Palazzo Gradenigo a San Simeon Grando

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Palazzo Gradenigo a San Simeon Grando - Santa Croce

Palazzo Gradenigo a San Simeon Grando

Il Martinioni esalta a cielo questa fabbrica nelle sue giunte alla Venezia del Sansovino, per ordine singolare di architettura, vaghezza di marmi e d’intagli, e per altri riguardevoli ornamenti. Egli scriveva alla metà del secolo XVII, di cui risulta carattere il palazzo, e ne parla come di fabbrica nuova, nè sappiamo per qual motivo trascenda a qualificarla bella a meraviglia. Non trattasi in vero che di un’architettura, in tre ordini, che accusa l’epoca della decadenza, e appartiene alla scuola di Giorgio Massari, che bensì si fece onore col suo ingegno tra noi, ma compatibilmente col gusto del suo tempo. L’esterna irregolarità, ad onta l’estensione di spazio, fa a prima giunta giudicar l’opera non compiuta. Lo stile del prospetto, generalmente semplice, è misto dorico-toscano; due sono le rive di approdo a pilastri, con arco e mascheroni sovrapposti di pietra d’Istria; le finestre del primo ordine, arcuate pure e pilastrate, hanno mascheroni, nei riparti dei riquadri dell’archivolto. I poggioli di cinta, che basano malamente sopra i cornicioni dei due ordini, sono di pietra greggia in tutti i balconi. Vi ha poi un poggiolo sull’angolo, verso l’ingresso di terra, a quattro arcate, sorrette da tre colonne d’ordine dorico, con balaustrata all’intorno, sporgente e modiglionata. Diremo che sia ozioso abbellimento nel primo ordine, dal lato stesso di terra, il piccolo muro, con balaustrata, in sembianza di loggia, respiciente il cortile, a cui si accede per un atrio, o portico, del carattere del manierismo, ad imitazione dei palazzi di Roma; l’atrio è spazioso; lo sorreggono nove colonne massiccie di ordine toscano; la copia degli interni comparti mostra l’abilità dell’architetto, che non fece apparire l’effettiva vastità della mole nella fronte principale, che prospetta sul così detto Rio Marin.

È contermine al palazzo un orto, dell’estensione di tre campi, coltivato in parte a verziere, e che potrebbesi conformare a giardino inglese. Il fondo risultò dalla demolizione di parecchie casette, e servi per la cavallerizza; quivi dame e cavalieri della città frequentavano gli esercizi di equitazione. È a deplorarsi, che in questo orto fossero esposti alle intemperie alcuni camini, di fini marmi, e di lavoro elegante; intorno a piccola motta vedemmo anche corrose e decomposte cinque colonne di verde antico, il più facile tra i marmi a sentire il guasto, che ormai non si conosce, che per la sua venatura.

Nella gran sala erano di sopra riccio d’oro i rivestimenti, quando Bortolameo Gradenigo, secondo podestà di Venezia, vi accolse Eugenio Beauharnais, vicerè d’Italia. Rara era la libreria, di cui si conservano alcuni avanzi, e più rara la pinacoteca, di cui formava parte il San Giovanni Battista, che vedesi nell’accademia di belle arti, per cui si diedero al Tiziano, incredibile a dirsi! 405 zecchini, in quattro acconti. Anche il quadro ammirato della Concezione, nel tempio dei Frari, era proprietà dei Gradenigo, e ne conservano la quietanza autografa del Tiziano. Ora i dipinti di alcune stanze, del Tintoretto, del Tinelli, del Catena, del Longhi, rappresentano le immagini d’individui delle case estinte dei Pesaro e dei Foscari, consanguinei. Sono di esse nel vestibolo i blasoni, in legno dorato ad intaglio, i due elmi di bel lavoro del 500, e la lanterna della capitania, di rame dorato, con emblemi allusivi alla tattica navale. Vi hanno poi i ritratti dei Dogi di questa casa, che fu antica, essendo opinione dei cronisti, che provenissero dagli Anici di Roma, e passassero a stanziare in Aquileja, quando era questa uno dei primi empori, come città ricca e famosa alle porte di Italia, indi per le incursioni di Attila si rifugiassero a Grado, grosso vico così chiamato, perchè vi stavano le gradinate di marmo, per lo sbarco dei navigli, essendo il vero porto di Aquileja. Perciò da Grado si dissero Gradonici, poi Gradenighi, e nel blasone assunsero la scalea o gradinata di traverso.

Vari dei Gradenigo fiorirono a Grado Patriarchi, e se ne veggono i ritratti. Da qualche cronista giudicasi di questa casa il Tradonico, assassinato, mentre si recava ai vesperi di San Zaccaria. Nè è a dirsi quanti giovassero la patria, generali, cavalieri, e procuratori, per guerriero valore, politico accorgimento, e senno ministeriale. Valga per tutti il nome del Doge Pietro, l’autore della serrata del gran Consiglio, del quale le ceneri, che si mirava un tempo a disperdere, furono trasferite, a cura dei Gradenigo, in apposita cella del sepolcreto comunale, trasferite dalla Badia di San Cipriano di Murano. L’ingresso al porticato di questo palazzo è costruito con due archi, l’uno di fronte all’altro, che riportano scolpite in pietra le insegne gentilizie, e vari emblemi guerreschi. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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