Chiesa e Monastero di Santa Maria Assunta vulgo dei Gesuiti

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1655
Chiesa di Santa Maria Assunta dei Gesuiti - Cannaregio

Chiesa di Santa Maria Assunta vulgo dei Gesuiti. Monastero e Ospedale dei Crociferi. Monastero secolarizzato

Storia della chiesa, del monastero e dell’ospedale

Nell’anno 1150 (così scrive nella sua Cronaca Marino Sanuto) fu edificata la chiesa dei Crocechieri per Pietro Gusoni. Alcuni scrivono (e fra questi è il Doge Andrea Dandolo, a cui si deve maggior fede) che fu uno chiamato Cleto Grausoni, il quale anche fece edificare l’ospedale ivi appresso. E dotò il monastero, dove abbiano a stare frati Crociferi di terreni, d’acqua e di paludi. E la chiesa fu chiamata Santa Maria dei Crocechieri. Discorda (come si è detto) il Dandolo nel nome del fondatore, e riponendo questa fondazione dopo aver raccontata l’elezione di Papa Adriano IV, eletto nell’anno 1154, sembra, che l’assegni all’anno susseguente 1155, cioè cinque anni dopo l’epoca segnata dal Sanuto.

Comunque sia di questo tenue divario di tempo, certo è che in quei tempi l’Ordine dei Crociferi, che vantava assai remota la sua origine, fioriva in gran credito per l’austerità della vita, e per l’esemplarità dei costumi, quantunque non fosse ancora dalla sede apostolica approvato, avendo loro dato le regole di vivere in forma regolare papa Alessandro III, molti anni dopo che essi avevano piantato il loro domicilio in Venezia. Circa lo stesso tempo, che fu ridotto l’ordine con le costituzioni all’essere di approvata religione, Bonavere Grausoni parente ed erede del fondatore assegnò al Monastero di Santa Maria dei Crociferi per sua dotazione ad alimento dei frati nell’anno 1170 alcune vigne, e possessioni situate nei distretti di Chioggia e Pellestrina.

Unitamente al monastero fu anche fabbricata anche la chiesa, la quale poi nell’anno 1214 fu rovinata da un incendio; e rifabbricata poi in ampia forma durò fino al secolo XVIII, in cui magnificamente fu rinnovata dai fondamenti.

Quale fosse la qualità di questi religiosi si deduce non oscuramente da un documento dell’anno 1254 in cui il Priore del luogo coll’assenso del doge Raniero Zeno, avvocato (così si chiama nell’istrumento) della chiesa, vende un tratto di palude contigua al monastero, sottoscritto avendo alla vendita due sacerdoti, un diacono, e dieci laici frati tutti del convento, della qual condizione dei laici credibile è che abbondasse il luogo per il ministero degli infermi dell’annesso ospitale. Fu questi, (come si è detto) fondato da clero Gransoni, e venne poi accresciuto di rendite per donazioni di Bertoldo Patriarca d’Aquileia, confermate dappoi nell’anno 1256 da Gregorio di Monte Longo successore di Bertoldo nel patriarcato.

Egli è verosimile, che in questo ospedale fossero da principio accolti indifferentemente uomini e donne, poveri ed infermi; ma col tratto del tempo restò ristretto al ricovero di sole femmine; anzi che dopo la soppressione dei Crociferi dai Procuratori di San Marco Protettori del luogo fu assegnato alle vedove dei soldati morti in pubblico servigio; ristrettiva, che non molto dopo fu levata a favore d’ogni condizione di povere.

