Palazzo Molin dalle due Torri (o Navagero e Caserma Cornoldi) sulla Riva degli Schiavoni

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Palazzo Molin dalle due Torri (o Navagero e Caserma Cornoldi) sulla Riva degli Schiavoni - Castello

Palazzo Molin dalle due Torri (o Navagero e Caserma Cornoldi) sulla Riva degli Schiavoni

La musa della storia, che inspirasi all’aspetto delle reliquie, dei monumenti e delle arti, quivi accenna all’area, ove sorgeva un memorando palazzo, quello dei Moliti detto dalle due Torri, di un’architettura alla foggia araba, ad imitazione dei castelli del medioevo. Erano costruzioni, ad aguglie o pinnacoli, in voga dall’ età delle Crociate, per i viaggi continui dei veneziani nelle terre dei Califfi. Anche questo edificio aveva perciò le torri agli angoli, come colle due torri si ricorda l’altro a San Pantaleone, ceduto dalla Repubblica a Francesco Sforza. Così il primo palazzo ducale, simile alle fabbriche saracene, sappiamo da tutte le cronache aver avuto ugualmente due torri, e anzi si narra, che il secondo Orseolo ricevesse Ottone III Imperatore nella torre orientale.

La magione dei Molin doveva sorgere poi colossale, se nella estensione dell’area, occupata alla metà del secolo XIV, poteva erigersi il sì vasto monastero, ora Caserma, capace di ricettare ben novanta monache, che assumeva il nome del Sepolcro, di dentro costrutto per memoria, sul tipo di quello di Gerusalemme, quando, per la caduta di Costantinopoli in mano dei Turchi, cessava l’approdo alle lagune dei pellegrini alla visita di Terra Santa. Dell’ antichità ed architettura del prospetto dà prova ancora visibile la porzione superstite sopra la Farmacia, alla vecchia insegna del Doge, che conserva impronte del medio evo nei davanzali, a sesto acuto, del primo ordine, e nella porta d’ingresso, a listelli, a piedi del ponte, a cui pure avanza il nome dal chiostro.

I fondatori del palazzo, che scambiarono il cognome originario di Mazei o Mazini, per le molte fabbriche di molini, da essi erette sulle lagune, derivarono dai Normanni, famosi per genio di guerresche imprese. Era Filippo quegli, che, assicuratasi in Gerusalemme la posterità, aveva signoria in Acri di Tolemaide, conquista più tardi dei Veneziani. Molti di essi furono prodi sul campo e ambasciatori alle prime corti di Europa. Girolamo Bailo in Cipro e Duca in Candia, utilmente agguerriva Negroponte, assediato dal Turco; un Francesco pugnava contro i Ferraresi a porto di Goro, era generalissimo contro gli Ottomani nella guerra di Candia, e poteva cinger le tempie del ducale berretto. Quanto non si decanta l’eroismo di altro Filippo, operatore di prodigi col brando, essendo assalito sulle mura di Rettimo, che fu inespugnabile fortezza e la piazza principale di Candia, dopo Canea! Poiché colto da freccia avvelenata a un ginocchio, se la svelse coi denti, e scrisse con essa le ultime proteste di fede al Senato, presso al confine di morte. La storia fa giustizia a tanti eroi della casa, scorgendo per essi rinnovati tra noi, a dir breve, gli esempi degli Orazi, degli Ettori e dei Leonida. Bene immaginata fu quindi la scelta di questa nobile magione, da tante patrie glorie illustrata, per darvi albergo ed onoranza a Francesco Petrarca, correndo l’anno 1362, in un tempo, in cui Venezia era l’asilo delle arti e delle lettere, e per il convegno dei sapienti, una specie di Areopago. E Luca Molin figlio del senatore Andrea, di buon grado cedeva ai desideri della Repubblica, che condegna abitazione offriva all’immortale maestro.

