Alvise I Mocenigo. Doge LXXXV. — Anni 1570-1577

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Sala dello Scrutinio. Jacopo Robusti detto Tintoretto. Ritratto di Alvise I Mocenigo

Alvise I Mocenigo. Doge LXXXV. — Anni 1570-1577. (a)

La urgenza delle circostanze fece che non molti giorni s’impiegassero nell’eleggere il principe nuovo, onde il dì 11 maggio 1570, si elevava al trono ducale Alvise I Mocenigo, strenuo senatore, ed alla patria assai benemerito.

Era tutto movimento in Venezia per la guerra già rotta col Turco. Si spedivano a Cipro, in Dalmazia, in Albania, a Corfù, generali, provveditori, ed armi; si allestiva una flotta possente, della quale veniva eletto capitan generale Girolamo Zane; si affidava il comando delle milizie terrestri a Sforza Pallavicino; si levava reclute nello Stato e fuori; si prendevano al soldo molti capitani e condottieri; si ammassava da ogni parte danaro, sollecitando la pietà dei cittadini a soccorrer la patria in pericolo.

All’esterno, non lasciava la Repubblica di eccitare il papa a muovere i principi in soccorso dell’isola minacciata dagli infedeli; e Pio V, con tutta alacrità si impegnava specialmente a conchiudere una lega con Filippo IV, il quale mandava cinquanta galee in aiuto. Quantunque le pratiche fatte con l’imperatore, coi re di Francia e di Portogallo, e perfino con lo czar di Moscovia e col sofì di Persia, sia per l’uno o per l’altro motivo, fossero andate a vuoto, non pertanto si disponeva Venezia, con i pochi aiuti ricevuti, a far fronte alle formidabili armi del Trace.

Il quale, gagliardo di molti legni, divisi in due schiere comandate da Amurat-reis e da Pialì-pascià, si ridusse con tutte forze, anche di terra, all’isola vagheggiata di Cipro. Quest’isola, che noverava nei vecchi tempi nove regni e trenta città, non contava allora che cinque città sole, cioè Nicosia, Famagosta, Pafo, detta anche Baffo, Cerines e Limissò, delle quali le due prime soltanto erano munite, e sì da poter resistere alle armi ottomane.

Giunta la flotta nemica, come dicemmo, all’isola, sbarcava presso Limissò, ottomila fanti, duemila cinquecento cavalli e molta artiglieria, e tosto costruiva un campo trincerato.

Non vi erano a difesa dell’intera isola, che duemila fanti italiani, altri quattromila circa, giunti di fresco da Venezia, e una tenue cavalleria composta di cinquecento stradioti. Si armarono in aiuto i paesani, appostandosi alle sfilate delle montagne; i nobili ed i cittadini si armarono pur anco. Delle quali tutte genti si formarono due corpi per difendere le due sole città fortificate ora dette. Mancavano però capitani esperti a condurle. Il solo Astorre Baglioni si trovava, il quale distribuì le cariche e gli impieghi di guerra a quei volonterosi, che difettavano però di esperienza. E siccome si temeva che il primo impeto nemico si volgesse verso Famagosta, così questa più di Nicosia sì provvide di genti ed armi, chiudendosi in essa il Baglioni.

Ma il nemico, in quella vece, pose campo sotto Nicosia, siccome capitale di quel regno; ed in Nicosia non vi era che Nicolò Dandolo, uomo timido, debole, irresoluto; per cui trascurate aveva le cose più importanti per sostenere 1’assedio. Quindi non riparato il terrapieno, non incavate, ove avevano di mestieri, le fosse di circonvallazione, non addestrate le poche milizie.

Munita come era Nicosia di undici bastioni, non aveva che millecinquecento soldati regolari italiani, tremila cernide, mille nobili, duemila cinquecento cittadini e duemila paesani; tutta gente, quest’ultima, mancante di esperienza guerresca, priva di armi da fuoco, e per la maggior parte armata di alabarde. Non mancavano però sulle mura artiglierie, né mancavano uomini esperti a maneggiarle; ma ciò non era sufficiente a porla in salvo da tante forze parate ad assalirla. Di ciò erano convinti gli abitanti; ma risoluti a difendersi, posero ogni speranza nell’aiuto celeste; perciò pregavano con perpetue orazioni l’Altissimo di farsi loro scudo contro gli infedeli.

