Chiesa di San Fantino

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1546
Chiesa di San Fantino - San Marco

Chiesa di San Fantino

Storia della chiesa

Concorsero con uniforme pietà all’erezione della chiesa parrocchiale di San Fantino tre nobili famiglie Barozzi, Aldicina, ed Equilia, ed ebbe il merito poi di sottrarla dall’imminente rovina con rifabbricarla di nuovo la famiglia Pisani, che ne accrebbe il decoro con trasferire in essa una prodigiosa immagine di Maria Vergine condotta dalle provincie dell’oriente. Concorse numeroso il popolo a venerare la Madre di Dio nella di lei immagine, resa illustre per molte miracolose grazie, e con le elemosine in tal occasione raccolte la chiesa già restaurata poté ridursi a perfezione negli abbellimenti, fa menzione di questa immagine, e dei miracoli da essa operati, il Sabellico nel suo libro del sito di Venezia, e nello stesso luogo descrive la facciata della chiesa recentemente eretta di candido marmo.

Dai continuati prodigi, coi quali si rese ai devoti benefica questa sacra immagine, cominciò a chiamarsi la chiesa con nuovo titolo di Santa Maria delle Grazie di San Fantino di Venezia, come si vede scritto in moltissimi documenti dell’anno 1499, e degli anni susseguenti. Con tal denominazione la chiamò anche il senato veneto in un suo decreto dell’anno 1506, con cui comandò, che alla chiesa de Madonna Santa Maria de San Fantin fosse consegnata per la di lei restaurazione porzione del soldo già a lei lasciato in testamento dal cardinale Giovanni Battista Zeno, vescovo di Vicenza. Assegnati aveva nell’anno 1501 il cardinale in legato dieci mila ducati, affinché fosse sino dai fondamenti diroccata la chiesa di San Fantino, e con essi in più ampia ed ornata forma rinnovata con sue cupole appoggiate a forti colonne. Poiché dovendo il senato adempire le estreme volontà del defunto, andò nell’anno citato 1506 e ne susseguenti somministrando a parte a parte il soldo destinato per la restaurazione, e rifacimento della Chiesa de Madonna Santa Maria de San Fantin. Non erano però bastanti le beneficenze del cardinale Zeno all’intero compimento della magnifica opera. Laonde convenne alla diligenza di Marco Rodino piovano cercar i mezzi opportuni per il proseguimento, e perfezione della fabbrica; di cui poi consacrò l’altare maggiore nel giorno 16 di febbraio dell’anno 1493 Angelo dei Gradi dell’Ordine dei Minori vescovo di Nona.

Riguardevole per la sceltezza dei marmi, e per gli ornamenti di bronzo è l’altare, in cui si conserva l’eucaristico sacramento. L’altro altare, ove ora si custodisce la miracolosa immagine della Vergine Santissima fu eretto dalla pietà del piovano Giovanni Pomelli nell’anno 1632. Il corpo della Santa Martire Marcellina, sepolto già con un vaso del suo sangue nel cimitero di Priscilla da Cindimione di lei marito, fu poi condotto ad arricchire questa chiesa: in cui pure onorevolmente si conserva un osso del braccio del Martire San Trifone protettore della città di Cattaro. È antica tradizione del popolo di quella città, che il corpo di questo santo martire fosse stato rapito dall’oriente per condurlo a Venezia nello stesso tempo, che da Allessandria si trasferiva a Venezia il venerabile deposito dell’evangelista San Marco, e viaggiando insieme quei sacri pegni verso Venezia deposti in due diverse navi, succedette per divina disposizione, che la nave, in cui si custodiva il corpo dell’evangelista arrivasse felicemente a Venezia, quando l’altra che portava le sacre ossa di San Trifone costretta fu d’approdare alle spiagge vicine a Cattaro, onde i cittadini accolto il sacro corpo, e collocatolo in un magnifico sepolcro di marmo, l’elessero per loro principale protettore.

Un osso della gamba di questo illustre martire fu tolto in Cattaro da Vettor Pisani, e trasferito a Venezia nella chiesa di San Fantino, per la di cui restituzione avendo replicatamente supplicato gli ambasciatori della città di Cattaro, non credette il senato i doverli compiacere, privando la propria metropoli di un pegno così prezioso e venerabile. Recentemente nell’anno 1746 ottenne la chiesa in pregiatissimo dono due anelli della catena con cui fu per qualche tempo legato nella prigione il Santo confessore di Cristo Fantino suo titolare.

