Palazzo Querini Stampalia a Santa Maria Formosa

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Palazzo Querini Stampalia a Santa Maria Formosa - Castello

Palazzo Querini Stampalia a Santa Maria Formosa

Si legge nelle genealogie di Marco Barbaro, che fino dal 1350 domiciliava un Fantino Querini nel circondario di Santa Maria formosa, quegli, che essendo stato ambasciator sulla Senna, ebbe in dono dal re di Francia i gigli d’oro, inquartati nello stemma. Rilevasi inoltre dalle cronache, che tre della stessa famiglia figuravano nel 1379 fra gli estimati della contrada; non sembra quindi si possa rivocare in dubbio, che nell’area dell’odierna sorgesse l’antica casa dominicale. E poichè ci consta, che i Querini fossero già in possesso di tutti gli stabili contermini, vedremo sussistere una fabbrica, dal secolo XIV, in cui abitava e moriva nei confini, nel 1393, Verde, figlia di Martino della Scala, signor di Verona, e vedova di Nicolò d’Este marchese di Ferrara, fino al XVI, in cui risulterebbe da un catalogo delle principali fra le cortigiane più onorate di Venezia, menasse vita, nei dintorni, Veronica Franco, l’amasia di Arrigo III, celebre per valore poetico e per bellezza.

Il detto Fantino Querini, per indicarsi un ramo distinto, fra i parecchi della prosapia, è dichiarato figlio di Zuanne signor di Stampalia; isola questa di particolare sua giurisdizione, secondo il Paruta, essendosi comperata appunto da Giovanni, quando nel 1310 rifugiavasi a Rodi, per complicità nella cospirazione di Bajamonte Tiepolo, e che poi perdevasi da Pietro Querini nel 1537, quando i Turchi, capitanati da Barbarossa, occuparono tutte, fuorchè Tine, le venete isole dell’Arcipelago.

Non è speziosa l’architettura esterna del palazzo, in due ordini, nel modesto prospetto, con due rive di approdo, poichè si innalzava con mediocre disegno, nel secolo XVII. Non nasconde però nell’estrinseche forme una qualche idea di ricchezza, quale ci si affaccia al penetrar nelle soglie, e per agiate scale ponendo il piede nelle aule suntuose, che in ambedue i piani spirano magnificenza, lasciando scorgere il nobile scompartimento delle stanze, ai vari uffici destinate, con somma dovizia di comodi, da ben accoppiare il decoro alla splendidezza, e in tutti i modi rispondere alla rinomanza dell’assai vetusto lignaggio.

Poiché si vuole discendano i Querini da Sulpizio Quirino di Roma, e da essi derivasse Galba imperatore, e che venuti poi a Padova, per le incursioni di Attila, si trasferissero prima a Torcello, indi a Rialto, dando alla patria nostra invitti guerrieri e valentissimi magistrati. Un Ottone Querini combatteva a fianco di Enrico Dandolo, nell’impresa di Bisanzio, ed aveva in possesso le isole di Nixia, Paros e Santorino. Riammessi già i Querini in Maggior Consiglio, con parte del 24 settembre 1406, dopo il clamoroso avvenimento del 1310, si salutava Marco flagello formidabile della superbia ottomana, uno degli eroi alle Curzolari, e Francesco reggeva Candia, quando ottenne per sé e per i discendenti ereditario il cavalierato della stola d’oro.

