Palazzo Bollani a Santa Marina

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Palazzo Bollani a Santa Marina. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Bollani a Santa Marina

Le pergamene gotiche, che vedemmo assai bene conservate nell’archivio domestico, ci danno fede risalire la fondazione di questo palazzo ad un’età, ben anteriore alla superstite architettura. Vi si legge infatti indicato un acquisto di casa, che un Giovanni Curtulo fece da Marino, suo figlio, il 14 maggio 1274, e l’anno dopo, il 3 agosto, se ne trova jure proprio l’investitura. Coinciderebbe quindi con la storia dell’origine l’apparenza di quei resti di stile moresco nella facciata, che risulta circoscritta sul Rivo di Santa Marina, quasi avanzo della maggiore, che si estende dal lato del campo, e che soggiacque certamente a qualche modificazione, in tempi meno remoti. In appresso sta indicato, che comperava lo stabile un Nicolò Dolfin, detto del Banco, dall’ufficio dei sopraconsoli, i quali giudicavano sugli aperti concorsi delle ditte oberate, e si tiene dietro al traslato seguito da un Trevisan in Giovanni Tomaso, Marco e Andrea Malcavello, che eseguirono tra loro la divisione del fondo nel 1310; ed ecco l’epoca, a quanto pare, men dubbia, di attribuirsi al prospetto sul Rivo.

A più tarda stagione, posto all’ incanto il palazzo dai creditori del Banco Dolfin, ne diveniva proprietario, per 7701 ducati, Giovanni Antonio Cima del fu Pietro; quegli, che dalla Lombardia si trasferiva tra noi, e quivi arricchiva nella mercatura, ed era creato cittadino veneto dalla Repubblica. In questa casa fiorivano, ad illustrarla, vari conti e cavalieri di Malta. Ad essa appartenne Francesco, dottore celebrato in filosofia e medicina, e aveva ancora domicilio in questo palazzo la discendenza nel 1643, poiché un testamento, in atti Nicolò Doiani, del 26 maggio di quell’anno, lo legava a Lucrezia Cima, sposa di Antonio Bollani, fin dal 1601; onde ai Bollani stessi si trasfondeva la proprietà, per fideicommisso. Ed essi, fattane ristorare la fabbrica, la destinavano loro casa dominicale nel 1709. Per il fatto però non si recavano ad abitarla che nel 1820, trasferitisi allora dall’altro palazzo, che Francesco Bollani aveva commesso, a proprie spese, al Tirali, e che sorge a Santi Gervasio e Protasio sulla fondamenta Sangiantoffetti, ora proprietà del Comune ad uso di Regio Ginnasio Liceale. Il tipo di questo edificio rivelerebbe il genio del Buono o del Calendario. Gli archi sono cuspidati, a sesto acuto, con arabeschi alla sommità dei davanzali; il poggiolo nel centro, sì dell’ordine primo, che del secondo, si scomparte colonnato, ad archi eguali, e i capitelli si vedono fogliati e diamantati: ne è grazioso l’intercolunnio; i cordoni, che ricingono ogni finestra, rispondono all’ insieme del disegno, con opera di scalpello, delicato in vero e gentile. I due poggioli poi, sporgenti dal lato destro e mancino, con sopra leoncini accosciati, accusano un restauro posteriore di un secolo, certamente all’ epoca dell’ultimo acquisto dei Cima. Benché la patrizia casa Bollani stanziasse fino dal secolo X, sulle lagune, non diede però Dogi, né generali da mare, ma per meriti di prima grandezza segnalava per altro la sua carità e devozione alla patria. Un Tomaso infatti, unito al fratello Nicolò, fervendo la guerra di Chioggia, assoldava militi a proprie spese, ed offriva in dono alla Repubblica, sino al termine della gigantesca battaglia, tutti pro degli imprestiti, che costituivano un ragguardevole valsente.

Un Maffeo del pari, quando fu stretta la Dominante dalla formidabile lega di Cambray, era si magnanimo, da cancellare una grossa partita aperta verso lo Stato, a suo credito, e ne rilasciava quietanza amplissima al Doge Loredan. Gran valore palesava un Giuseppe Bollani alla presa di Santa Maura, di Patrasso e Lepanto, e all’assedio di Negroponte. E Antonio, provveditore in Macarsca, fattosi schermo al guardato castello di Singh, con giuoco di sì fina tattica investiva per tre giorni il nemico, che, in onta all’ineguale risorsa di ottocento militi per l’attacco, sapeva resistere di fronte ad un esercito di ventimila ottomani; esempio di valore, comune a pochi guerrieri del suo tempo. Né taceremo di Marco, oratore distinto al Senato, e procurator di San Marco, di cui toccano il Paruta ed il Bembo, né di Domenico, amico al Navagero e all’Aretino, senator, cavaliere e insigne storico del Consiglio dei Dieci.

Ai nostri giorni un grande restauro ordinava a questo palazzo il conte Girolamo Bollani, e ne fregiava allora le pareti di molti rari dipinti del Tintoretto, del Giambellino, del Caracci, del Turchi detto l’orbetto, di Guido Reno, del Guercino da Cento. Ed egli, di colto ingegno e di cuore gentile, e onore nostro per la sua carità verso la patria, ben a ragione poneva amore ad un edificio, che non può non esser caro, non a Venezia soltanto, ma a tutta Italia per le memorie insigni, che ci ridesta. Poiché fu di tutta Italia il beneficio, che, mercé il valore anche degli avi suoi, nella famosa battaglia alle Curzolari, che oscura la gloria dei più celebrati certami, venisse ai Turchi l’orrido pensiero attraversato d’inalberare la mezza luna sul Campidoglio. (1)

Attualmente la proprietà è frazionata.

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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