Anche la parrocchia riceve decoro dai natali, che in essa trasse il santo primo patriarca di Venezia Lorenzo Giustiniani, che poi nella chiesa fu rigenerato a Dio con l’acque battesimali.

Fu eletto nell’anno 1483 piovano di San Fantino Bartolommeo Bonini, uomo di gran dottrina, e di eguale pietà, il quale essendo stato nell’anno susseguente eletto vescovo di Sebenico, per ottener il possesso della nuova conferitagli dignità, rinunziò alla cura parrocchiale; essendo stato con risoluto decreto del giorno 7 di marzo 1496 stabilito dal senato, che più non dovesse ai piovani eletti vescovi darsi il possesso temporale delle loro chiese, se prima non si fossero spontaneamente dimessi dall’amministrazione, e titolo de’ piovanati; per toglier quel sino allora corso pernicioso abuso, per cui i piovani veneti destinati ai vescovadi ritenevano in commenda le parrocchie, e ne godevano le rendite.

A destra della chiesa si vedono con magnifica struttura eretti l’oratorio, e l’ospizio dedicati a Maria Vergine Assunta al Cielo, ed al dottor massimo San Girolamo ad uso delle funzioni di una pia Confraternita, istituita fin da remotissimi tempi per assistenza di quei miserabili, che devono con pubblico infame supplizio pagare la pena dei lor misfatti. Si chiamò fin dai suoi principi questa pietosa congregazione con l’unico titolo di Santa Maria di Giustizia, come si rileva dal decreto dell’anno 1411 con cui il consiglio di dieci permise ai confratelli l’accompagnar vestiti di bruno i condannati a morte, consolandoli, ed esortandoli alla rassegnazione, e poi dopo l’esecuzione della sentenza condurne i cadaveri alla sepoltura.

Essendosi poi per negligenza dei direttori della scuola tralasciato un sì lodevole esercizio, supplicarono ed ottennero i confratelli dall’autorità del suddetto consiglio dei dieci nell’anno 1443 di poter rinnovare il pio ufficio.

Dopo dunque di essere stati rimessi i confratelli nella continuazione delle loro caritatevoli funzioni, si elessero essi nell’anno 1458 per secondo protettore il dottor San Girolamo. Poiché essendovi nella chiesa di San Fantino una confraternita consacrata alle glorie di questo santo, chiesero i direttori di ambe le scuole al consiglio dei dieci, che dell’una, e dell’altra si formasse un corpo solo sotto il doppio titolo di Santa Maria di Giustizia e di San Girolamo, il che fu loro concesso con decreto del giorno 21 di novembre dell’anno 1458.

Ridotta dunque la confraternita a maggior numero e potere, pensò nell’anno 1471 di fondare una sontuosa cappella ad onore di Maria Vergine Assunta in Cielo, che fabbricata e adornata con perfetta magnificenza fu poi decorata di grandi indulgenze, e di molte reliquie, che si custodiscono onorevolmente all’ altare di Gesù Crocifisso.

Si venera su questo altare esposta l’immagine del Salvator nostro confitto in croce, la quale con lugubre pompa si conduce per estremo conforto dei pazienti, allorché sono condotti al patibolo, e dall’una e l’altra parte della croce stanno le immagini di Maria Vergine e di San Giovanni Evangelista formate di bronzo opera celebratissima di Alessandro Vittoria.

Ricevette poscia il consiglio di dieci nel giorno ultimo di maggio dell’anno 1533 la Scuola di Santa Maria e San Hieronimo sotto la sua protezione, e dappoi nell’ anno 1611 le concesse, che la notte del Giovedì santo possa dopo tutte le sei Scuole Grandi, e quella della Passion, portarsi processionalmente a visitare il Santissimo Sangue miracoloso nella Ducale Basilica di San Marco. (1)

Visita della chiesa (1839)

A parte la cappella maggiore, il disegno della quale è opera di Jacopo Sansovino, che anche in tale occasione non si mostrò da meno di se stesso, è ignoto l’autore del resto di questo edificio; ma, avuto riguardo all’epoca in cui in ordinato, non è imprudente essere o di alcuno dei Lombardi o di quale e allievo loro. Coperto tutto di marmi e di una perfetta regolarità geometrica. La sua larghezza tiene divisa in tre navi, di cui quella di mezzo è quasi il doppio delle laterali. La sua lunghezza e costituita da un arco minore nel mezzo fiancheggiato da due altri maggiori. E sebbene si amasse generalmente il contrario, pure tale inversione era chiamata dall’uso che far dovessi dell’arco medio, d’introdurre cioè nella chiesa, nel mentre che gli altri due laterali, destinati agli altari, esigevano un allungamento maggiore. Tale vicenda di arcate differenti, e ripetute per lo lungo e per lo largo della chiesa, la divide in altrettante crociere che piacevolmente si intrecciano coi campi rettangoli da esse prodotti e sui quali girano le volte sempre parallele e concentriche delle arcate medesime.