E già questi avvicinati si erano con le loro trincee alle mura, e sì che appena i difensori potevano comparire sui parapetti senza essere offesi dalle artiglierie nemiche. Già schierati avevano i tormenti guerrieri sui terrapieni altissimi da loro costrutti; già adeguata avevano la fossa; già fulminavano per ogni lato la città; e già dato avevano incominciamento all’assalto dei baluardi appellati Costanzo e Podacataro. Veduto il pericolo dai cittadini, operarono una sortita, comandata dal luogotenente Cesare Piovene vicentino e dal conte di Rocas. La quale, ottenuto prospero successo sulle prime, e sì che poterono prendere due forti dei nemici, in seguito poi, parte per lo smodato ardir dei soldati, e parte per non aver seguita a tempo ed unitamente la vittoria, riuscì di grave loro danno, rimanendo sul campo il Piovene stesso ed altri valorosi.

Dopo alquanti giorni di continuati assalti dati dai Turchi, quando al baluardo Costanzo, e quando alla spicciolata in altri punti, tornata vana la domanda di resa da loro intimata, risolsero alla fine tentare l’assalto generale. Avevano all’effetto già poste a termine le strade coperte che guidavano ai quattro baluardi, cioé al Podacataro, al Costanzo, al Davila ed al Tripoli, e, disposta ogni cosa, si accinsero con tutte forze alla impresa. Ma furono vigorosamente respinti dai cittadini, animati dalla speranza di pronto soccorso dalla madre patria. Falliti anche in questa, dovettero giorni appresso sostenere l’ultimo e più pericoloso assalimento. Era il dì 9 settembre 1570, e stanco Mustafà di perdere tanto tempo e tanti soldati, arringò le sue genti, promettendo larghi premi se riuscissero nell’ultima impresa. Al rompere quindi dell’alba del giorno accennato, si avanzarono i Turchi verso i baluardi ora detti, e tra per il subito loro irrompere, tra per la moltitudine loro, e tra per la potenza delle loro armi, riuscirono a superare il baluardo Costanzo; ed in quella confusione e pressa di gente, sbigottiti i difensori, si diedero alla fuga. Senonché, accorso il conte di Rocas per riparare al disordine, rimase fatalmente sul campo; per lo che, sorvenuti dappoi Pietro Pisani consigliere e Bernardo Polani capitano delle saline, fecero del loro meglio per trattenerli. Ma indarno si adoperarono essi con l’autorità e con l’esempio per fermare quelle genti già disordinate e confuse, tra le quali si avendo il Polani mescolato, perì gloriosamente con loro, nel mentre che il Pisani si ritirò nella piazza per difenderla fino all’ultimo sangue. Colà pure convennero i rettori e gli altri capi, tutti adoprandosi per serrare il passo ai nemici, combattendo ferocemente per il corso di due ore. Ma sopraggiunto il pascià di Aleppo col grosso della cavalleria, né potendo a quella furia resistere, sì il Pisani, come Nicolò Dandolo ed il vescovo di Paffo coi suoi, si ritirarono nel pubblico palazzo, in cui non avendo modo di propugnare gli assalti, per la morte anche della maggior parte dei militi, inchinarono alla proposta di resa, che venne lor fatta da Mustafà, divenuto già padrone di pressoché tutta Nicosia. Il Dandolo quindi fece deporre l’armi ai suoi, sicuro di ottenere salvezza per il patto giurato dal Turco. Senonché, non appena entrarono per la porta del palazzo i nemici, a quegli inermi fecero toccare, contro la data fede, morte spietata, e sì che perirono miseramente per le lor mani il Dandolo, il vescovo Francesco Contarini, Pietro Pisani, e tutti gli altri magistrati per dignità ragguardevoli e per natali. E fu allora che dandosi liberamente a scorrere per la citta tutta, i Turchi felloni saccheggiarono le case, demolirono i templi; né risparmiarono l’onore delle matrone, la pudicizia delle vergini a Dio consacrate; niuna età, niun sesso, che tutti incontrati da quei cani, cadevano vittime di morte o di schiavitù vergognosa. Tale fu l’ultimo eccidio della città di Nicosia, la quale, cospicua per nobiltà, per ricchezza e possanza, era stata per molti anni florida, rispettata dalle vicissitudini della sorte, né mai a strage ed a miseria soggetta.

