Palazzo Talenti De Anna Viaro Morosini Mocenigo Martinengo della Riva di Biasio a San Beneto

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Palazzo Talenti De Anna Viaro Morosini Mocenigo Martinengo della Riva di Biasio a San Beneto

Palazzo Talenti De Anna Viaro Morosini Mocenigo Martinengo della Riva di Biasio a San Beneto

Abbiamo un documento del 1293, che ricorda in quest’area l’esistenza di un edificio, che si vuole per tradizione servisse ad ospitare i pellegrini, che si recavano alla visita di Terra santa. Con quell’atto coinciderebbe poi l’asserto del Sanuto nei Diari, perchè quantunque accenni egli il 1528, come l’anno, in cui fu posta per i consiglieri la parte, ai 13 giugno, si esprime però che si trattava allora di continuare una fabbrica di palazzo. Chi poi la ordinava sarebbe stato un Lodovico Talenti, e anzi risulta che questi comperasse uno spazio, di proprietà del parroco e capitolo di San Benedetto, e che per conservarsi il titolo dell’acquisto, e formarvi una corticella, assumesse di far erigere a sue spese due case, che rendessero la pigione di ducati otto per utilità della chiesa, la quale da papa Eugenio IV, si dichiarava già fino dal 1435 indipendente dal monastero di Brondolo.

Due famiglie Talenti si ricordano in Venezia; l’una era patrizia, e si estinse in Luca Talenti nel 1281; l’altra fu cittadinesca, di ricchi mercanti, alla quale apparteneva Tommaso, letterato, uno degli amici del Petrarca, per cui, come fautori e delle opinioni di Averroe, dal cantor di Laura combattute, ebbe motivo di scrivere il libro: de sui ipsius et de multorum ignorantia.

Dai Talenti passò questo palazzo alla famiglia D’Hanna, oppure De Anna di origine fiamminga, fra noi stanziata fino dal principio del secolo XVI. Il primo a trasferirsi in Venezia fu Martino, quegli che da Ferdinando re di Boemia, fratello all’imperator Carlo V, ebbe il privilegio nel 12 gennaio 1529 di portar l’arma e la gioia, e che più tardi, ne, otteneva anche l’altro privilegio della cittadinanza veneta originaria. Egli, mecenate delle arti belle, seco condusse dal Friuli Giovanni Antonio Regillo, detto Licinio da Pordenone, e questo pittore celeberrimo gli dipinse sulla facciata del palazzo molte storie a fresco, e Curzio a cavallo in scorcio, che pareva tutto tondo e di rilievo, e un Mercurio che vola in aria per ogni lato, oltre a molte altre cose ingegnose, e la favola di Proserpina. Le quali opere piacquero soprammodo alla città, e per esse, scrive il Vasari, venne il Pordenone lodato, in confronto d’altri, che in Venezia furono sino allora distinti.

II Ridolfo non vide quegli affreschi, perché al suo tempo se ne era dileguata ogni traccia; lo Zanetti poté scorgere almeno un’ombra del Curzio, che entra nella voragine, aiutato da una stampa in legno, che lo rappresentava. Né fu solo Martino amante dell’arti belle; anche Paolo, esempio di generosità e splendidezza, che si dice fabbricasse palazzi suntuosi, giovò agli artisti colle ricchezze guadagnate nel traffico in molte Provincie, e pare fosse fornito di dottrina e buon gusto nelle lettere, se il Sansovino gli dedicava, nel 1562, le sue Osservazioni sulla lingua volgare. Il figlio di Paolo, di nome Giovanni, era compadre di Tiziano, che fece il suo ritratto, e così bello, da sembrar vivo, come altri ritrasse della famiglia, poiché il grande Vecellio frequentò in questi recinti, per intimità di amicizia. Né taceremo, che quattro medaglie si conservano nel Museo Correr, le quali ricordano i fiamminghi De Anna, una delle quali è detta incomparabile per la bontà del lavoro dal Cicognara, che la descrive.

Secondo poi il Boschini nelle miniere delia pittura, seguiva il passaggio della proprietà di questo palazzo dai De Anna ai patrizi Viaro, noti alla storia per la fama di Giorgio, che nel 1483, essendo al governo dell’isola di Curzola, seppe con fine arti fugare gli Aragonesi, quando Federigo appunto di Aragona tentava impadronirsene. I Viaro rimodernavano di dentro il palazzo, e lo rendevano più vasto, accrescendolo di nobili stanze, come ne fa cenno il Martinioni nelle aggiunte alla Venezia del Sansovino. Al altro fatto che attesta, come i succedutisi proprietari di questo palazzo gareggiarono tutti fra loro, nel porvi amore ad ampliarlo e renderlo più suntuoso. Forse per retaggio venivano questi recinti in possesso dei patrizi Morosini, e da essi lo avevano più tardi Cosimo, Giuseppe e Francesco Gaudio, mercadanti genovesi, nel 1736, dai quali passava ai Mocenigo, che lo vendevano nel 1802 al conte Girolamo Silvio Martinengo.