Frattanto però che per la liberalità dei sopra lodati patriarchi d’Aquileia, e per altre pie offerte dei fedeli andava rendendosi migliore l’economico stato del monastero, e dell’ospedale, Rafael Basegio, nobile veneto, essendosi nell’anno 1256 con una nave sua mercantile portato a Costantinopoli, ivi ottenne dal custode di una chiesa dedicata a San Salvatore il corpo di una santa per nome Barbara, che da lui fu trasferito a Venezia, e donato alla Chiesa di Santa Maria dei Crociferi per le istanze del doge Reniero Zeno, avvocato (come si è detto) e protettore di detta chiesa. Questa traslazione vien descritta esattamente da Pietro Calo Domenicano nelle Vite dei Santi, e poi per appendice al martirio di Santa Barbara vergine Nicomediese e martire, a cui certamente non appartiene questo corpo, essendo che quello di Santa Barbara vergine, martirizzata da Dioscoro suo padre in Nicomedia, era stato oltre due secoli avanti (come si dirà nelle chiese torcellane) dal doge Giovanni Orseolo trasferito a Venezia, e poi donato alla Monache di San Giovanni di Torcello. Concesse Alessandro IV alla Chiesa dei Crociferi l’uffizio di Santa Barbara, e Dio (per quanto riferisce il suddetto Calo nel suo racconto ) illustrò questo sacro corpo con alcuni miracoli; ma ciò non basta per provare, che egli sia della santa martire di Nicomedia, molte essendo state le sante di tal nome; tanto più che le monache di Torcello hanno documenti e prove incomparabilmente migliori, ed il corpo di Santa Barbara, che nella loro chiesa riposa, fu in eguale e più illustre maniera glorificato da Dio. Nell’anno poi 1485, nel quale già i Crociferi erano decaduti dall’antico loro splendore, fu concesso alla Confraternita secolare dei Sartori il dominio di questo sacro corpo, consegnando loro una dalle tre chiavi, sotto le quali esso si chiudeva; dal qual tempo continuò la compagnia di quell’arte a possederlo.

Si aumentò poi con altri spirituali tesori l’ornamento di questa chiesa, a cui in vari tempi furono donate le seguenti reliquie: una Spina della Corona del Nostro Salvatore. Una porzione riguardevole del cranio di Santa Sabina Martire, insieme con un vaso del di lei sangue, di cui è memoria scritta nell’Istoria dei Crociferi, che si liquefacesse nell’inverno, e si congelasse poi in tempo di estate. Una coscia del martire San Cristoforo di forma gigantesca, della quale nella suddetta istoria si legge, che essendo stata dispregiata da un miscredente, fosse egli colto da grave dolore in una coscia, ma avendo poi promesso un ornamento d’argento alla sacra reliquia, ne restasse tosto liberato. Molte ossa dei Santi Innocenti di Betlemme. La testa di San Lanfranco vescovo di Cantorbery dell’Ordine di San Benedetto, ed un osso di San Giovanni Grisostomo. Porzione del cranio di San Gregorio arcivescovo di Nazianzo. La testa di San Massimino martire: un osso intero del braccio di San Lorenzo levita e martire, e due ossa dei Santi Cornelio papa e Cipriano vescovo Martiri.

Tanti preziosi tesori spirituali, e molte riguardevoli rendite ottennero i Religiosi Crociferi per il molto credito, che acquistato si avevano con l’esemplare loro pietà, e con l’indefessa servitù prestata ai poveri dell’ospedale; ma intepiditosi poi il fervore, cominciarono a mancare nell’osservanza del loro vivere. Onde diedero origine al loro pregiudizio prima, e poi all’intera rovina della Religione.

Uno dei primi danni, che ad essi provenne per la rilassatezza, fu che la maggior parte dei conventi dell’ordine passò in commenda, e quello di Santa Maria di Venezia fu nell’anno 1464 concesso al cardinale Pietro Barbo (poi papa Paolo II) che vi destinò a governarlo Niccolò dalle Croci vescovo di Liesina. Passò poi con lo stesso titolo commendatario in possesso di Bessarione cardinal Niceno, dopo la di cui morte procurò il Senato appresso il pontefice Sisto IV che il detto monastero fosse riformato cacciando i Crociferi per la biasimevole loro maniera di vivere, ed introducendovi monache tratte dall’esemplare Convento di Santa Maria degli Angeli di Murano.