Perirono in quel dì estremo da oltre ventimila cittadini, né si salvarono che soli venti nobili, tratti altri, e principalmente le più belle matrone e le vergini elette, in dura schiavitù: le quali ultime, col fior dei fanciulli e delle spoglie più rare, per ordine di Mustafà, vennero caricate sopra tre legni, affinché, come frutto della vittoria, giungessero al sultano Selimo. Il principale di questi legni era la nave capitanata da Meemet pascià, sopra la quale racchiuse si avevano le primarie matrone, fra cui una di nome Belisandra Maraviglia, sorella di Giovanni, segretario del Senato, e moglie di Pietro Albino, gran cancelliere del regno di Cipro; il quale ultimo rimaneva vittima nella strage descritta, trovandosi appunto allora a Nicosia. Temendo adunque Belisandra, non tanto il furore dei barbari, quanto il cimento in cui prevedeva dovessero esser poste la religione e l’onestà di lei, la notte che precedeva lo scioglier dal porto per avviarsi a Costantinopoli, data mano ad una miccia, si recò coraggiosamente al luogo ove si custodivano le munizioni di guerra, e a quelle pose fuoco così, che arse non solo la nave ove stava, ma anche arsero gli altri due legni minori legati presso la stessa, e sì che in un subito, con orribile frastuono e ruina, colavano a fondo, facendo perire prigioni e nemici, e quanto altro era ivi adunato.

Caduta Nicosia, e rimaste senza effetto le trattative di pace incoate presso il sultano, si diede tosto a proseguire la guerra con più calore. Mustafà vittorioso, da Nicosia passava alla conquista di Pafo, di Limissò e di Lamaka, e veniva a por campo sotto le mura di Famagosta, non potendo però stringerla fortemente d’assedio per difetto di milizie. Ma non sì tosto accrebbe l’esercito con le genti di Ali, che a lui si unirono, diede mano ad oppugnare quella città, la cui difesa era affidata al valore di Marcantonio Bragadino e di Astorre Baglioni. Quale ne sia stata l’eroica resistenza opposta dal Bragadino alle armi ottomane, i fatti che accaddero, e la gloriosa morte da lui incontrata, ciò tutto si potrà leggere nell’illustrazione del soffitto della sala del Maggior Consiglio, ove si vede inserito il chiaro-scuro operato da Pietro Longo, esprimente il martirio sofferto, per la religione e per la patria, da quell’eroe.

Nel frattempo, dopo molte difficoltà superate, si concludeva la lega da lungo tempo discussa, fra Pio V, Filippo II di Spagna e la Repubblica; lega che veniva pubblicata solennemente in Venezia il 2 luglio 1571. Pertanto le flotte unite dei collegati si radunavano nel porto di Messina, e a Don Giovanni d’Austria venne dato il comando supremo. Quanto queste operarono poi, fino alla battaglia e alla splendida loro vittoria conseguita alle Curzolari il dì 7 ottobre dell’anno medesimo, é detto nella illustrazione della Tavola CLXXV, che reca inciso il quadro che la figura, dipinto da Andrea Vicentino nella sala dello Scrutinio; come del pari potrà leggersi, per qual via incontrasse in quel fatto morte gloriosa Agostino Barbarigo, che comandava il corno sinistro della battaglia, nell’ altra illustrazione della Tavola CXLVIII, ove é intagliato il soffitto della sala del Maggior Consiglio, in uno dei comparti del quale, per mano di Antonio Vassilachi detto l’Aliense, a chiaro-scuro, é figurato quell’eroe, che, quantunque mortalmente ferito, continua ad animare i suoi alla pugna.

Questa vittoria però non conseguiva L’effetto sperato pel raffreddamento dei collegati; sicché raccolta la flotta nel porto Calogero a dividere il bottino, e passata quindi a Corfù; Don Giovanni d’Austria partiva alla volta di Messina, il Colonna per quella di Napoli, onde solo rimase Sebastiano Veniero con le navi veneziane. Il quale, per obbedire agli ordini del Senato, e per aderire in pari tempo agli inviti dei popoli dell’Albania, unitosi con la flotta retta da Filippo Bragadino, provveditore del golfo, si volse all’espugnazione del castello di Margariti, e lo prese: intorno al quale conquista si legga la illustrazione della Tavola CLXXV bis, che lo figura, espresso da Pietro Bellotti nella sala dello Scrutinio.

