Anche nella Dalmazia procedevano le cose in bene per opera del provveditore generale Girolamo Cornaro, il quale difendeva valorosamente il castello di Sing dagli assalti nemici, e conquistava Castel Nuovo. Ciò avveniva nel corso dell’anno 1687, finché le armi posarono nella stagione invernale. Nel seguente, e quando si preparavano nuove forze per continuare le pugne, il 21 marzo, moriva doge Marc’Antonio Giustiniani, ottenendo sepoltura nell’arca dei suoi maggiori, nel tempio di San Francesco della Vigna (b), ed orazione funebre dal canonico di San Marco Giovanni Palazzi, due volte da lui pubblicata.

Nella città accaddero di questi tempi i casi seguenti: II primo giugno 1686 un furioso incendio arse nuovamente in Barbaria de le Tole, il quale in ventiquattro ore distrusse tutta quella contrada, con la morte di molte persone e con il notabile danno di circa due milioni. L’anno medesimo, un altro incendio rovinò il monastero di San Antonio a Castello, e per esso periva l’insigne libreria donata a quei monaci, nel 1523, dal cardinale Domenico Grimani. Ne fu senza danno rilevante l’alta marca accaduta il 5 novembre 1686, per cui si girava in barca per la città tutta quanta.

Il ritratto del Giustiniani e opera di Sebastiano Bombelli udinese. Reca nel fondo questa lunga inscrizione :

M. ANTONIVS IVSTINIANVS DVX VENETORVM : QVI ADVERSVS, IRRVENTEM TVRCAM CVM TERCENTIS MILLIBVS BELLATORVM, IN NECEM CHRISTIANAE RELIGIONIS, IMMISSA CLASSE: LEVCATE VSQVE IN ACARNANIAM, NICOPOLI, AMISRACH SIM, TOTAQVE PELOPONNESO PROVINCHS OCTO PENINSVLA GRANDI, INTER PATRVS ET NAVPACTVM GRAVIDA MARI, SPOLIAVIT BARBAROS. IN SINV RHIZONIGO CASTRVM NOVVM SVO ADIECIT IMPERIO. — OBHT ANNO SAL. M.DC.LXXXVIII, AETAT. LXX. PRINCIPATVS IV. ANNONA, FOELICITATE ETIAM MARTE SAEVIENTE, RELICTIS. (1)

(a) Dulia gente romana Anicia, procedettero i due Giustini e Giustiniano imperatori, e dal secondo Giustino, giusta tutti gli scrittori, derivò la famiglia Giustiniani. La quale, sia che lasciasse Costantinopoli a cagione delle perpetue rivoluzioni di quell’impero, come pensa l’abate Gamurini, nel primo volume della sua Historia genealogica; ossia che fosse cacciata dalla potente famiglia dei Belli, siccome narra il Malfatti; certo è che, da là partita, giunse nell’Istria, ove edificò Giustinopoli, ora Capo d’Istria, nome derivato da Giustiniano, il maggiore dei tre fratelli di cui si componeva essa famiglia. Senonché anche là soffrendo continue molestie dagli abitanti di Arbona, partiva e si riparava a Malamocco. Quivi si divisero li tre accennati fratelli; Marco, passò a Genova; Pietro, si recò a Fermo, e da lui discesero gli Acciaioli, i Turriani, i Visconti ed i Montefeltro; ed il maggiore fratello, Giustiniano, da Malamocco, poco poi, venne a por sede a Venezia. Non concordano poi gli scrittori nel fissar l’epoca della emigrazione da Costantinopoli dei Giustiniani. Il Malfatti vuole, che seguisse ai tempi di Attila, non avvedendosi che oltre un secolo dopo nacque l’imperatore Giustino II, da cui si vuole discesi li Giustiniani medesimi. L’Angeli afferma, che succedette nel 744; il Morigia, nell’800, ed il Frescot, nel 650. Il Cappellari, che riporta tutte queste opinioni, incomincia l’albero genealogico di cotesto casa dal 670, nella persona appunto di Giustiniano Giustiniani citato: il quale, giunto appena in Venezia, fu annoverato, coi suoi discendenti, fra le ventiquattro famiglie nelle quali fu primamente stabilito il corpo della nobiltà patrizia, e quindi i personaggi che da essa uscirono sostennero il tribunato delle isole. Produsse poi la casa in parola, più che altre mai, uomini illustri in ogni facoltà, ed annovera sei celesti comprensori, vale a dire: San Lorenzo, primo patriarca di Venezia (1456); li beati Nicolò (1173), Francesco (1200), Marco (1205), e Paolo (1526), e la beata Eufemia abadessa del monastero di S.ta Croce alla Giudecca (1486). Ebbero li Giustiniani il dominio dell’isola di Zia, nell’Arcipelago, conquistata con le proprie armi private da Pietro nel 1204, e possedette il contado di Carpasso in Cipro, venutogli per via del matrimonio contratto da Nicolò Giustiniani q. Federico (1500) con la figlia maggiore di Giovanni Perea Fabrici, che ne era signore. Nobilissime cappelle, altari e monumenti ornatissimi, ed illustri memorie si vedono, per le chiese di Venezia e fuori, di questa casa ; tra le quali è degnissima di nota la cappella esistente nel tempio di San Francesco della Vigna, eretta da Agnesina Badoaro, moglie di Girolamo Giustiniani, dopo l’anno 1534, ricchissima di stupende sculture lavorate dai fratelli Tullio ed Antonio Lombardo e da Sante loro nipote. Sei scudi diversi usarono li Giustiniani, e quali li riporta, nel suo Blasone, il Coronelli. Ultimamente però non ne innalzarono che tre soltanto. Il primo, in campo vermiglio, reca un’aquila bicipite imperiale d’oro, coronata, armata e linguata dello stesso metallo, con un ovato in petto azzurrò, attraversato da fascia d’ oro, ed è quella sottoposta all’immagine del doge Marc’Antonio: il secondo, che è detto dei Giustiniani dei Vescovi, per avere avuti due vescovi successivi di Trevigi, nelle persone di Francesco (1605) e di Vincenzo suo nipote (1633), porta, in campo vermiglio, un’aquila d’oro bicipite, coronata, con una croce d’oro nascente fra i colli dell’aquila stessa, ed il globo mondiale azzurro fasciato pur d’oro posto fra gli artigli della medesima: il terzo, chiamato dei Giustiniani-Lollini, per essere succeduti nell’eredità a quest’ultima casa estinta, inquarta la prima arma descritta, con quella dei Lollini, che è saccheggiata d’oro e di vermiglio, con un campo pur d’oro, caricato di un rubeo giglio.