L’affare non si concluse, e si ridusse poi nuovamente in commenda il monastero onde si rinnovarono poi nell’anno 1476 i trattati per le sopra lodate monache di Murano. Frattanto allettati dall’ampiezza delle fabbriche, e dall’opportunità del sito i Canonici regolari di Santo Spirito, che vivevano in un’isola lontana dalla città, fecero ogni sforzo nell’anno 1481 per ottenere il luogo dei Crociferi; ma ne furono assolutamente rigettati, come pure ebbero eguale ripulsa i Religiosi Serviti, i quali nell’anno 1489 rinnovarono il medesimo tentativo.

A queste disgrazie, che derivavano dall’inosservanza, se ne aggiunse un’altra gravissima, che il monastero già in gran parte logorato dal lungo corso degli anni restò quasi interamente distrutto per un casuale incendio. Onde convenne ai Crociferi coi loro ristretti averi rinnovarlo nell’anno 1543 sin dai fondamenti.

Procurò poi il Santo pontefice Pio V di ridonare alla religione dei Crociferi altrettanto antica, quanto benemerita il primiero suo lustro, restituendole le rendite già confiscate dalle commende, e riducendola nell’anno 1568 ad una regolare riforma. Ma quantunque grande fosse l’efficacia dell’apostolico zelo del pontefice, poco però ne durò l’effetto; poiché ricaddero ben tosto gli scorretti religiosi nei passati disordini, per i quali il pontefice Innocenzo X soppresse venti ed uno dei loro conventi, lasciandone solo quattro, dei quali era capo il Monastero di Santa Maria di Venezia, in cui pose la sua residenza il rettore generale di tutto l’ordine. Anche questi quattro però non molto dopo ebbero la stessa sorte, estinti nell’anno 1656 da Alessandro papa VII che ne assegnò i beni a favore della Repubblica di Venezia per la difesa di Candia.

Colta una tale congiuntura i Chierici Regolari della Compagnia di Gesù, i quali nell’anno 1606 per le famose controversie fra la Repubblica e il pontefice Paolo V, si erano da Venezia partiti, avendo ottenuta la libertà di ritornare nello stato veneto, comprarono da Carlo Caraffa vescovo d’Aversa, e legato pontificio in Venezia, per il prezzo di cinquanta mila ducati il Monastero dei Crociferi, di cui nel giorno 2 di marzo dell’anno 1657, ne prese il possesso Girolamo Claramonti provinciale a nome di tutta la compagnia, istituendo in esso la casa professa della provincia di Venezia.

Fu questa una condotta ammirabile della divina providenza, che un sacro luogo fondato dalla Famiglia Gussoni pervenisse ad un ordine, in cui poco prima era morto martire di carità un sacerdote della stessa famiglia. Fu questi Marco Gussoni, il quale ammesso nella compagnia nell’anno 1601, poco dopo il suo ingresso essendo ancora novizio sorpreso da gravissima infermità, istantaneamente guarì all’invocazione, che egli fece del nome e del patrocinio dell’allora beato, ora Santo Luigi Gonzaga. Abbracciato poi avendo l’apostolico esercizio delle missioni, si diede a spargere la divina parola fra i villici del territorio ferrarese, viaggiando sempre a piedi, e soccorrendo con ammirabile carità all’indigenze dei miserabili, massimamente in tempo di carestia, tanto benefico e amorevole agli altri, quanto austero e rigoroso contro sé stesso. Succeduta poi essendo alla fame la pestilenza, fu egli destinato Superiore nel Lazzaretto al servizio degli appestati, ove dopo aver dato miracoloso prove d’indefessa carità colto dal morbo pestilenziale fra i più teneri atti di carità, e di rassegnazione dormì nel Signore nel giorno 1 di agosto dell’anno 1631.

