Pietro II Orseolo. Doge XXVI. Anni 991-1008

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Pietro II Orseolo. Doge XXVI. Anni 991-1008

I gravi turbamenti occorsi sotto la ducea del Memmo, gli odi sempre rinnovantisi tra famiglie e famiglie, le vendette a lungo meditate, e tratto tratto mandate ad effetto, chiamavano poderosamente la nazione a provvedere alla quiete perduta; né mezzo parve più acconcio che quello d’innalzare al seggio ducale Pietro II Orseolo, figlio del santo doge Pietro I, il cui carattere pacifico e magnanimo prometteva giorni migliori.

E giorni migliori sorgevan tosto a far celebrata Venezia, per le doti dell’animo che adornavano il principe eletto. E di vero, fu prima sua cura abbassare l’orgoglio dei maggiorenti, la insolenza del popolo e ricondurre nelle isole la pace e la prosperità, facendo rifiorire per terra e per mare il commercio. Strinse poi amica alleanza con gli Augusti greci Basilio e Costantino, ottenendo un Crisobolo o Bolla d’oro, che nell’ampiezza dei privilegii superava tutti i precedenti: conchiuse vantaggiosi trattati coi principi della Persia, della Siria, della Palestina, della Mesopotamia, dell’Egitto, della Spagna e della Sicilia, e di nemici che erano se li rese amici devoti. E volgendo il provvido suo occhio più dappresso, rinnovò coll’imperatore Ottone III gli antichi trattati, ristabilì i confini di Eraelea, come erano stati fissati col re Liutprando sotto doge Anafesto, e Marcello maestro dei militi, e fece restituire alla Repubblica Capodargine e Loreo assoggettate da Ottone II sotto la ducea del suo antecessore. Appianò, con senno profondo e sagace politica, le vertenze insorte per lo possedimento di alcune terre, fra la Repubblica e li vescovi di Belluno, di Treviso e di Ceneda, e strinse patti commerciali, con li due ultimi, assai vantaggiosi.

Sennonché a tali opere di pace dovette far succedere Pietro imprese di guerra possenti, per le quali divenne il suo nome famoso, e quello della patria volò di bocca in bocca, e salì a gloria splendidissima non mai fino allor conseguita. La prima azione guerresca di Pietro fu abbassare la prepotenza degli Slavi-Narentani, da loro esercitata sul mare; a porre rimedio alla quale non avevano veduto altro mezzo i di lui antecessori, che quello di pagare a quei pirati certo annuo tributo, incominciato forse dopo la morte di Pietro IV Candiano. A liberarsi da quella vergognosa soggezione, l’Orseolo, tosto che ebbe assodate le cose, ordinò la sospensione di quel tributo; lo imperché ricominciarono i Narentani le scorrerie nel golfo: a reprimer le quali uscirono sei navi dal porto, comandate da Badoaro Bragadino, che misero a ferro ed a fuoco le loro spiaggie, inoltrandosi fino a Lissa. Quindi dalle milizie operato uno sbarco, assalirono, presero e distrussero quella città, traendone cattivi gli abitanti a Rialto. Vinti per cotal modo quei barbari, non però domi, si volsero ad infestar la Dalmazia, sicché, oppressi quei popoli, invano sperando aiuto dall’impero orientale, invocarono la protezione dei Veneziani, coi quali erano stretti dai vincoli di alleanza, e in qualche modo di obbedienza, per i soccorsi altre volte da essi ottenuti.

Messosi quindi il doge d’accordo colla greca corte, fece allestire trentacinque navi da guerra, e queste armò con moltitudine di milizie, prendendo egli stesso il comando; e quindi sciogliendo dal porto il dì dell’Ascensione dell’anno 998. Visitò da prima Grado, ove ricevé da quel patriarca, Vitale IV Candiano, un vessillo benedetto, indi accolse in Parenzo ed in Pola le dimostrazioni di fede da quei cittadini. Volò indi a Cherso e ad Ossero, le quali pacificamente gli si sottomisero; e dopo di avere, in questa ultima terra, celebrata la festa della Pentecoste, si recava a Zara, a Veglia e ad Arbe a ricevere le testimonianze di fedeltà e di obbedienza.