Senonché, tornando nulle le calde e continuate sollecitudini del Senato per rianimare gli alleati a prestare nuovi aiuti contro il comune nemico, a cui si aggiungano la accaduta morte di Pio V, ed il timore di perdere Candia nel vegnente anno, si decise, il Senato stesso, a maneggiare la pace, che dopo molte difficoltà si conchiuse, col mezzo del bailo Marcantonio Barbaro, il di 7 marzo 1573, le condizioni della quale furono gravose alla Repubblica, sicché sembrò non essa ma il Turco avesse vinto la grande battaglia di Lepanto. Ma a ciò fu costretta, colpa gli infidi, o incostanti, o gelosi alleati, ché rimanendo sola nella lotta, dopo tanti sacrifici e sangue sparso, male avrebbe potuto resistere alle possenti forze ottomane. Così, riavuta la quiete, respirò alfine Venezia dopo tanti travagli, dandosi, con ogni cura, a rialzare il commercio e la interna prosperità.

Ma non era passato appena un anno che un’altra sciagura colpiva la Repubblica, quella cioè dell’incendio accaduto, il dì 11 maggio 1574, nella pubblica curia, per lo quale rimanevano preda delle fiamme, oltre che l’abitazione ducale, le sale del Pregadi, del Collegio, l’antisala del medesimo e la vicina, appellata poi sala delle Quattro Porte. Intorno al quale incendio, ed alle riparazioni tosto ordinate, parlammo al Capo XV della storia di quella fabbrica.

Due mesi appresso, vale a dire il 18 luglio, veniva a visitare Venezia Enrico III, re di Polonia e di Francia, e le splendide accoglienze e le feste che ad esso profuse la Repubblica, non pur diffusamente narrammo nell’illustrazione della Tavola LXVII, ove, per mano di Andrea Vicentino, nella sala delle Quattro Porte, fu espresso il suo ingresso in Venezia; come nelle Tavole XXXIV e LVII, se ne avranno, nella prima, l’inscrizione a di lui onore scolpita dal Vittoria di fronte alla scala dei Giganti; e nella seconda, il di lui ritratto, posto nella stanza detta degli Stucchi.

Una più grave e tremenda sciagura però doveva colpire poco appresso la capitale e lo Stato, e fu questa la peste, la maggiore fra quante ne accaddero, periti essendo da circa 51.000 abitanti, giusta il cronacista contemporaneo Cornelio Morello ufficiale del magistrato della sanità; tra cui il principe della scuola pittorica veneziana, Tiziano Vecchio, morto di anni 99.