Non trascorse poi molto tempo da che il vecchio monastero era stato consegnato in potere dei Gesuiti, quando la chiesa ampia bensì, ma debole nella sua struttura cominciò a dare non indifferenti contrassegni di vicino pericolo. Perciò nell’anno 1715 fu intrapreso di rifabbricarla in magnifica forma dai fondamenti, e nel breve giro di tre lustri fu ridotta al suo compimento con tal nobiltà, che può meritamente annoverarsi fra i più ricchi, e ben ornati tempi di Venezia.

L’altare sontuosamente eretto nella cappella maggiore, la ricca incrostatura di tutta la chiesa, e l’esteriore facciata di marmo furono tutte opere della patrizia famiglia Manina, e gli altri altari della chiesa furono pure benefici di devote persone, che contribuire vollero le loro facoltà a decoro di un tempio, in cui tanto si opera a santificazione dell’anime. E ben sino dal principio, che ivi pose piede la Compagnia, si riconobbe guanto i di lei figli utili fossero col loro fervore per la salute dei prossimi. (1)

Visita della chiesa (1839)

Soppressi i Gesuiti nel 1773 da tutti gli stati di Europa, introdotte furono nel convento loro le pubbliche scuole che dai primi rudimenti insegnavano tutte le scienze. Durarono quelle scuole sino al 1807 in cui il convento divenne caserma e la chiesa si fece succursale dei Santi Apostoli.

Sebbene non elegante nel gusto, grandiosa è certo la facciata di questa chiesa. L’interno, fatto a croce latina, è meraviglioso per la ricchezza dei marmi onde è tutto incrostato. Un ignoto fece nella seconda metà del secolo trascorso la pala del primo altare alla destra coi Santi Cristoforo e Giovanni Evangelista. Manierata è la statua di Santa Barbara nell’altare secondo; ma bella soprammodo è la tavola del terzo altare con Nostra Signora e San Stanislao Kostka nell’alto, ed al basso i Santi Francesco Borgia e Luigi Gonzaga. La scelta delle linee, l’avanti-indietro, la grazia dei contorni, le espressioni addomandano somma considerazione in questa tavola.

Nel grandioso altare della crociera Pietro Baratta eseguì la statua di San Ignazio col libro delle Costituzioni date alla compagnia di Gesù da quel santo instituita.

Pietro Liberi nella cappella a fianco della maggiore espresse la predicazione di San Francesco Saverio, e la statua pedestre sovra la nobile urna collocata in questa cappella offre il generale Orazio Farnese morto nel 1676. (a)

Il magnifico altare maggiore si disegnò da frate Giuseppe Pozzo; Giuseppe Toretto, e Giambattista Fattoretto ne eseguirono le statue. Nell’altra cappella laterale Domenico Calvarino dipinse la tavola col transito di San Giuseppe, e Girolamo Campagna fu l’architetto e lo scultore del vicino deposito al doge Pasquale Cicogna morto nel 1595 (b). Tre intercolunni, spartiti da colonne di ordine composito, con piedestalli e sopra ornato compongono tale deposito. Nell medio e maggior intercolunnio si apre tra i piedestalli una porta maestosa, sulla quale gran cippo sostiene l’urna, dove è stessa la statua del doge colla testa ritratta dal naturale. I trofei tra gli intercolunni laterali sono di gentile invenzione.

Vari bei quadri adornano le pareti della sagrestia. Il 1. nella destra parete è opera lodata di Jacopo Palma, ed offre l’invenzione della Croce; il 2. di Tintoretto con la Circoncisione, e chi il vede, chi calcola quelle rotte linee quell’indietro con certo complessivo fare grandioso e gentile a un tempo, avrà materia di studio in questo quadro; il 3. con altra invenzione della Croce è di Palma, di cui pur sono e la vicina figura di Sant’Elena e quella dell’Annunziata tra le finestre. Nella parete opposta sono da vedersi; 1. la figura di San Cleto papa; 2. il castigo dei serpenti con gruppi di bei nudi in varie movenze atteggiati; 3. la piccola tavola dell’altare ed i due angeli laterali all’altare stesso; 4. papa Pio II che porge lo stemma ai padri crociferi; opere tutte del detto Palma. Nell’ultima parete, finalmente, Giannantonio Fumiani fece i tre quadri con due vescovi, e gli evangelisti nel quadro di mezzo.