Alla vista della veneta flotta impaurì Mircimiro, o, come altri vogliono, Dircislao, re degli Slavi-Croati, e cercò invano la pace; ché il doge affrontava l’oste avversa per siffatto modo che tutto il navile di lei cadeva in sue mani. Per la qual cosa spontanee si diedero a lui le isole di Lunga, di Coronata, di Levigrad, di Belgrado, ed altre molte di cui è sparso quel mari. In Traù venne ossequiato da Suringa, da altri nominato Cresimiro, fratello del re degli Slavi-Croati, il quale implorò dall’Orseolo assistenza e protezione contro il feroce parente, che espulso lo aveva dal regno. Quindi si inoltrò il doge a Salona con felici e non contrastati successi. Se non che, alcune tribù slave, che occupavano le isole di Curzola e di Lagosta, si preparavano a resistere colle armi. Ma i loro preparativi non sbigottirono punto l’animo dell’Orseolo, che attaccò ben tosto Curzola, e, dopo fiera pugna, se ne insignoriva: attaccò Lagosta, e fu ivi battaglia più tremenda e crudele; ma, vinta anche questa, vennero gittate a terra le mura e le torri di quella città. La quale vittoria rese facile la conquista del continente slavo tutto quanto: operata la quale, si raccolse il doge con l’intera sua oste nella città di Spalato, ove ricevette l’omaggio di sudditanza dell’intera Dalmazia. Il dominio adunque della Repubblica allora si estese per quasi trecento cinquanta miglia dall’Istria sino a Ragusa. Lo imperché, ripatriatosi Pietro, e raccolta la nazionale assemblea, dopo di avere ad essa narrato il tenore della sua spedizione, venne dalla medesima acclamato, nella ebbrezza di sì gloriosa vittoria, doge di Venezia e della Dalmazia, statuendosi che egli ed i suoi successori si recassero ogni anno il dì dell’Ascensione al Lido come in segno di dominio sul mare; cerimonia che divenne ancor più solenne e prese nome di Sponsalizie del mare, ai tempi del doge Sebastiano Ziani.

Durante questi fatti, l’imperatore Ottone III calava per la terza volta in Italia, affine di por modo ai disordini accaduti in Roma per opera del console Crescenzio; e giunto a Pavia, sapendo, per mezzo di Giovanni diacono, inviato dei Veneziani, le vittorie di doge Orseolo; siccome quegli che lo amava grandemente, e si compiaceva di chiamarlo col titolo di compare, per avergli tenuto alla ceresima, allorché era a Verona, il secondo suo figlio, mostrò desiderio di conoscerlo personalmente e di trasferirsi a questo scopo, segretamente, in qualche luogo del veneto Stato. Avvertito di ciò l’Orseolo, gioì nel cuor suo, e tenne a tutti occulta la cosa, attendendo l’istante avventurato. Il quale giunse poco poi, allorquando l’Augusto, recatosi a Ravenna, diede voce, che, per cagion di salute, intendeva giovarsi della cura dell’acqua marina nell’isola di Pomposa, celebre abbadia, situata non lungi dal veneto ducato. Poi, nel modo narrato in queste carte, al Capo IV della storia della fabbrica del Palazzo Ducale, fu accolto a Venezia dal doge, alloggiò nella torre orientale del Palazzo stesso, ne ammirò la bellezza, e, pria di partire, dimostrar volle la sua costante benevolenza verso l’Orseolo ed i Veneziani, tenendo al primo alla sacra fonte una figlia, e condonando ai secondi il presente del pallio d’oro che questi dovevano offerire agli imperatori tutte volte che rinnovavano con essi gli antichi trattati, sciogliendoli anche dall’obbligo di cinquanta libbre d’argento che annualmente soddisfacevano agli imperatori medesimi, od ai re d’Italia, per la libertà dei traffici, e per i beni che possedevano nelle provincie del regno. Rifiutava poi costantemente il magnanimo Augusto i doni che gli furono offerti dal doge, dicendo, non voler si credesse cagionata la sua venuta per esser donato, e non per desiderio di venerare le sacre ossa dell’evangelista San Marco, e per visitare l’amico: e solo, alle ripetute preghiere del doge, acconsentì di ricevere una sedia d’avorio ed un banco, o tavolo proprio di chi siede a render giustizia, che tanto suona il vocabolo subsellio, adoperato dal Sagornino, ed una tazza ed un vaso d’argento di mirabile lavoro. Venerate la notte appresso le reliquie del divo Marco, non senza lagrime ed affettuosi abbracciamenti, Ottone lasciò il doge ritornando alla badia di Pomposa. Tre giorni appresso raccolse l’Orseolo l’assemblea, e narrò ad essa l’accaduto, e quanto aveva ottenuto dall’imperatore a benefizio della nazione. Non è a dir quindi le lodi che egli riscosse, e quanto venisse più crescendo nello amore e nella estimazione del popolo, e sì che due anni appresso gli fu concesso di associarsi al trono il figlio Giovanni, che quantunque giovane molto di se prometteva.