Da Trento, dalla Lombardia e da Verona, ove infieriva il morbo, lo recava a Venezia, nel luglio 1575, un trentino, che di quei luoghi infetti appunto fuggiva. Per errore dei medici che non lo riconobbero, e per la soverchia fiducia dei magistrati nelle loro opinioni, trascurate in sul principio le necessarie precauzioni di sanità, il morbo si dilatò in guisa da farvi orride stragi. Nel dicembre di quell’anno sembrava estinto, ma nel marzo seguente rincrudì con maggior forza di prima. Chiamati a Venezia Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, ambedue professori di medicina pratica nell’università di Padova, per riconoscere la vera natura del morbo, che già cominciava a divenire sospetto, errarono nel lor giudizio con danno gravissimo della città, perché ogni dì più si diffuse la desolazione. Licenziati con loro scorno quei professori, decretava il Senato provvidenze valevoli ad arrestar la morìa, fra le quali ordinava che tutti quei che fossero stati sorpresi da qualsivoglia malore dovessero esser dati in nota alla chiesa della loro parrocchia, particolareggiandosi in detta nota la qualità, gli accidenti della malattia e tutti gli altri sintomi che si fossero svolti, rimanendo poi subitamente sequestrati, con tutti quelli della casa, fino a che fosse stato preso in esame l’ammalato dai medici. Riconosciuto per appestato, senza alcun riguardo a condizione e a ricchezze, era tradotto tosto all’isola di santa Maria di Nazaret, lontana dalla città, nella quale era stato eretto, sin dal secolo precedente, un grande ospitale per coloro affetti di peste, ed un agiato albergo per quegli altri che giungevano dall’ Oriente a compiere la contumacia. Si appellava poi questa isola Lazzaretto vecchio, quando, in conseguenza dell’esteso commercio e delle frequenti guerre coi Turchi, non bastando più essa al purgo delle mercatanzie e a ricovero delle milizie soggette a contumacia, si erigeva, pochi anni appresso, in un’altra remota isola, un secondo Lazzaretto, che, per distinguerlo dal primo, fu detto Lazzaretto nuovo. Condotti adunque gli appestati al vecchio Lazzaretto, qualora avessero fuggito alla morte, passati erano, mutali di panni, al nuovo, per farvi ventidue giorni di contumacia. Incapace divenendo ben presto il nuovo Lazzaretto a contenere l’ infinito numero di gente, si fabbricavano perciò con sollecitudine, nell’isola e sopra la vicina spiaggia di santo Erasmo, non poche ed ampie abitazioni di tavola. Ma insufficienti riuscendo anche queste, giacché può dirsi che ivi man mano passasse tutta la popolazione di Venezia e delle circostanti isolette, statuivano di tradurre presso al Lazzaretto molte vecchie galee e molti grossi vascelli in disarmo, costruendovi sopra altre case di legno. Questa flotta di forma straordinaria, unitamente all’ isola ed alla spiaggia, accerchiate poi erano da una forte armata, e quasi che fossero una piazza assediata, attenta mente osservate da quella. In tale guisa sorgeva colà d’improvviso una novella città, parte in terra e parte sull’ acqua fondata, e popolosa di ben dieci mila abitatori. Ivi medici, chirurghi, farmacisti, mammane e sacerdoti si trovavano; ivi stavano aperti immensi magazzini provveduti a dovizia di farmaci, di panni e di vettovaglie, per soccorrere, per vestire e per pascere la moltitudine; ivi del continovo, per purgar l’aria contaminata, ardeva, accolto in altissime pire, l’odoroso ginepro. All’apparire dell’aurora si portavano colà alcuni ministri, detti visitatori, i quali, trascorrendo il lido, l’isola e la flotta, s’informavano dello stato della sanità, provvedevano ai bisogni, e tradure facevano al vecchio Lazzaretto coloro che fossero stati colpiti dal contagio. Poco appresso giungeva una mano di barche, che recava buona provvisione della salubre acqua del Sile; indi ne sopravveniva una seconda con fresche vittuarie. Al sorger del sole, un sacerdote celebrava sulla spiaggia il sacrificio incruento, attorniato da turbe genuflesse, preganti; al cadere dell’ astro maggiore, gli ultimi suoi raggi illuminavano quelle turbe stesse, che, nuovamente prostrate e in due cori partite, invocavano allora la Madre di grazia, quella che é degli infermi salute, degli afflitti conforto, porta del cielo. Alto silenzio era durante la notte. Senonché, conoscendo la Repubblica che ogni umano provvedimento sarebbe tornato vano senza l’assistenza del cielo, questo invocava con quella pietà che fu tutta sua propria, e del popolo veneziano in ogni tempo. Ordinale quindi pubbliche preci e devote processioni li due giorni antecedenti alla natività della Vergine, il dì della lesta calava il doge in san Marco con tutto il Senato, e a piedi nudi davanti l’ara massima, al cospetto di tutto il popolo piangente e supplicante, fece voto, a nome della Repubblica, di erigere un tempio a Dio Redentore, in perpetua memoria della religione della Repubblica stessa, del morbo desolatore e del divino soccorso. Saliva in grato odore al cielo la prece, e il dì appresso, si notarono quattro soli estinti dal morbo. Si pubblicava poi la totale e perfetta liberazione della città il dì 21 luglio 1577, ma il doge Luigi Mocenigo, non poté assistere pienamente alla gioia del suo popolo per cotanta grazia, ché moriva il dì 3 giugno 1577, laudato degnamente da Lorenzo Massa, segretario del Senato, e deposto nella chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, presso la salma di sua moglie Lauredana Marcello, ove dai parenti, vari anni dopo, gli fu eretto nobilissimo monumento. (b)

Li nuovi magistrati instituiti ducando il Mocenigo, furono: 1.o li Provveditori sopra danari, creati nel 1571 in occasione della dispendiosissima guerra col Turco. Era composto questo ufficio di tre nobili, ai quali se ne aggiunsero altri due nel 1641, ed avevano incarico di tenere esatto registro di tutti i debitori, di vigilare affinché i governatori dell’entrate esigessero la decima allora imposta sopra i beni e gli uffici interni ed esterni; 2.o li Provveditori sopra i beni comunali, stabiliti nel 1574, e composto di tre nobili, ai quali spettava presentare al Collegio dei Savii i loro divisamenti intorno alla buona amministrazione dei beni suddetti, onde non accadessero usurpi; 3.o i Revisori e Regolatori alla scrittura, instituiti l’anno ultimo citato, i quali, tre di numero, ebbero obbligo di far pareggiare li conti dei magistrati, regolarne le partite, ec; 4.o finalmente i Provveditori e Revisori sopra la scansazione e regolazione delle spese superflue. Stabilito questo magistrato nel 1576, e composto di tre nobili, doveva sorvegliare alla economia ed al buon impiego del pubblico patrimonio. Ad onta della guerra e della peste, che posero in fondo le finanze e desolarono la città, pure di questi tempi, oltre la decretata erezione del tempio del Santissimo Redentore, di cui si poneva la prima pietra il dì 3 maggio 1577; si rifabbricò la chiesa dei Santi Apostoli, e si fondò, due anni appresso, il conservatorio del Soccorso, a merito, quest’ultimo, della famosa Veronica Franco.

