Palazzo Falier ai Santi Apostoli

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Palazzo Falier ai Santi Apostoli

Palazzo Falier ai Santi Apostoli

Non ha fino ai dì nostri un altro nome la storia patria, di cui possa quasi vantarsi di avere fatto si gran strazio, come del nome di Marin Falier, che la poesia e la musica tolsero a soggetto di romanzo, e che si tragediava a ludibrio sulle scene. Quindi non sarà più odioso, o men gradevole l’ufficio, nell’attuale luce dei tempi e dei documenti, ed ora che spenta può dirsi ogni ira di casta, e cessarono le smodate ambizioni di un’epoca, di purgare il vero da nebbie invereconde, e far anche sorgere attraverso il buio di quel mistero, qualche lampo di patriottismo. Fu difatti in questi stessi recinti, all’aspetto dei quali si trasporta il pensiero al medio evo, che, per comune sentenza dei cronisti, venne al mondo Marin Falier, la cui progenie, compresa nella Serrata del gran Consiglio, si designa dalle lapidi del confine dei Santi Apostoli, poco lungi un tempo dal primo palazzo tribunizio in campiello della Cason, di Angelo Participazio.

Benchè non grande apparisca l’edificio, era pure cospicuo il censo del Falier, già conte del castello di Valdimarino nel territorio trivigiano, per investitura dei Procuratori di San Marco; onorificenza equivalente all’equestre di cui lo insigniva Carlo IV Imperatore. Non si scorge orma nella vita di Marin Falier, che non fosse di luce e di carità per la patria. Rettore più fiate e podestà, in molte ben gravi negoziazioni, mostrava accoppiata all’acuto senno la ferrea tempera, all’alacre e vivace spirito la robusta facondia, e per le avite ricchezze sostenne ambascerie parecchie, con decoro e anzi magnificenza. Dopo sessanta e più anni di meriti, giunto ad età longeva, mentre trattava la pace con gli ambasciatori dei Genovesi e degli alleati in Avignone, sede allora dei romani pontefici, presso Innocenzo VI, la Repubblica, senza sommettere altri candidati a scrutinio, lo acclamava a suo principe. E là nel suolo di Francia, spediva cautamente, come scrive il Contarini, sollecito messaggero un Segretario, e poco appresso dodici ambasciatori lo incontravano a Verona, e arrivava solennemente nel Bucintoro a Venezia, ove, per l’avversa sua stella, doveva lambirgli le canute tempie il diadema malaugurato dei Tradonico, e dei Foscari.

Era già in corso di prima edificazione sui disegni del Calendario, la sublime reggia Ducale, perché rimase la gran fabbrica interrotta per la peste del 1348, di cui parla il Boccaccio, e che al vivo stava espressa sopra la porta della Scuola della Carità, ora Accademia di belle arti. Forse, come ad altri Dogi intervenne, toccava anche al Falier di abitare alquanto questa sua casa, resa vieppiù per la suprema dignità interessante: Né era certamente questo un edificio, che a quella stagione mancasse di qualche importanza per l’arte, senza le non poche interne ed esteriori alterazioni, che oggi l’occhio vi scorge, esaminandolo sul piazzale del ponte a cui risguarda e conduce al campo da una parte, dall’altra al pubblico porticato. La fabbrica risulta che appartenesse al secolo XI o XII per il contrassegno dei due veroni del centro rimasti intatti, di stile misto-bizantino; accennano inoltre all’ antichità dell’epoca le medaglie simboliche, che si ravvisano sul prospetto inserite insieme allo sculto blasone domestico.

Chi vi ha più che ignori, per tradizione, la scena tragica, che nella vita percosse quel Principe infelice? Assai pochi però hanno ancora la cognizione perfetta di tutte le circostanze, nei giusti termini del fatto, poiché bizzarre favole usurparono i confini del vero e ciò che men fedeli cronisti spacciavano, entrava, col genio della maldicenza onnipotente, nelle credenze del popolo, anche con altrui vituperio. In oggi alla diceria invereconda sul Doge, al libello d’infamia allo Steno, che fu Principe illustre, intemerato e della patria benemerito, è tolta fede per lo studio dei più riputati storici antichi, che con frasi generali alludono a ben altre cause della sommossa, e nulla d’altronde emerge delle presunte ragioni dell’attentato dai pubblici Archivi.