Tornava intanto l’imperatore a Ravenna, in compagnia del veneto inviato Giovanni diacono, al cui partire volle l’Augusto mandare al doge, in segno di amore, un secondo ornamento d’oro imperiale, simile a quello che prima gli aveva fatto tener da Pavia; a cui l’Orseolo corrispose, inviandogli, per mezzo dello stesso Giovanni, a Ravenna, una cattedra, o sedia reale, rivestita di tavolette d’avorio stupendamente scolpite a bassorilievo.

Morto poco poi Ottone, non senza sospetto di veleno, nella giovane età di ventidue anni, e succedutogli Enrico II il Santo, doge Pietro curò che venissero da lui rinnovati i privilegi antichi.

Altri avvenimenti di minor rilievo potremmo riferire, a dimostrare l’Orseolo saggio politico e giusto dispensator di giustizia; ma solo diremo la gloria che colse nel liberare la Puglia dai Saraceni. I quali, nel 1004, usciti dalla Sicilia, allora dominata da essi, invasero la Puglia con numerosissima oste, stringendo d’assedio la città di Bari, ove comandava a nome degli Augusti Basilio e Costantino, il greco Gregorio Catapano, ossia capitano imperiale. E già passati erano tre mesi che quei barbari stringevano la città ora detta, senza che avessero potuto gli assediati tentare verun fatto d’arme per liberarsene, quando gli imperatori d’Oriente chiesero aiuto ai Veneziani in quella bisogna. E l’Orseolo infatti con ogni sollecitudine, annuendo alla inchiesta, fece allestire poderosissima flotta e si mise in mare egli stesso, giungendo al campo il dì della Natività della Vergine. Al primo apparire della veneta classe schierarono i Saraceni sul Lido la loro cavalleria ; manovrarono sul mare le loro navi, e ciò per impedire che i nostri afferrassero il porto: ma tutto in vano; ché l’Orseolo, vinto ogni ostacolo, giugneva al lito con l’intera sua flotta. Sbarcato che fu nella città, veniva il doge accolto, dal capitano Gregorio e dal popolo lutto, con gioia, e veniva condotto, a modo di trionfo, sino al palazzo pubblico della città. Provvedeva quindi la medesima con l’annona recata, e raunato consiglio di guerra, statuì il modo di difesa da tenersi. Laonde, dopo quaranta giorni di continui e replicati attacchi dati alla spicciolata ai nemici, deliberarono di dare un assalto generale agli assediatori. Quindi, assunto il comando supremo dal doge, divise egli in due corpi le milizie tutte, uno per combattere nel mare, l’altro a presidio nei sobborghi della città, e tutti in un punto dato l’assalto, sia per mar che per terra, sì orrida lotta si incagliò da durare tre giorni consecutivi; dopo i quali ebbero i Veneziani piena vittoria, e la città rimase sciolta per ogni lato. Tornava poscia l’Orseolo glorioso alla patria, dopo di aver liberata dalle armi infedeli anche tutta la Puglia.

