Palazzo Marcello ora Papadopoli a Santa Marina

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Palazzo Marcello a Santa Marina. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Marcello ora Papadopoli a Santa Marina

È fuor di dubbio, che anticamente tutta questa isola appartenesse alla patrizia casa Marcello di Santa Marina, e la merlatura, che con sculti arabeschi rimane in parte sulla facciata dell’edificio Zusto e Cappello, poscia Zannona, ora Gaspari, continuava pure sui fabbricati, a quel tempo paralleli, che avevano dinanzi una calle ed un sottoportico, e che si demolivano, per gli avvenuti traslati di proprietà, all’ occasione dei radicali rifacimenti. È noto che il Doge Nicolò Marcello comperava un fondo, con pezzo di orto, o campazzo, al ponte dei Zusto a Santa Marina, per ducati 1623, su cui faceva fabbricare il palazzo vecchio, che gli costava 14640 ducati; e ciò nell’ultimo anno del suo Dogado, 1474. E a questo principe integerrimo, e di alto cuore, distinto da Sisto Papa IV colla Rosa d’oro, si erigeva appunto nella chiesa, che era in campo Santa Marina, il monumento, poi trasferito nel gran Tempio dei Santi Giovanni e Paolo, ove si ammira, con bel sarcofago, che per grazia e venustà di poco precede gli aurei tempi dell’arte.

Quindi può dirsi, che nei recinti di questa isola fiorissero tanti prodi del lignaggio, da cui discese Lorenzo, fulmine di guerra, e nuovo Annibale nella disfatta delle galere barbaresche alla Vallona, nelle battaglie replicate di Candia, e alla famosa giornata dei Dardanelli. L’attuale mole pertanto si conformava nello spazio dell’antica, e sorse perciò difettoso dal lato destro quel prospetto sul rivo, che accusa il decadimento dell’architettura. La facciata è però rivestita di marmi, e a bozze squadrate dal zoccolo del basamento sino al primo ordine, ornato di poggioli, dei quali quello di mezzo è a tre arcate, sorrette da due colonne di marmo di Pola, con capitelli d’ordine corintio. A questo risponde l’altro poggiolo del piano superiore, ma a pilastri, con decorazione di ben larga cornice. Gli archivolti, in ambi i piani costruiti, a cui fan capo rilevati testoni, si vedono integri verso la cornice, che appartiene all’ordine dorico; gli altri piccoli davanzali, di forma ovale, incorniciati da ornamenti di rilievo in marmo, anno la foggia di quelli, che vedemmo nel palazzo Rezzonico.

Gli stemmi, in marmo, tra le finestre del primo ordine, suppliscono poi alla storia, per indicarci succeduti ai Marcello nella proprietà del palazzo i Pindemonte, che lo ampliarono di un’ala, aggiuntavi la ringhiera nel cortile di ingresso. Perciò ci gode Vanimo di rammemorare una famiglia nobile di Verona, decorata per meriti di collana e medaglia d’oro dalla repubblica, nel 1679, nella persona di un cavaliere Giovanni, e tre anni appresso aggregata al patriziato.

Poiché, oriunda, com’è fama, della patria di Cino, prima forse che Dante impetrasse rifugio dal gran Lombardo, fu tra le veronesi la casa, che, dopo quella dei Maffei consanguinei, desse maggior numero di scrittori all’Italia. Quivi abitò lunga pezza il poeta e letterato cavalier Giovanni, che sposata una Widmann, né ereditava il censo, e innestava al proprio il cognome Rezzonico.

Ebbe anche dimora in questi recinti il cavalier Ippolito, che per metodo vi soggiornò nel tempo vernale, e fino agli anni ultimi della Repubblica, e qua s’inspirava al canto, che, tra le epistole sue all’Albrizzi, alla Landi, e alla Lesbia Gidonia, si legge rivolto ad Elisabetta Mosconi di Verona, che fu madre alla Clarina, a cui il Monti inviava il suo Ritorno di amore al cespuglio delle quattro rose.

