Chiesa di San Martino di Murano

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1709
Fondamenta Andrea Navagero. Luogo dove probabilmente si ergeva La Chiesa di San Martino

Chiesa di San Martino di Murano

Storia della chiesa

Nell’anno di Cristo 1137 Pietro Marcello della parrocchia di San Giovanni Grisostomo, figlio d’altro Pietro natio dell’Isola di Torcello, per devoto impulso di religione offrì nel mese di aprile a Dio e al Beato Martino confessore la chiesa fabbricata in Murano ad onore del detto santo vescovo, insieme con il suo cimitero, piazza, vigna, ed altri edifici, il tutto pervenuto in esso per eredità dei suoi maggiori, e la consegnò in possesso di Costantino Mucianicho piovano di essa, e a disposizione dei parrocchiani presenti, e loro eredi in perpetuo. La donazione del pio uomo registrata in atti pubblici fu dappoi nell’anno 1443 presentata ai giudici ufficiali delle cose pubbliche, ed in virtù d’essa furono giudicate appartenere a questa chiesa nominata per parrocchiale alcune acque circonvicine alla stessa chiesa.

Quantunque però in vigore della rinunzia fatta dal Marcello fosse passata nei parrocchiani la facoltà di presentare il loro piovano, ciò nonostante il clero della chiesa di San Martino ne faceva l’elezione, come chiaro lo dimostra un documento dell’anno 1274 nel quale Andrea Gussoni piovano della chiesa matrice di Santa Maria di Murano unitamente con il suo capitolo, essendo vacante la chiesa di San Martino, né ritrovandosi in essa allora alcuno ecclesiastico, che potesse fare elezione del suo vicario (così si chiamavano allora i rettori delle chiese filiali) invocata la grazia della Spirito Santo concordemente elessero il sacerdote Giuliano di Venezia in vicario della stessa chiesa di San Martino. Nell’anno pure 1306, il cardinal Morosini essendo allora piovano della chiesa matrice presentò a Morando abbate di San Cipriano, e vicario generale di Tolomeo vescovo di Torcello, il prete Simeone Canerloti eletto in vicario, ossia piovano di San Martino di Murano, per poterlo dopo la di lui conferma porre in possesso della chiesa parrocchiale ad esso raccomandata.

Così andò continuando la chiesa di San Martino sotto il governo dei suoi piovani, dei quali l’ultimo Francesco Rossi arciprete della Cattedrale di Torcello, e notaio, il quale eletto piovano nell’anno 1465, vedendo che già la chiesa per la sua antichità minacciava non lontane rovine, né avendo maniera di rinnovarla pensò dopo trentasei anni di amministrazione di assegnarla a qualche famiglia religiosa, che conservasse in essa anche con maggiore decoro il culto divino. Avendo dunque risaputo, che nello stesso tempo Maria Merlini monaca del monastero di Santa Caterina di Venezia, donna di conosciuta virtù, cercava di piantare in qualche nuovo chiostro l’istituto religioso di San Girolamo da essa professato, credette il vecchio piovano di poterle esibire la chiesa, e le circonvicine fabbriche per la fondazione del nuovo monastero. Si ridusse ben presto la cosa ad accordo, ed assegnate al mantenimento dei piovani sufficienti rendite, fu nell’anno 1501 intrapresa la restaurazione della chiesa, e la erezione del monastero. Perché però la nuova fabbrica destinata a ricevere un coro di vergini già esibitesi per compagne alla sopra lodata Merlini, ricevesse legalmente la fama di vero monastero, si implorò nello stesso anno della fondazione l’autorità del pontefice Alessandro VI, il quale con sue lettere segnate nel giorno 15 di aprile dell’anno stesso commise ai delegati apostolici, che previa diligente informazione delle cose allegate dovessero permettere l’istituzione di un monastero di monache dell’ordine di San Girolamo nella chiesa di San Martino, quando vi concorresse l’assenso del vescovo di Torcello, e del vivente piovano, dopodiché dal monastero di Santa Caterina di Venezia fosse tradotta al nuovo convento la monaca Maria Merlini, ed ivi istituita prima abbadessa.

Stabilito così il monastero, Giulio II pontefice col consentimento del piovano Francesco Rossi ancora vivente, e dei parrocchiani unì al monastero la parrocchia, sicché morto il piovano restasse libera all’abbadessa, ed alle monache di San Martino la facoltà di presentare un vicario perpetuo per l’amministrazione dei sacramenti, e per la cura delle anime. Ma perché dalla perpetuità della carica ne derivavano bene spesso occasioni di dissensione, e di litigio, Ranuzzio cardinale di Sant’Angelo sommo penitenziere per comando del pontefice Giulio III, concesse alle monache, nel giorno 18 di marzo dell’anno 1550, che in avvenire potessero fare esercitare la cura delle anime da vicari, e fosse ad intero loro arbitrio così l’eleggerli, che il rimuoverli dal loro ufficio.