Smentita per tal guisa l’accusa, che con nota di viltà ha deturpato fino ad ora il carattere di Marin Falier nell’opinione pubblica, assume altri colori la causa da lui propugnata. La congiura, spoglia dell’orpello di un galante aneddoto, per falsarne lo scopo, si vede procedere con quello stesso spirito patriottico, giustificato dalle disastrose condizioni di capitale riforma, a cui, col colpo di Stato del Gradenigo, si era la Repubblica sobbarcata, e che suscitarono le tante cupidigie di rettifiche, nell’avviamento dei destini futuri specialmente per opera di Bajamonte o Boemondo Tiepolo. Il quale, giova alla fine si sappia, per le indagini ultime della storia, come dall’epoca clamorosa dell’esilio, per anni diciotto, continuasse costante ad ordire le fila della trama, con gli stessi concittadini, nella moltitudine delle aderenze; tenesse in ebollizione e fermento il partito, e fosse il fomite delle successive perturbazioni intestine dello Stato. Stupisce la storia, che sia ora rimosso il velo di un altro arcano, ma è vietato il silenzio, quando si tratti di sfolgorare la frode.

Non corsero infatti due lustri dall’infando eccidio di Marin Falier, che dai Correttori si scopriva, come il Doge Lorenzo Celsi non si mostrasse alieno dall’aderire o favoreggiare i pareri dei Consiglieri, per il tentativo di una riforma della Costituzione. Laonde il Sanuto scriveva le memorande parole, che se non moriva in tempo, avrebbe il Celsi subito la fine stessa del Falier; e soggiunge il Caroldo, che per convenienti rispetti si statuiva di lacerare ed ardere tutte le testificazioni e scritture del Doge. Con questo nuovissimo fatto, sorto dalle tenebre del mistero al sindacato della storia imparziale, lasciamo al giudizio dei savi il discernere, su quale bilancia debba pesarsi l’impresa del Falier, perchè venga inferito, quanto fosse inqualificabile la votazione, in cui presero parte i due, che furono Dogi, Giovanni Gradenigo e Andrea Contarini, e la quale dannava il misero e venerando Principe agli orrori di un capitale supplizio.

Non discendeva egli dai Dogi Vitale e Ordelafo Falier, dal secondo dei quali inspecie, col ricupero della Dalmazia, e coll’aggiunta di gran parte della Croazia, venne gloria ed aumento di potenza alla Repubblica e che moriva, in difesa dell’onore suo, coll’armi alla mano? Non aveva valor nessuno nella memoria il merito di un lignaggio, che fu sempre alla patria fruttuoso, due discendenti dal quale sedevano allora, uno Avogadore, l’altro nei Consigli supremi? Non poteva qualche rispetto avocarsi una grave età, quasi nonagenaria, e logora nelle alte cure del politico ministero, la cui ultima fine era abbastanza accelerata dall’abbiezione profonda, per l’improvvisa calamità, senza che, rotta già essendo stata la trama della insigne cospirazione, si abbandonasse la misera salma con indecoro enorme della Repubblica, nientemeno che in balia del carnefice, e le soglie stesse Ducali, per quella morte infame s’insanguinassero? Invano credette poi la Repubblica di spegnere col silenzio l’atroce rimembranza, omettendo di registrarne la sentenza nel libro Misti del Consiglio dei Dieci, indotta da una specie di pudore a lasciar vacua la carta, e colle parole non scribatur far constare il tardo pentimento di una commessa enormità; che la storia non si seppellisce già coi cadaveri: essa imbraccia le sue tavole di bronzo, quasi scudo, che salva la vittima dall’obblivione. E nel caso nostro ci giova dedurre, che se non si fece pesar l’infamia sulla memoria del Celsi, in pari condizione di reità, vuol dire che si ponderò meglio il fatto, e che non si sarebbe pronunziata condanna di morte al Falier, se a quel tempo se ne avesse giudicato la colpa, e non fossero con soverchia precipitazione seguiti il processo e la sentenza. Anche sull’effigie del Falier è a porsi in chiaro un punto di storia, sommamente fino ad ora confuso. Questa effigie pertanto dal giorno della esaltazione al principato della patria figurò benissimo nel fregio del soppalco, tra le immagini degli altri Dogi, nella sala del Maggior Consiglio, né si rimuoveva dal sito per undici anni; anzi vi si leggeva appiedi, che espiò la pena del suo ardimento: temeritatis meae poenas lui.