Il Petrarca, che può riguardarsi il primo fra gli Italiani, che colla scoperta dei libri antichi grandemente giovasse alle scienze e alle arti, come fu il primo nel pensiero di dar mano a collezione di medaglie, mirò a fondare una pubblica biblioteca in Venezia, la quale acquistasse fama col tempo, e dall’altrui liberalità traesse alimento. E mosso da gratitudine verso il Senato, e da riverenza ai distinti ingegni, che a dovizia fiorivano, in quella ben regolata repubblica, le faceva donazione di tutti i suoi libri. E le avrebbe fatto veramente un gran dono, se, giova dirlo, non si fosse, per fatalità di accidenti, senza di lui colpa ristretta ad alquanti volumi, perché tutta la copiosa e rara biblioteca non venne mai in possesso della Repubblica, e non poche parti passarono nella Vaticana, nella Laurenziana, nell’Ambrosiana e nella reale di Parigi. Quivi il gran vate approdava, ammiratore della grandezza veneziana, e invaghito di questo cielo e del franco carattere di leale giovialità, per cui il veneziano è cittadino di ogni paese, né gli è mai straniero il forestiere. Perciò cantava che gran cittade egregia è la bella Vinegia.

Già altra volta era giunto a questi lidi, ed aveva stretto amicizia con lui il dottissimo Doge Andrea Dandolo, il primo degli storici, né inferiore ad alcuno per il merito della sua Cronaca. Abbiamo anche due lettere di quel principe al Petrarca, nelle quali anzi usa maggior purezza di stile, che non negli annali. Veniva poi precorso da gran fama il celebre uomo, che quattro lustri addietro era incoronato in Campidoglio, col trionfo dei vincitori antichi, per il poema l’Africa, che gli meritò il nome di primo epico italiano. Noto era inoltre, come tutti i principi, che avevano signoria in Italia, gareggiassero tra loro nell’onorare quel genio, e si conoscevano i politici maneggi e le epistolari corrispondenze con imperatori e cardinali, per ricondurre sul Tebro l’antica sede della Chiesa, che era da più di mezzo secolo sulla Senna.

Si accoglieva perciò l’altissimo poeta con grandi onoranze, e quando, per la sedata rivolta e il riconquisto di Candia, seguiva un torneo sulla piazza di San Marco, in cui giostrava il re di Cipro con Jacopo, figlio di Luchino Dal Verme, il Doge Lorenzo Celsi faceva sedere il Petrarca alla sua destra, spettatore di quelle feste, che egli stesso pennelleggia nelle lettere senili. Sette soli anni volgevano dalla capitale sentenza, a cui soggiacquero Marino Falier e Filippo Calendario; vedeva egli la morte del Doge Celsi, ed assisteva alla elezione del prode e magnanimo successore Andrea Contarini. E tra noi abitava, dopo aver cantato per venti anni l’amor suo con la celebre Avignonese, bella così, da fargli esclamare: beati gli occhi che la rider viva, e dopo averla pianta per altri dieci in morte, dando alla luce l’inarrivabile Canzoniere, che, in capo a cinque secoli, fa sospirare ancora i cuori gentili.

Al quale Canzoniere mirando, chiunque si avvisi, che l’armonia e l’eleganza di quella poesia sono frutto di una lunga fatica; che i versi di primo getto non erano, com’è fama, i torniti e dignitosi che si ammirano, e che per condurli a sì alto grado di perfezione occorse l’opera di assidua lima, non disconverrà forse dall’opinione, che anche in questa dimora il Petrarca, pure inspirato al dolce clima, all’amorosa amabile tempera degli abitanti, ritoccasse più volentieri, con poetica coscienza, i suoi carmi, li tergesse da ogni macchia di stile, ne levigasse ogni scabrezza di numero, e quivi per la correzione si giovasse del liuto, che fino all’ultimo sospiro gli fu compagno, e che alfine lasciava per testamento ad un amico; liuto, di cui non si conosce il destino, ed è ignoto quindi, se il tempo lo abbia, come sacra cosa, rispettato.