Dopo ciò le monache rese perfettamente padrone della parrocchia rinnovarono dai fondamenti la chiesa angusta veramente, ma ben adorna, nella quale decentemente si custodisce il corpo di San Valentino martire, e molte reliquie d’altri santi martiri, estratte dai cristiani sotterranei di Roma. (1)

Visita della chiesa (1815)

Ampia chiesa a tre navi con qualche pittura bastevolmente degna di osservazione.

A nulla dire del quadro laterale con miracolo di Sant’Antonio di Padova, ricorderemo, siccome della buona maniera veneziana, la tavola del primo altare, con San Niccolò in gloria e i Santi Marco e Antonio di Padova. È buona opera il quadro sopra questo altare con la nascita di Nostra Donna, e sembra di Gasparo Diziani.

Segue un gran quadro con Sant’Albano che afferra un giovane per i capelli. La storia pittorica lo dice di Antonio Zanchi, e ne lo è la parte sinistra. Certo che l’altra parte si fece da altra mano, e assai misera, che viene forse indicata dalle iniziali: A. B. O. P.

È degna opera di Santo Peranda la tavola del secondo altare con Cristo che al mare di Galilea chiama gli appostoli, con due angeli in aria, i quali sostentano una croce.

La tavola dell’altare a fianco del maggiore è di Giambattista Lorenzetti. La visita di Sant’ Anna e San Gioachino con il Padre Eterno in gloria ne è il soggetto. Il quadro alla destra con la fuga in Egitto è di Gasparo Dizioni, e l’opposto con la nascita di Nostro Signore, dove vi è un ritratto, si eseguì frettolosamente dal pennello di Francesco Fontebasso.

Entrando nel coro, vi si troveranno opere parecchie di pittura. Antonio Zanetti l’anno 1715, come vi si legge, fece il gran quadro a destra con il Diluvio universale. Girando il coro, sopra la porta della sagrestia sta appeso un quadretto con il battesimo di Nostro Signore, della buona antica maniera veneziana. Serve di tavola all’altare la Visita dei magi, opera pur questa eseguita da Antonio Zanchi un anno innanzi dell’altra, come vi è notato.

Il magnifico altare è travaglio dell’anno MDCLXXIII, come dietro vi si legge.

Il gran quadro all’altra parte è di autore ignoto, ma dell’anno 1713 ivi notato. Sotto questa opera vi ha tre quadretti di pregio distinto, l’uno con la Fuga in Egitto, l’altro con l‘Adorazione dei pastori, il terzo, alquanto più conservato, con lo sposalizio di Nostra Donna. La storia gli dice belle cose della maniera dei Bellini, ed io non crederei ardimento il chiamarle di Vittore Carpaccio.

La tavola dell’altare all’altra parte della maggiore cappella è di Bernardino Prudenti. Gli fu dato di rappresentarvi Santo Albano fra li due Santi diaconi Orsolo e Domenico. Nell’ alto vi sta il Padre Eterno in mezzo ad angeli con le palme del martirio in mano.

Tra i quadri che circondano questo altare, può ricordarsi, perché non manca di spirito, quello con l’epoca dell’anno 1690, dove si esprime il Miracolo dei ragazzi che soli, e non altri, secondo la tradizione, poterono trasportare l’urna di pietra che vi si mostra sotto la mensa dell’altare, con tre corpi di santi qui capitata.

Santo Veranda dipinse per questa chiesa un’altra tavola che è appunto quella del seguente altare. Se una immagine di Nostra Donna non lo impedisse, vi si vedrebbe forse con piacere rappresentato l’Eterno Padre con diversi angioletti che tengono sopra un lino i quindici misteri del Rosario, e al piano i Santi Domenico e Caterina di Siena con altri angioletti.

La umidità del sito portò tal danno al quadro con la crocifissione di Nostro Signore, ove è aggiunto il ritratto di uno speziale di quest’isola, che mal appena lo si può riconoscere opera del deciso pennello di Giambattista Tiepolo.

Il quadretto con la deposizione, seppure non è copia, offre la maniera bolognese.

Bernardino Prudenti eseguì la tavola dell’ultimo altare con i Santi Rocco, Sebastiano e Antonio abate.

Laterale all’organo vi è un quadro con il Battesimo di Nostro Signore attribuito ad Angiolo Trevisan, ma invece vi sta segnato: Francesco Trevisan Giovanni.

Nella cantoria vi ha tre quadretti: quello a sinistra offre San Martino a cavallo, tentato dal diavolo, quel di mezzo la cena di Nostro Signore, l’altro i tre santi Albano, Domenico ed Orsolo. tutti e tre sono della buona maniera veneziana e quel di mezzo è da preferirsi ai due laterali. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ANTONIO MARIA ZANETTI. Descrizione di tutte le pubbliche pitture della città di Venezia ossia Rinnovazione delle Ricche Miniere di Marco Boschini (Pietro Bassaglia al segno di Salamandra – Venezia 1733)

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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