Palazzo Corner Reali alla Fava

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Palazzo Corner Reali alla Fava - Castello

Palazzo Corner Reali alla Fava

Questo palazzo ha l’ingresso sul campo e la faccia sul rivo, che dicesi della Fava, secondo un codice, dal nome della famiglia Fava, una di quelle comprese nella colonia dei mercanti, che nel secolo XIV vennero a Venezia da Lucca, e che si sparsero dalla calle della Bissa fino a San Giovanni Grisostomo, non però introducendo, ma perfezionando l’arte della seta, come prova il Marin nella storia del commercio dei veneziani.

Si ha memoria, che appartenesse questo edificio anticamente ai Cornaro, la ricchezza e magnificenza dei quali sarebbe dichiarata dalle varie e grandiose moli, che si ammirano tuttora, massime nei sestieri di San Polo e San Marco. In tre gran rami questa casa si scompartiva, e Andrea possedeva una facoltà trascendente, più da regnante che da privato, e tale mostrava una splendidezza, che non sapeva contenere nella moderazione voluta dalla Repubblica, la quale col mezzo del suo magistrato alle pompe bandiva le savie leggi suntuarie. Chi ignora, che per ordine del Senato si sposavano le tre figlie di Giorgio, o perchè componessero fuori di Venezia le famiglie loro, rimosso il pericolo di maggiori ingrandimenti della casa, mercè parentele cospicue, o meglio ancora, per ovviare che i maritaggi seguissero, nella moltitudine dei Corner, con taluno dei rami della stessa prosapia?

Non risulta però, che i palazzi Corner, tranne quello della Regina, sorgessero per ordine loro dai fondamenti. Il palazzo Corner della Cà grande era in origine dei Malombra, e fu indi comperato da un Giorgio Corner, e al palazzo Corner a San Polo, ricostruito col disegno dal Sammicheli, fu anteriore una fabbrica, che doveva essere splendida, se la Repubblica la offerse a Francesco da Carrara signore di Padova, a Jacopo dal Verme nel l388, a Gattamelata da Narni nel 1438, e nel l456 a Francesco Sforza, duca di Milano, quando questi facea erigere a San Samuele la magione, di cui restano le mezze colonne colossali sul Canal grande. Non diremo quindi che neppur questa fosse una unica fabbrica in tal sito, ma che bensì dai Corner si riedificasse.

L’architettura ha le impronte del genio dei Lombardi, per la purezza dello stile, la copia degli ornamenti leggiadri, l’elette sagome, la bontà degli intagli. E ci piace un pensiero, benché poetico alquanto, del cav. Diedo, che le fabbriche nostre, per stile e carattere, offrano una varietà meravigliosa, per cui si direbbe, che ora trionfi la magnificenza dell’epopea, ora la gentilezza d’altro carme, e noi diremo questa venusta fronte un idillio, tutto essendo conformato ad abbellimento di meandri, di gruppi di foglie di acanto, di olivo e alloro, che risultano disposti quasi per man delle Grazie. Non è di gran corpo la fabbrica, ma di assai pregio, per la sceltezza dei marmi, e la eleganza dell’insieme. L’architetto, che deve essere stato uno dei migliori di quella scuola, costretto a creare risorse coll’ingegno, per vincere la parvità dello spazio, immaginava sopperirvi col lusso delle decorazioni, e fu ben felice l’espediente di allargare la fronte sulla prossima viuzza al lato destro, allungando la cornice del piano terreno, per farla reggere da una mensola, anche questa ornatissima per intagli, dello stile il più puro. Risulta pertanto la fabbrica, in ogni sua parte considerata, una vera gemma architettonica, e tali bellezze discernonsi da chi soffermisi a esaminarla sul ponte, da non sapersi spiegare, come a nessuno fosse mai venuto in pensiero di trarne il disegno, quando altre architetture, meno interessanti, meritavano pure un tributo di preferenza. Anche la scalea nel cortile d’ingresso sul campo è magnifica, e fa risalire ai bei tempi. Per essa a suntuose stanze si accede, per scorgervi il genio del nobile sig. cavaliere Giuseppe Reali, succeduto al Guizzetti nel possesso, e cultor fervido dell’arti belle, come si conosce per la ricca collezione di opere antiche di Giovanni Bellino, del Palma seniore, del Polidoro, della scuola del Perugino, fra le quali è il quadro, della scuola fiamminga, la Vergine, attribuito al Mengs, che pendeva dal letto di papa Rezzonico, non meno che di opere moderne e di artisti viventi, e del Gavagnin, di cui fu speciale mecenate.

Da lungo tempo il cav. Reali coltiva fra noi, due dei principali rami del commercio nostro, di antichità e rinomanza sulle lagune. I Veneziani ebbero il vanto di perfezionare infatti la manifattura della cera, che traevano vergine dal Levante, dalla Moldavia e Valacchia, e che per la condizione della città potevano depurare, e averne un’eccellenza d’imbianchimento; perciò prevalsero sempre le fabbriche venete in questa specie d’industria. In gran conto erano le candele e le torcie veneziane; furono le fabbriche ventiquattro, e ascendeva a tre milioni e mezzo lo spaccio esterno. La cereria di Sant’Andrea, già Zanardi, della cui antichità si ha prova in una relazione di suor Elena Malipiero, nel secondo Priorato l’anno 1657, è ora Reali, associata a Gavazzi e ancora distinguesi per la qualità dei prodotti, benchè l’erezione altrove di simili fabbriche, i dazi per l’estero, e l’introduzione delle steariche abbiano sminuito l’antica attività di questa industria. Oh! com’è il mondo una gran scena ai rivolgimenti perpetui della fortuna!

La Repubblica voleva pur saggiamente che le manifatture sue proprie fossero smerciate di prima mano negli esteri luoghi, acciò tutto il lucro ne pervenisse alla nazione, e i forestieri non avessero il modo di farne traffico nei porti lontani, in confronto dei nazionali. Allora il complesso del commercio era un capitale di dieci milioni di zecchini sempre in giro per tutto il mondo. Le sole città lombarde ritraevano zuccheri da Venezia, per 85 mille zecchini all’anno e i veneziani lo trassero in specie da Candia. Le antiche raffinerie in Venezia, che fu la prima città di Europa ad accoglierne, erano sette nel secolo XVIII, e il cav. Reali ne ha una, la più estesa e riputata, con privilegio. Egli tenne dietro agli avanzamenti, che questa industria deve alla chimica, e introdusse il processo scoperto dal Flory, per carbonizzare le ossa, donde il carbone animale, la cui proprietà scolorante serve egregiamente a raffinare lo zucchero. Nè ultima diremo Venezia nel lusso delle confezioni, dal cui fino artificio ingannato Enrico III di Francia spiegava una salvietta, che gli cadeva disciolta in briccioli, mentre sedeva a banchetto nella sala dello Scrutinio.

Venezia, nazione allora qual altra Fenicia o Cartaginese, nata col commercio e da quello accresciuta ed ingrandita, fece sorgere i palagi, diritto di chi colla mercatura arricchiva. E questa magione, sorta pure con l’ oro dei negoziati, bene si attaglia al genio del nobile Reali, che distinto per utili opere di amor patrio, sostiene l’onore del commercio(1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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