A dimostrare il grato animo loro per tanto servigio prestato all’impero, gli Augusti greci invitarono il doge di mandare a Costantinopoli il proprio figliò e collega nel principato, Giovanni, affine di dargli a sposa Maria, figlia al patrizio Romano Argiropulo, divenuto poi egli stesso Cesare nel 1028, e di una sorella dell’imperatore Basilio. Ed esso in fatti colà si recava in compagnia del fratello Ottone, e veniva accolto con splendidezza veramente orientale. Celebravansi quindi i sponsali con tutta la pompa di quel magnifico rito, a cui assistettero gli Augusti stessi, i quali, nel momento della sacra cerimonia, imposero di loro mano sul capo degli sposi due corone d’oro, e poscia li presentarono alla corte ed al popolo. Festeggiate le nozze per tre giorni di seguito, e donati gli sposi di molte preziosità, si recarono ad abitare il ricco palazzo portato in dote dalla principessa, ed ivi alloggiarono fino al ritorno dell’Augusto Basilio da una spedizione impresa contro i Bulgari. Ed allorché giunse, volle conferire al novello nipote la dignità nobilissima di patrizio, la maggiore di quante dar potesse la corte bizantina. Poco poi ripatriava Giovanni, colla sposa e il fratello, e veniva incontrato dal padre con numerose barche parate a pompa, conducendolo in mezzo alla pubblica allegrezza e solennità al palazzo ducale. Non molti giorni appresso si gravò la sposa di un figlio, cui il doge avo tenne al sacro fonte, imponendogli nome Basilio, in onore dello zio materno. E perché il popolo partecipasse alla gioia della ducale famiglia, o meglio per rimedio dell’anima propria, come si esprime il Sagornino, doge Pietro assegnò milleduecentocinquanta lire piccole di moneta veneziana, affinché amministrate da uomini probi fruttificassero a vantaggio della nazione.

E come doge Pietro, fino dai primordi del suo reggimento, aveva curato di restaurare le fabbriche, le mura e le chiese di Eraelea e di Grado, in ambedue delle quali città eriger fece un palazzo suo proprio, così pure diede opera a compiere, il palazzo ducale, già incominciato a restaurare dal padre suo; impiegando all’uopo i marmi più scelti ed oro in copia, massime per ornare la cappella, in esso palazzo costrutta, la quale decorò egli anche di uno strumento musicale di mirabile lavoro.

Sennonché tante glorie e tante felicità, di cui andava giocondo Pietro, e per esso il veneto popolo, dovevano ad un tratto mutarsi in lutto profondo ed in lagrime amare: imperocché, introdottasi la peste in Venezia, che, al dir del Sagornino, desolava l’Italia universa, fu spettacolo doloroso il mirare questa città, poco prima floridissima, convertirsi in brevi dì in squallida spelonca, ove le opere tutte erano sospese, ove non vi era casa che non lacrimasse qualcuno. Nel palazzo stesso ducale entrò la lue, dalla quale perirono Giovanni, non ancor giunto al quinto lustro, la sua sposa e il figlioletto Basilio, sicché una sola tomba raccolse le loro spoglie, in Santo Zaccaria. Tanta pietà destò nella nazione il fato di doge Pietro, che dimentica quasi delle proprie sciagure, volle cercare un conforto al desolato, con dargli a nuovo suo collega Ottone, il terzo genito suo figlio, quantunque non contasse allora che soli quattordici anni di età. Ma fu questo scarso lenimento ai mali presenti, alla già, da alcun tempo, degenerata sanità dell’Orseolo. Il quale, sentendo vicina la sua ultima ora, volle disporre dell’aver suo, per quindi prepararsi alla morte scevro di ogni cura domestica. Divise pertanto le sue facoltà in due parti, assegnando l’una in opere di carità e a benefizio delle chiese; l’altra ripartì fra i suoi figli, e tosto si separò dalla moglie per vivere i pochi dì che gli rimanevano, vita di continenza e poco men che monastica, non trascurando però del tutto gli affari dello Stato, a cui lo chiamava il proprio dovere. Poco ancora visse dappoi, chiudendo gli occhi nell’anno 1008, nella sola età d’anni quarantaotto, compianto e desiderato dalla nazione tutta quanta, la quale, a buon diritto, distinto lo aveva col titolo di Grande. La sua salma veniva deposta in Santo Zaccaria, presso i suoi congiunti.

Il ritratto mal lo rappresenta in età più avanzata di quello che conveniva. Dalla sinistra mano di esso si svolge un breve, su cui leggesi:

SVBIVGO DALMATIAM COMMVNIS COMMODITATE :
SPONTE BONA MVLTI COLLA DEDERE IVGO. (1)

(1) Il Palazzo Ducale di Venezia Volume IV. Francesco Zanotto.  Venezia MDCCCLXI

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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