È poi senza dubbio, che quando era fiorente la navigazione e la marineria mercantile noverava 1330 navi private, e 45 galee pubbliche, il Petrarca dai davanzali del palazzo, di cui nomina geminas angulares turres, vedeva salpare molti vascelli della sua magione più ampi, e li vedeva volgere a lontane regioni, per recare i vini agli Inglesi, il mele agli Sciti, il zafferano, gli olii e il lino ai Tiri, agli Armeni, ai Persiani, agli Arabi, e fino le nostre legne agli Achei ed agli Egizi. Ciò narra egli stesso in quelle lettere senili, che il Tiraboschi a ragione desidera fossero tutte nel nostro idioma raccolte, per le notizie interessanti, di cui ridondano su quel tempo. Fioriva a quella stagione, per singolare ingegno, Benintendi dei Ravegnani, gran Cancelliere della Repubblica, che, ingenuo d’indole, si affezionava grandemente al Petrarca, e in queste soglie i due illustri tenevano dotti conversari, e sul tramonto, nelle sere di estate, scorrevano, in sfarzosa gondola, sul canal grande a diporto, uniti insieme quei due luminari della letteratura e della politica. Sei anni soggiornava tra noi quel divino, dopo i quali, cioè nel 1368, si ritirava in Arquà; paesello sul dorso di ridente colle, dodici miglia a libeccio da Padova, che fino dal quarto secolo si ricorda per la floridezza degli oliveti, e la rarità delle prossime terme.

Ivi si faceva eriger la casa, per riposo degli studi, presso al confine ultimo della vita. Ma pure da quella beata calma si toglieva un istante nel 1373, un anno avanti la morte, pregato da Francesco da Carrara, signore di Padova, di chiedere venia al Senato per il figlio suo, quando l’ira, lungamente covata dalla repubblica, scrive l’illustre Carlo Leoni, cominciava a far domo l’orgoglio Carrarese. Allora, accolto lietamente il Petrarca dai vecchi amici, salutato con iterati applausi dal popolo, rivedeva Venezia. Sebbene piegasse il suo genio verso la poesia, pareva più specialmente creato dalla natura alla grandiloquenza di sommo oratore, e ne aveva dato saggi ben prima, poiché le ambascerie si conferivano allora ai letterati, anche non uomini di stato, talché Dante, come attesta Cesare Balbo, per la repubblica sua quattordici ne sostenne. Male quindi mostrerebbe di conoscerlo chi non togliesse fede a quanto con assai povera critica, da qualche biografo si spaccia, che colpito cioè il Petrarca dalla maestà del Senato, smarrisse la parola, né potesse esporre che all’indomani il suo arringo. Poiché quantunque oppresso dagli anni molti, e affranto dalle infermità, e per quanto fosse malagevole ad un candido uomo orare per un principe di sleale, pure il Petrarca, inspirato dall’amicizia, la missione da suo pari compieva in quel giorno, essendo bene inverisimile, scrive il Marin, quella tradizione, di cui non fa motto lo storico Caroldo, che fu segretario di Senato. Per tal guisa uscivano in Venezia le ultime parole dalle labbra laudatrici di Laura, e il sommo poeta si manifestava, anche sul termine della vita, rivolto a pensieri di pace, con l’onesto tentativo di amicare alla Repubblica i Carraresi. Lui beato che più non viveva, quando avvenne l’infando eccidio che spense la principesca e si temuta prosapia, onde la storia, giudice potente delle umane azioni, al pari della coscienza, anche valutata la condizione dei tempi e l’alta ragione di Stato, tiene sospese ancora le bilance, se l’atto di dar morte a quei vinti, e al padre e ai figli in occulto, fosse più crudele o più ingiusto.

Non è pertanto l’ultima delle glorie di Venezia, che per i seguiti traslati in proprietà del principe Erizzo, indi degli eredi odierni Araldi, Maffei e Miniscalchi, si conservi parte della magione, fosse pure il più piccolo frammento, che il genio del Petrarca albergava. E sia lode al benemerito, il quale consegnò ai secoli che verranno l’epigrafe in marmo, su cui si legge il nome immortale, e che sta a canto dell’antica porta, per cui accedeva la corte degli illustri alla visita del cantore sovrano.

Perché cosi il pensiero di quel soggiorno è sacro per chiunque, sulla Riva incedendo, levi lo sguardo ad inspirarsi alla memoria di Lui, che sorse, come dice lord Byron, per ingentilire un idioma, che fu il primo a studiare gli antichi ed a conoscerne le bellezze; che, fabbro di passioni delicate e di affetti gentili, qui diffuse salubri dottrine; che negoziator di politica, ed esempio alle corti di lealtà e di fede, si mostrò sempre cittadino magnanimo, e fervido propugnatore del decoro Italiano. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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