Il breve che correda il ritratto di questo doge, dice, con qualche diversità dal Sansovino e dal Palazzi, i quali, dopo la parola parta, aggiungono: Henrico Gallorum Rege magnificentissime excepto:

DEPVLSA FAME, C0NSOCIATIS CHRISTIANORVM PRINCIPVM VIRIBVS, SELYMI TVRCARVM REGIS CLASSE PROFLIGATA, ATQVE INDE VICTORIA VNA OMNIVM NOBILISSIMA PARTA. SERVATORI DEO AEDE DICATA, VRBE BELLO, FAME, INCENDIO, PESTILENTIA LIBERATA, REMP. FLORENTEM RELINQVIMVS.(1)

(a) Nacque Luigi Mocenigo nel 1508, da Tomaso q. Nicolò, procurator di san. Marco, e fu uno dei chiari lumi di questa famiglia. Dalla carica di savio agli ordini, passò nel 1540 a capitano di Vicenza, e poscia venne eletto savio di Terraferma. Mostrato, fm dalle mosse di sua vita politica, grandezza (276) d’animo e somma eloquenza, fu spedito ambasciatore a Carlo V, ed in appresso gli fu dato il governo della città di Crema col titolo di podestà e capitano; e compiuto il suo reggimento, fece parte del consiglio dei X. Rinunziato da Carlo V l’impero al fratello Ferdinando, pretendeva il pontefice Paolo IV non potersi ciò fare senza la sua autorità, e sì grande fu la sua fermezza, che non assentì all’ ingresso in Roma dell’ inviato colà spedito da Ferdinando medesimo. Il Mocenigo, costituito ambasciatore della Repubblica , nulla poté ottenere dall’ immutabile gerarca , il quale rimase nel suo proposito fin che gli bastò la vita. Compiuta quella ambasceria, passò Luigi nel Friuli, siccome provveditore generale di Terraferma; e sostenuto dappoi, nel 1564, il governo di Padova, e poscia la magistratura di savio del Consiglio, venne promosso, il 17 febbraio 1565, a procurator di san Marco de ultra, in luogo del defunto marcantonio Grimani. Era quindi spedito un’ altra volta provveditore nel Friuli, e da ultimo veniva assunto al principato, come superiormente dicemmo. Sostenne con lode grandissima il reggimento della patria ed ebbe in premio l’amore e la venerazione del suo popolo. Menò a moglie Lauredana, figlia di Luigi Marcello, la quale premorì al marito, e per la sua somma bontà e pietà fu cara ed onorata da tutti, sicché in morte fu pubblicamente laudata da Ottaviano Magno, segretario del Senato. Oltre il ritratto superiormente accennato del Mocenigo, si vede egli effigiato nel dipinto collocato nella sola del Collegio, ove per mano di Jacopo Tintoretto é espresso il voto da lui fatto per la erezione del tempio del Santissimo Redentore, inciso ed illustrato nella Tavola LXXX1I.

(b) Il monumento nobilissimo del nostro doge e di sua moglie Lauredana Marcello, fu ordinato dai fratelli Luigi Mocenigo q. Luigi; cioè da Luigi I, prestantissimo senatore e cavaliere; da Luigi II, procuratore di san Marco, morto in Candia l’anno 1654 mentre sosteneva gloriosamente, per la seconda volta, il carico di capitan generale di mare contro il Turco; e da Luigi III. Occupa questo monumento gran parte della parete interna dello porta maggiore del tempio dei santi Giovanni e Paolo, e fu elevato col disegno dell’architetto Girolamo Grapiglia. Tutto di marmo d’Istria, é grandioso e magnifico, composto di due ordini, l’uno corintio, l’altro composito, ed ornato di statue, bassirilievi ed altri ornamenti operosi.  Sulle urne sono collocati supini i simulacri del doge e della dogaressa, vestiti ambedue delle assise ducali.  

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto. Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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