Tutto ciò non è che il corpo principale della chiesa a cui per compimento si aggiunse e la detta cappella maggiore ed un atrio che fa le veci di vestibolo all’ingresso della porta maggiore. La maggior cappella è quadrata, e scadrebbe di poco dalle crociere maggiori se non avesse l’appendice delle quattro colonne scanalate corintie isolate che si alzano sugli angoli a sorreggere la graziosa cupola e ad aumentare la magnificenza e l’ampiezza della medesima cappella, terminata da un nicchione finalmente che cresce alquanto del semicerchio, e che formando dignitoso ricinto all’altare, presta tuttavia comodità ai sedili dei sacerdoti e rende più pomposo l’altare isolato.

Dalle osservazioni architettoniche volgendoci a dar uno sguardo alle altre opere dell’arte esistenti in questa chiesa, nulla diremo primieramente del primo quadro, alla destra di chi entra per la maggior porta, raffigurante Nostra Donna tra i Santi Marco e Lucia nell’alto e dal basso il doge Luigi Mocenigo che visita la chiesa di San Marco onde ringraziare Maria Vergine della vittoria ottenuta dell’armata: dei cristiani alle Curzolari nel 1571; nulla diremo altresì dell’infelice pala di Liberale Cozza coi santi Ignazio di Lojola e Luigi Gonzaga; poco ancora diremo del quadro assai patito di Giuseppe Enz sopra la destra porta laterale esprimente i Santi Giovanni evangelista, Rocco, e Teodoro supplici dinanzi a Nostra Donna col parroco di questa chiesa Giovanni Pomelli per la liberazione della pestilenza; ma piuttosto, a soddisfazione dei curiosi, ricorderemo prima essere stato il parroco Pomelli medesimo quegli che sollevava il seguente altare laterale alla cappella maggiore che serba l’anzidetta immagine di Maria Vergine trasportata dall’oriente e donata a questa chiesa dalla famiglia Pisani; indi, passando nel presbiterio, richiameremo gli intelligenti a considerare il quadretto che è sopra la porta della sagrestia e nel quale, Giovanni Bellini offrì Nostra Donna, San Giuseppe ed una gradevole veduta di case in distanza. Né meno proveranno gli intelligenti di piacere considerando anche i due depositi che pendono dalla muraglia sinistra di questo presbiterio; l’uno, il più basso e più semplice, accoglie le ceneri di Bernardino Martini morto nel 1518, e altro superiore, più magnifico in uno che elegante, chiude quelle di Vinciguerra Dandolo morto nel 1517.

Scesi dal presbiterio per esaminare l’altra parte della chiesa, troveremo ricco per materia e per lavoro l’altare del sacramento, né spregevole scorgeremo essere il quadro vicino con la crocifissione di Cristo, opera di Leonardo Carona; ma triste ci parrà al certo sopra la porta; la Cena di Cristo di Andrea Vicentino. Finalmente ravvisando non succo di colorito nella pala dell’ultimo altare dipinta da Sante Peranda ed esprimente la visitazione di Nostra Donna ad Elisabetta, fiacco per lo contrario ci apparirà il colorito del vicino quadro, dove Alberto Calvetti raffigurò San Gaetano innanzi a Nostra Donna. Nulladimeno grazia troveremo nella composizione di esso, varietà nelle linee, e quella scienza in somma di disporre le cose onde assai è contraddistinto il trascorso secolo.

Uscendo dalla chiesa gioverà che si esamini il singolar genere della sua facciata la quale, mostrandosi paga di una modesta avvenenza, non lascia desiderare maggiore ricchezza. La bella porta che vi trionfa sulla squallida muraglia richiamerebbe sola l’attenzione del riguardante se non fosse il finestrone semicircolare superiore, il quale, oltre al rendere ragione dell’interna struttura, rompe la noia che dall’ uniformità sarebbe ingenerata. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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