È questa una cara reminiscenza che altre ne ridesta, correndo il pensiero alla compianta Teresa, fu moglie del Spiridione Papadopoli, ella gentile spirito, anzi tempo scomparso, e tuttora desiderio mestissimo per l’ingegno arguto e vivace, celebrato dal Monti nelle sue lettere; egli, per l’alto cuore, e come Mecenate splendido delle arti belle e delle lettere, che stanziava nel palazzo contermine, dai fondamenti eretto, e ricco per rara biblioteca e per suntuosi dipinti. I Papadopoli, succeduti ai Pindemonte, per acquisto del palazzo, fatto nel 1808, erano precorsi sulle lagune da gran fama di probità, perché Nicolò si segnalava tra le case più ragguardevoli di Corfù, quando, ai tempi della Repubblica, quell’isola greca fu piuttosto un sobborgo di Venezia. Erano stretti di parentela con Eugenio Bulgari, l’arcivescovo, quegli che vestiva l’Eneide in versi omerici, e tra i greci del secolo scorso, aveva fama di celebre letterato. Fondata in Venezia un’amministrazione di traffico nel 1788 da Angelo, nipote a Spiridione avvocato fiscale, prosperava per le savie vedute, e le non mai arrischiate speculazioni, onde straricchiva, divenuta modello delle più cospicue case commerciali. Ma parve che mai non dovesse venir meno in questi recinti neppure la sacra scintilla del genio, poiché il conte Antonio Papadopoli, educato alla scuola del bello, e ben ad dentro nello studio dei classici, era amico al Cesari, al Romagnosi, al Botta, al Perticari, al Giordani, e fatalmente fu anzi tempo rapito all’amor delle lettere e di Venezia. Era egli nipote al Giovanni, venuto tra noi col padre nel 1797, e defunto in queste soglie il 17 marzo 1862, che si distinse per spirito, perspicacia, attività ed esperienza, da surrogare il fratello Angelo, e sostenere degnamente il decoro di questa piazza. Fu all’epoca del suo maritaggio colla contessa Maddalena Aldobrandini, colta e aggraziata dama fiorentina, che le stanze si decoravano con ogni sontuosità, con rari dipinti e sculture in marmo di Carrara, per il magistero di Angiolo Pizzi, e ne rimane a ricordo anche un tavolino a mosaico di Firenze, intarsiato di argento, madreperla e legno di Portogallo, col doppio blasone Papadopoli-Aldobrandini.

Se toccheremo della collezione di stampe, che erano dell’Aglietti, dei bulini del Bortolozzi, del Bolswert, del Toschi, delle incisioni di tutte le opere di Raffaello, parte del Morghen e parte dall’ Anderloni, oltre la cena di Leonardo da Vinci, e oltre i disegni a penna, di soggetto eroico, del Demin. Ha questo palazzo una storia, che dai suoi primordi fino a di nostri in singolare modo si concatena, poiché il Doge Marcello discese da ser Gazano, grande mercante in Damasco, e il recinto, ove il suo palazzo sorgeva, era destino servisse ad una celebre casa di commercio, che cooperò a far migliori le risorse di Venezia, quando ne era scaduto quel traffico, precipua fonte della grandezza e prosperità nazionale, che l’antica regina estendeva sui mari, esempio a tutte le nazioni del mondo, e splendore della storia.

Ora i figli del Giovanni, signori di questo palazzo, reso da essi con ingente spesa più splendido, non indarno ci richiamano ai nomi, che sono compendio di meriti, di Nicolò e di Angelo, perché sanno, con grandezza d’animo, emulare gli aviti esempi. E ben consci, nella gentilezza del cuore, che più di qualunque frode nemica nuoce alla patria l’avarizia dei suoi cittadini, non lasciano, come acqua chiusa, stagnare le ricchezze, ma ne diffondono anzi la vita, col redimere la sventura, e col sorreggere gli ingegni, Mecenati dell’arti belle e delle lettere.(1)

Negli anni ottanta del XX secolo il palazzo ospitava uffici del Ministero delle Finanze, è stato poi venduto in vista di una nuova destinazione alberghiera.

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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