Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa, nel Sestiere di Castello

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Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa, nel Sestiere di Castello

Si disputa fra gli eruditi, quale fosse l’architetto di questo palazzo, che spira magnificenza, a così dire, senatoria, e di tanti tesori delle arti divenne santuario, da emulare il fasto delle aule romane dei Cesari. Taluno era di avviso, che lo disegnasse Raffaello di Urbino. Il Morelli lo vedeva opera dello stesso possessore della fabbrica, il Patriarca di Aquileia, Giovanni Grimani, secondo l’autorità di Muzio Sforza, che nella dedica a quel Cardinale dell’elegie sacre, stampate in Venezia nel 1588, si esprimeva: domus, mirifica aeconomia ac scructura, tua instructione velut optimi architetti oedificata. Il Temanza però attribuendo la fabbrica al Sammicheli, ammetterebbe soltanto, che ne avesse avuto mano qualche altro architetto. E il cavaliere Diedo, che nelle fabbriche cospicue fa una descrizione della magnifica porta di terra, da altri tenuta del Serlio, la vuole con il Temanza egli pure del Sammicheli, o di un valente seguace, e certamente lo stile si appellava Sammichelesco. Maestoso è il cortile, con loggia simmetrica colonnata all’intorno; il prospetto dell’ingresso principale, nei due ordini rustico e corintio, nobilissimo risalta, a malgrado l’angustia del calle. Vi si ammirano finitezza di proporzioni, eleganza e decoro nella bella cornice, sorretta agli estremi da mensole sporgenti, e nel centro da serraglia con teste di leone, e i bene ordinati comparti delle valve, sono ricchi di doppie riquadrature di patere e chiodi romani. Diremo leggiadra la finestra, sovrapposta alla porta, che è ingentilita da due colonne, coi loro sopraornati, con acconce opere di scultura, e con l’ornato dello stemma, avente le insegne cardinalizie, circoscritto da ricca cornice ad intaglio. Per la gradinata suntuosa, che fin dall’origine si decorava di stucchi e pitture, si entra a lodare l’ottimo scompartimento delle nobili stanze, nelle quali il Sansovino celebrava anche i suoli e terrazzi, fatti a compasso, e più ancora le rarità di arte, sparse ad impreziosirne le pareti, da comandare l’ammirazione all’amatore, ed all’archeologo.

Quanti tesori non acquistava infatti in Roma il Cardinale Domenico Grimani, l’amico del Sabellico e di Pico della Mirandola, che ebbe alta reputazione d’intelletto, che introdusse nella sua famiglia l’amore e la protezione dell’arti belle, e ne fu grande Mecenate, avendo anche, insieme ad Andrea Gritti, protetto il Sansovino, fattolo nostra gloria per sempre! Ne descrivono quelle rarità il Paciaudi, il Pignoria, il Maffei, lo Zanetti, e il Morelli nella rara sua notizia sulle opere del disegno. E quanto non emularono il genio del Cardinale Domenico l’altro Cardinale Marino e il Patriarca Giovanni, che in questo palazzo componevano un Museo, celebrato dagli storici fra tutti principalmente, per sculture antiche, e torsi con iscrizioni, vasi lacrimatori e cinerari, bronzi, bassorilievi, recati da Costantinopoli, da Atene e da tutta la Grecia, per cui si poteva giudicar largamente della eccellenza e grandezza dell’età greco-romane! Basti il sapere, che Alfonso, Duca di Ferrara, e Arrigo III di Francia, ospitati dalla repubblica in Venezia nel 1572, e che intervennero a suntuosa festa in questo palazzo, vi si trattenevano un giorno intero a visitare le preziosità che ne decoravano i recinti.

Videro quegli illustri il prezioso codice o breviario fregiato di cento e dieci miniature, delle quali ventiquattro di mano del Calendario, opera compita dopo il 1484, che il Cardinale Domenico Grimani acquistava, come è fama, da Antonello di Messina, per cinquecento ducati; e lo visitarono, quale oggi si conserva nella Marciana, a cui si donava, entro studiolo di ebano, intarsiato di pietre e cammei, con sedici colonne di alabastro, aventi basi e capitelli di argento dorati. Videro le pitture di Giorgione, di Francesco Salviati, di Camillo Mantovano, e di Giovanni di Udine, e le immagini di più personaggi della famiglia del Bassano, di Paolo Veronese, del Tintoretto, e del Vecellio. Ammirarono quei belli affreschi, dei quali si confessava sorpreso il p. Della Valle, a cui sembravano di mano stessa di Raffaello; tanto erano allora conservati e vivi, da fargli vieppiù desiderare, come egli si esprime, quelli delle logge del Vaticano. Vi erano ancora i due ritratti del Doge Antonio Grimani che passarono presso i conti Bevilacqua-Lazize di Verona. A quella effige dinanzi si inspirava il pensiero dei viaggiatori ed ospiti reali alla serie dei fatti di quel Principe, che di tanta gloria nelle storie rifulge, per le gravi missioni, per l’alto senno e valore, e il patriottismo, non meno che per le illustri sventure. Poiché si ricordava, come apparsa dubbia altra volta la sua fede al Senato per l’avversa sorte in una missione contro i Turchi nelle acque di Sapienza, poco lungi da Modone, si svestisse delle insegne procuratorie, e si sottoponesse ad inquisizione speciale, e come giunto in ceppi a Venezia, lo ricevesse il Cardinale Domenico suo figlio, e lo accompagnasse al carcere, sostenendogli per via il peso delle catene, e ne seguisse il destino, finché appieno giustificato, dopo l’esilio, riaveva la stola procuratoria, e pieno di meriti in età ben grave, conseguiva a guiderdone e realdimento il principato.

Per tal guisa potevano quegli illustri inferire, che se romana era l’idea di questo palazzo, se romani erano i tesori, che lo rendevano famoso, era pure romano l’eroismo della virtù dei suoi antichi signori. Ora la prosapia insigne di questi giorni si estinse nell’ultimo discendente Michele, col ricco censo del quale, passava anche la proprietà del palazzo nel congiunto erede, Antonio Quirini, di patrizia antica casa, per luce di meriti non ultima nelle storie della sua patria. A lui commetteva nel testamento il Michele Grimani di offrire in dono al Comune il Marco Agrippa, statua colossale, in marmo greco, esistente nel gran cortile d’ingresso, opera del secolo aureo dell’arte, e argomento alle molte ricerche degli archeologi, per studiarne la provenienza, che noi volentieri, da più ragioni persuasi, poiché al Panteon di Roma, coll’autorità solenne di Ennio Quirino Visconti, aggiudicheremo alla Grecia. Così l’assiduo desiderio della onorevole principessa, Virginia Chigi, madre al Michele, che la celebre statua non uscisse di Venezia, veniva appieno adempito, col rimuoversene per sempre il pericolo, divenuto quel privato cimelio, una ricchezza, per più rispetti, di pubblico Museo patrio, e quindi garantirne la conservazione dallo stesso amore di Venezia ai monumenti della propria sua gloria.(1)

Come è successo a molti altri edifici di Venezia, anche palazzo Grimani perse gran parte delle opere custodite a seguito della caduta della Repubblica, opere di artisti del calibro di Tiziano, Tintoretto, del Veronese, oltre agli affreschi e le decorazioni interne che vennero letteralmente saccheggiati; altri pezzi da collezione invece sono conservati presso il Museo Archeologico. Il palazzo, acquistato dallo stato nel 1981, è stato riaperto nel 2008 dopo oltre trent’anni di restauri.

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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