E fu gloria di questa magione l’avervi albergato il dottissimo gentiluomo, che, nato in Brescia nel 1753, e istituito nelle lettere umane e nelle scienze filosofiche dai p. p. Berti, Rosales e Spinola, vari uffici percorse nella Repubblica, e giovanissimo ancora, si eleggeva senatore. Colse egli palme nella letteratura vinto il Rolli colla versione del Paradiso perduto del Milton; lavoro, che in sette anni compieva, e si lodava dal Corniani nei secoli della letteratura italiana. Quivi raccolse serie di medaglie, copiosa e scelta biblioteca, e perito essendo nella musica e valente nella declamazione, accoglieva in questo palazzo, e splendidamente ospitava il fiore dei nobili e dei sapienti, e gli intimi suoi amici, il Rubbi, l’Arici, il p. Bucchetti, ed il Bondi, che scrisse per lui la Giornata villereccia, e a lui fu debitore della gloria principale, che acquistava nel Parnaso italiano. Cavaliere munifico e delle arti belle proteggitore, chiamò cento volte gli artisti ad ornare di capolavori questo suo prediletto soggiorno, che restaurò magnificamente col gusto di allora, con ornamenti di stucchi finissimi, con pitture, e pavimenti secondo l’uso veneziano. Fra gli studi e le opere di pietà alternò egli la vita, che si protrasse agli anni ottanta. Lai infelice, che toccato il doloroso confine, si venne assomigliando nell’intelletto ai più miseri fra gli uomini, colpito dall’ultima malattia nella parte migliore, e perduta la sublime delle qualità! onde Elisabetta Michiel, del ramo dei Santi Appostoli, che gli fu sempre vigile a canto, invincibile nella costanza affettuosa, si fece riverire miracolo di carità coniugale. Cosi la qualificava il cardinal Patriarca Jacopo Monico, gloria nostra imperitura, quando, onorato di elogio in morte il letterato e il filosofo co: Silvio, bene avvertiva, sono sue parole, somiglianti perdite essere gravissime in tanta inopia di buoni, e che per quanto avvengano tarde, sono sempre troppo sollecite.

Funestati furono questi recinti da quel lutto il 21 luglio 1834, e nel conte Silvio si estingueva la linea dei Martinengo, detti della Riva di Biasio. Pochi anni dopo è mancata ai vivi la vedova illustre, e le nobili numerose sale tornarono vuote un’altra volta e deserte. Questa gran mole, che di sé fa pompa sul canal grande, è di membratura ragguardevole, e di bene ornato disegno architettonico, del carattere del secolo XVI, con solenne atrio, ricchezza di marmi, splendidezza e copia di sale, da poter ben dirsi sorto nell’età, in cui i Veneziani coll’opulenza tenevano l’architettura in continuo moto ed esercizio, poiché le arti belle sono figlie davvero della ricchezza, e n’è loro padre il commercio. Ora appartiene al nobile Giovanni Conti, discendente d’antica casa di Bergamo, che nel 1700 era passata a Corfù, ove sostenne carichi e strinse parentele colle migliori famiglie, e da cui al principio del presente secolo si recava tra noi, nella persona del nobile Alessandro, padre dell’attuai possessore. Il quale nel 1855 riparò ai guasti inferiti ormai da mezzo secolo, che era corso dall’anteriore restauro. Si decorava allora l’atrio e la volta dello scalone dall’abile artista Barbaro, commette vasi a più egregi il lavoro di due stanze del piano superiore, ove il Sala imitò col felice pennello il mosaico, l’arazzo e gli stucchi del Vittoria, e il Moretti-Larese dipingeva a fresco nell’ovale di mezzo di un grande soppalco, tra figure mitologiche, l’aurora che sorge dal balzo di Oriente. Così per una gran serie di tempi e di vicende può dirsi, che sia in questo antico e suntuoso edificio rappresentata una storia. La quale, a concludere, si connette tutta col commercio, che dalle origini fece ricca Venezia, colle! arti onde per la ricchezza si fece bella, e col patriottismo che la rese sublime e grande, in faccia alle nazioni del mondo.(1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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