Il quale contegno ci piaceva meglio del posteriore, quando nel 1366, per mozione del Doge Marco Cornaro, si ingiungeva che se ne cancellasse il ritratto, al rinnovarsi le pitture del fregio, e si rinfrescava il fatale ricordo, quale si vede ancora, il disdoro, cioè, della Repubblica per il capitale supplizio. Questo palazzo di Marin Falier, in conseguenza alla morte qual presunto traditore, si confiscava con gli altri beni dell’infelice, e donato in mercede della denunzia al popolano pellicciaio Beltrando, diventava prezzo di sangue. Però non giungeva a coglierne il frutto il delatore, perché, irrequieto e tracotante, per millanterie di meriti, e avidità di maggior lucro, era espulso dalla Dominante, e ai primi suoi passi nella terra di esilio interfetto.

E noi, continuando le argomentazioni, siamo d’avviso, che non fosse involontario neppure il fallo del Sansovino nella Venezia, che assegna la tomba a Marin Falier fra gli altri quindici Dogi, nel Tempio claustrale dei Santi Giovanni e Paolo. Certamente non venne la di lui salma confusa nel sepolcreto dei giustiziati, ma si depose nell’atrio, alla destra di chi entrava nella Cappella della Pace, in un avello di famiglia. Primo ed unico fu questo nella storia nostra l’esempio di un Doge, condannato a morte per processo di tribunale. Perciò bene operavano i posteri, alla ricorrenza dell’anniversario del dì nefasto, nel prescrivere che le Confraternite e i Comandadori tenessero nella processione rovesciate le torcie, in segno di una rimembranza di lutto profondo. Cerimonia, che avrà ristorato l’animo dei Falier, e che seguiva anche nel l750, in cui taluno di essi veniva insignito della stola procuratoria.

Poiché sorti più miti i tempi, anche la fama dei Falier si redense, e se altri meriti non potesse, vantare la casta che ancora in onore della patria sussiste, taluno avendo seduto Consigliere nei tribunali, tal altro per la grande pietà, e come dignità primaria, essendo decoro del Capitolo della Basilica di San Marco, basterebbe che vi fosse uscito un Giovanni Falier. Il quale, adocchiata la scintilla del genio, ne nutriva la sacra fiamma al Canova, e ci educò il divino, che collo scalpello alla mano diede, dopo venti età, il segnale di una felice rivoluzione nelle arti, e nuovo Fidia salutato del secolo, ridava lo scettro della scultura all’Italia. Ben somma largità del benefico gentiluomo, senza la cui opera, l’accorgimento e l’autorità del patrocinio, come riflette il Cicognara, quel seme di gloria, con ineffabile perdita, mai deplorata abbastanza, si sarebbe inaridito per sempre nelle native petraie.

A tanto provvido e splendido Mecenate scolpiva il Canova un cenotafio, che nell’altro palazzo dei Falier a San Vitale si conserva, e che meriterebbe di essere collocato nei chiostri di San Stefano, ove fino al 1570 se ne vedevano le tombe in argomento di superstite riconoscenza, e quale cospicua prova, essere la storia deposito degli antenati, e tesoro dei discendenti. Ora il passeggero sul campo dei Santi Apostoli, dando uno sguardo ai veroni antichi della magione di Marin Falier, l’amico intimo del Petrarca e del Calendario, a quella gran pagina di marmo che stava incompresa, non sarà avaro di qualche pietà, al ricordo della fine miseranda di un Principe troppo infelice, e chiedendole lo storico mistero, si conforterà, che siccome multa renascentur quae jam cecidere, risorga interessante oggidì una memoria, su cui pesò per sei secoli la pubblica e la privata ignominia. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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