Di questa casa si può dir gloria Angelo Maria Querini, Benedettino, fu arcivescovo di Corfù, poi di Brescia, e cardinale bibliotecario del Vaticano, che visitò la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, e meritò plausi per le dotte opere, ed elogi da Federico il grande di Prussia, e iscrizioni, busti e medaglie, per avere con profusione di oro, arricchita Brescia di una libreria celeberrima, detta Quiriniana, di ben trentamila volumi, e con dotazione annuale per mantenerla ed accrescerla. Del dottissimo porporato conserva inedito l’intero carteggio originale, ceduto da Brescia alle istanze di un proavo, il nob. sig. co: Giovanni Querini Stampalia, che ha il vanto di custodire intatta la biblioteca domestica, di molti autori accresciuta, e fatta ricca di molte edizioni classiche moderne. Egli possiede nel raro archivio il capitolare nautico, che era in sua casa fino dal secolo XIV, lodato dal doge Marco Foscarini; codice in foglio, membranaceo, fornito di miniature del secolo XIII, con estremità dorate, rubriche e iniziali di cinabro e di azzurro, miniature figurate, e lavoretti gentili. Possiede pure gli statuti veneti del doge Jacopo Tiepolo, quelli delle navi, e lo statuto nautico, promulgato dal doge Rainiero Zeno nel 1252, con illustrazioni e giunte dei dogi Francesco e Andrea Dandolo; e nel 1847 depositava il detto codice nel la biblioteca di San Marco, perché i dotti avessero agio di praticarvi esami ed osservazioni, lieto di far atto allora di onore al IX Congresso italiano in Venezia. Il conte Giovanni Querini Stampalia, figlio al fu Alvise, ultimo ambasciatore della Repubblica, e alla fu Maria Lippomano, distinta nell’arte dei carmi e nella pittura a pastelli, coltiva con onore le scienze fisiche, e con passione a quello studio si consacra, per cui ingenti spese sostenne, onde far completa la collezione dei suoi apparati, che è la storia insieme dei perfezionamenti e delle scoperte. Eseguiva egli, anni sono, un esperimento di luce elettrica in questo palazzo, e il 22 giugno 1855 lo ripeteva, col far ardere, per quattro ore, parecchie delle sue lampade, nella sala maggiore dell’Ateneo, di cui era munifico preside, e dove si ammirò dai numerosi accorsi la luce candida, fulgida, calorifera, generata da una rapida corrente di materia fulminea, passata fra le punte di due carboni, posti ai due poli di una pila voltaica. Si vedeva ripercossa e diffusa dai dischi metallici, e scomposta dalla grande lente di Fresnel nei vivaci colori dell’iride. Fu singolarissima anzi la combinazione, che quella luce elettrica irradiasse il monumento dell’Aglietti, che precorse il Galvani, sospettando l’esistenza della virtù elettrica negli animali, onde quel raggio parve un’aureola al genio inventivo del grande maestro italiano. Il piano secondo di questo palazzo, fin da quando si ricostruiva la dimora patriarcale, sul poco plausibile disegno del Santi, si accomodava al fu Patriarca Jacopo Monico, e per molti anni vi fece il porporato la geniale sua residenza.

Vi abitava ancora il 18 marzo 1848, e il migliore, fra i suoi parecchi biografi, con eloquente tratto, ricordando il piccolo davanzale, respiciente la chiesa, con la quale comunica il palazzo per un cavalcavia, lo indicava degno di epigrafe, poiché ivi il santo vecchio passò insonne la notte in preghiere, per la città in pericolo. E quanto non deplorava Venezia, che il pastore bene amato, e che per il sommo ingegno, la rara pietà ed il nobile cuore, non sarà mai pianto abbastanza, da queste soglie s’involasse il 4 agosto 1849 per rifugiarsi alla storica tranquilla isoletta di San Lazzaro, poiché una mano di faziosi, scambiata la libertà col sopruso, e sorpresa la vigilanza del Governo, mancava di ogni rispetto alle leggi, e profanati i recinti, ne manometteva il palazzo. Né furono pochi i danni, che, per la dispersione di effetti di prezzo, risentiva il proprietario. Da quell’epoca il piano secondo, ad onta delle inchieste, non più a chichessia si accomodava. Esso rimane chiuso, quasi memoria di un giorno per Venezia nefasto, come ci resta la magione a ricordo di un gentiluomo, che, per la molta dottrina scientifica, per l’altezza dell’animo, e la generosità dell’indole, è decoro e vanto del veneto patriziato, nel cui nome continua la fama onorevole della sua casa. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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