Tornando in chiesa, nel primo altare della crociera si vede l’Assunzione una delle opere più compiute del Tintoretto, fatta da lui con lo scopo di emulare lo stile di Paolo e mostrare di essere stato capace in ogni stile. A dir il vero, sebbene ottenesse egli, qui la vaghezza di colorito, raggiunta sempre che ritornasse paziente sopra le prime tinte, il fondo dello stile suo non è sì simulato che un accorto intelligente non sappia di leggeri ravvisarlo.

Omesso di dire sugli altri due altari seguenti: uno con l’Immagine di Nostra Signora di straniero pennello e l’altro con la statua della Vergine di certo Andrea Aquila da Trento, la tavola dell’ultimo altare, col martirio di San Lorenzo, è opera celebratissima di Tiziano e nel 1797 venne trasportata a Parigi, mentre nel 1820 si è qui restituita. Non parliamo però né sui caratteri, né sulle espressioni dei manigoldi, né sulla sapienza dei nudi, né sullo scorcio animato del santo che quasi si volge onde essere in opposta parte abbrustolito, né sulla scena che fa campo al quadro si bene ordinato che l’ampio spazio ne indovini per delle faci che lo rischiarano.

Tiziano in tutto qui fu grande. Tuttavolta badiamo all’ardire di Tiziano di far eseguire il martirio in ora notturna, affinché il lume delle braci trionfasse. Pure conosceva Tiziano che un tal lume non avrebbe mai naturalmente fatti conoscere gli oggetti introdotti nel quadro. Pose quindi qua e là delle braci, e se quel sommo maestro in ogni altra occasione si acconciamente occultava la cagione efficiente della luce, perché più spiccasse il punto importante, qui dovette svelarla dalla necessità dell’argomento; nè l’arte adoperò mai mezzi più arditi a raggiungere il difficile scopo.

Da questa pala l’occhio è portato a vedere il monumento che ricopre tutta la parete della maggior porta, e che venne eretto ai tre procuratori della famiglia Da Lezze: Priamo, Giovanni e Andrea.

Il soffitto, diviso in due grandi comparti, mostra nell’uno gli angeli che appaiono ad Abramo, e nell’altro Elia rapito al cielo. Grande effetto seppe dare ad entrambi il pittore Francesco Fontebasso.

(a) Orazio Farnese celebre condottiero dei suoi tempi, nel 1633 con 500 cavalli passò a Candia in soccorso della Repubblica. Dichiarato ivi generale diede segnalate prove di valore, massime nel cimento ai Dardanelli con Sinàn pascià: morì nel 1676 presso Zante.

(b) Mentre stava ad udir la messa in questa chiesa fu recata a Pasquale Cicogna la nuova della sua elezione (a.1585) al principato essendo già insignito del titolo di procuratore. Felicissimo e pacifico in il suo governo quindi poté dare opera agli abbellimenti della città, ordinarie conseguenze dei tempi di pace. Sotto di lui ristorate vennero diverse chiese; si fece il ponte di Rialto; si proseguirono le Procuratie Nuove; venne istituito il Banco Giro; intanto che fuori di Venezia si dava principio alla rinnomata fortezza di Palma nel Friuli. Nove anni e sette mesi occupò la ducea questo doge, e mori nel 1696 nell’età di circa 72 anni. (2)

(1) FLAMINIO CORNER. Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello tratte dalle chiese veneziane e torcellane (Padova, Stamperia del Seminario, 1763).

(2) ERMOLAO PAOLETTI. Il fiore di Venezia ossia i quadri, i monumenti, le vedute ed i costumi. (Tommaso Fontana editore. Venezia 1839).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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