Nacque Marc’Antonio Giustiniano il 2 marzo 4649, ed ebbe a padre Pietro, soprannominato san Zuanino, ed a madre Marina, del ramo della famiglia Giustiniani, appellata dei Vescovi. Studiò nella università patavina, unitamente ai suoi quattro fratelli, Girolamo, Francesco, Daniele e Giovanni, e riuscì eccellente, massime nella filosofia, nelle lingue e nel jus delle genti. Entrato, a suo tempo, a far parte del Maggior Consiglio, sostenne alquante cariche, finché fu ascritto al numero dei senatori. Durante la guerra di Candia fa fatto inquisitore all’annona, poiché il pane che veniva fornito alla armata era di cattiva qualità; sicché egli ne scoperse la frode e punì i delinquenti. Nel 1667, fu designato ambasciatore a Luigi XIV di Francia, per indurlo ad aiutare, come aiutò, la Repubblica nella crudel guerra accennata di Candia. Ottenuta la dignità di cavaliere, fu del consiglio dei Dieci, consigliere, inquisitore sopra gli Ebrei; e nel 1671 venne eletto sopra l’affrancazione dei debiti della zecca. L’anno appresso andò sindaco ed inquisitore in Terraferma; carica da lui sostenuta per il corso di quasi cinque anni, e nella quale si distinse principalmente nel riparare ai disordini trovati nel Friuli, nel Bresciano e nel Padovano, e cadde malato dalle fatiche, sì a Bergamo come a Rovigo. Finalmente venne creato principe il 25 gennaio 1684, come dicemmo, regnando quattro anni e poco meno di due mesi. Fu il Giustiniani adorno di tutte virtù. Pio, casto, giusto, benefico, modesto, sapiente. Non intermise mai le pratiche religiose e devote, ché anzi diuturnamente moltiplicava; non menò moglie per conservarsi puro, sicché fu detto che si serbò vergine fino alla morte; rese giustizia a tutti con zelo più unico che raro; fu largo di elemosine ai poveri, ai monasteri ed alle chiese; non ambì mai gli onori, tenendosi da questi lontano per quanto poté; e finalmente fu dotto nelle lingue ebrea, greca, latina, gallica ed ispana, onde poté rispondere latinamente in Senato agli ambasciatori di Polonia e Moscovia. Queste ed altre molte virtù da lui esercitate furono poste in luce largamente dal suo lodatore Giovanni Palazzi.

(2) Nella famosa cappella della famiglia Giustiniani accennata, i fratelli del doge Marc’ Antonio, cioè Daniele, vescovo di Bergamo, e Giovanni, cavaliere, sotto le insigni sculture che decorano il lato destro di essa cappella, posero la inscrizione seguente:

D. O. M. MARCO ANTONIO GIVSTINIANO VENETIARVM PRINCIPI CVI QVI POST AMPLISSIMA MVNERA DOMI, FORISQVE HONORIFICENTISSIME GESTA OMNIVM MAGIS, QVAM SYIS VOTIS AD PATRIAE FASTIGIVM EVECTVS REMPVBLICAM DIFICILI TEMPORE ACCEPTAM CASTRO NOVO, LEVCADE, NICOPOLI, NAVPACTO, ATHENIS TOTAQVE PELOPONESO AVCTAM RELIQVIT, IN CVIVS PRINCIPATV VNDEQVAQVE FAVSTISSIMO NIHIL PRAETER DIVTVRNITATEM VNIVERSI DESIDERARVNT. DANIEL EPISCOPVS BERGOMI, ET IOANNES EQVES OPTIMO TAM FRATRI, QVAM PRINCIPI P. P. OBIJT ANNO DNI MDCLXXXVIII. AETATIS LXIX. PRINCP. IV. SVO MAGIS QVAM REIPVBLICAE TEMPORE.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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