Nicolò Donato (o Donà). Doge XCIII. — Anno 1618.

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Sala dello Scrutinio. Domenico Robusti detto Domenico Tintoretto. Ritratto di Nicolò Donà

Nicolò Donato (o Donà). Doge XCIII. — Anno 1618. (a)

Quantunque fossero più cari al popolo Giovanni Giustiniani e Antonio Priuli, sia perché ambedue allora si trovavano a Segna in qualità di commissari per definire le vertenze con l’arciduca Ferdinando, sia per altri motivi, veniva in quella vece eletto doge Nicolò Donato, di anni ottanta; uomo, come dicono alcuni storici, venuto in cattiva fama per la sua avarizia, né ben veduto in generale dalla nobiltà, perché, sebbene avesse sostenuta la carica di savio grande e consigliere, e fosse stato rettore in alcune Provincie, non aveva mai potuto conseguire la stola procuratoria. Per cui non mancarono satire fra il popolo al suo avvenimento; ed appo i nobili non poté venire in grazia, attesa l’avarizia più spiccata di Pietro suo nipote, che impediva le larghezze che voleva egli fare nei conviti; sicché tra per questo, e tra perché il detto suo nipote, presentatosi in concorrenza per entrare a far parte del Senato, non passava nella votazione, amareggiato il vecchio doge, moriva colpito da apoplessia, dopo trentaquattro soli giorni di reggimento; e veniva tumulato, senza inscrizione, nella chiesa di santa Chiara a Murano, ottenendo però da Cristoforo Finotti, elogio funebre, che va alle stampe.

Il Martinioni, continuatore del Sansovino, il Palazzi e vari altri che li seguirono, pongono sotto la ducea del Donato la fine della congiura di Bedmar; ma questo é un errore; imperocché, come vedremo, ciò accadde nel reggimento del suo successore. Bensì la congiura andavasi maturando, e per vari avvisi manifestandosi alla Repubblica, la quale teneva occhio costante sulle mosse dell’Ossuna, e su quelle dei suoi aderenti, alcuni dei quali aveva già in mano.

Nel campo del ritratto di questo doge, dipinto da Domenico Tintoretto, é tracciata la iscrizione seguente, che pure accenna con errore allo scoprimento della congiura prefata. Nel Palazzi tale iscrizione e al tutto diversa, dicendo essa: E senatore dux. Ortimi bellina ex male sana pace suscepi, et sustinui: vim et insidias compressi, reputi, vitavi constans, cautusque quadraginta diebus, quibus solis praefui, Rempublicam servavi, auxi, ornavi. .

PACE PARTE ANNONA CVRATA NEPARIA PRODICTIONE PRAEVECTA INTRA XXXV DIEM PRINCIPATV ET VITA FVNCTVS. (1).

(a) Nicolò Donato, detto Testolina, nacque da Giovanni, nel 1538, deducendosi cotale epoca dall’età di ottanta anni quando mori nel 1618. Abbiamo dal Cappellari, che Nicolò fu senatore d’incorrotti costumi, e che sostenne vari governi e prefetture di città; cariche da lui degnamente persolte, e che a merito della sua diligenza fu sollevata la capitale negli anni 1613 e 1617, afflitta dalla carestia. Fu egli anche savio grande, consigliere e correttore delle leggi, e da ultimo, come dicemmo, fu assunto, contro l’aspettazione comune, al supremo onor della patria. Di Pietro suo nipote, null’altro abbiamo di particolare oltre ciò che superiormente accennammo.

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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