Palazzo Barbarigo Marcello Foscarini Sangiantoffetti conosciuto come Ca’ Bembo a San Trovaso

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Palazzo Foscarini Sangiantoffetti Bembo a San Trovaso

Palazzo Barbarigo Marcello Foscarini Sangiantoffetti conosciuto come Ca’ Bembo a San Trovaso

Nel centro di questa parrocchia, tra una fondamenta e l’altra, sono frequenti i palazzi, che ai lati e agli angoli si vedono farle corona; quello dei Basadonna, poi Priuli Scarpon, adesso del nob. cavaliere Giovanni Battista Giustinian, verso la calle Corfù, ove stanno i due dei Contarini dai scrigni, ora Berthold; dopo la farmacia e la casa Bizio, l’altro, oggi Nani, di Francesco Barbarigo, che fu otto volte consigliere di Dorsoduro, cognominato per antonomasia il ricco di San Trovaso, padre dei Dogi Marco e Agostino. In prossimità a questo, sorgeva il palazzo Giustiniani, poi Pasqualigo, di gotica architettura, che era dipinto all’esterno dal Tintoretto, e che nel 1832 si demoliva, con sommo lucro di privato appaltatore per la dovizia dei raccoltisi materiali; ed a capo della fondamenta, rimpetto, l’altro palazzo Bollani, ora del Comune, per uso del R. Ginnasio Liceale, sul disegno del Tirali.

Nessuna sorpresa pertanto, che questa magione dei Bembo, di cui tocchiamo, fosse composta di due palazzi, insieme connessi, di stile disforme, come poco lungi vediamo pure i due palazzi uniti Contarini dai scrigni, formare un solo corpo, adonta i due differenti prospetti, l’uno del medio-evo, il secondo dello Scamozzi, già a suo luogo in quest’opera descritti, sul Canal Grande. Poiché altra misura fu questa della grandezza veneziana il triplicare, e quadruplicare l’insieme delle moli in una stessa casa, come, per esempio, negli edifici, a San Samuele, dei Mocenighi; singolarità, la quale accresce lo stupore, che i veneziani abbiano tratto partito da piccole aree, per comprendervi, con destrezza di artificio, grandiose moli, per cui parrebbe fossero anzi occorsi ingenti spazi, per estendersi, con tanta copia di agi, in interiori riparti e suddivisioni. Del fatto di questa duplicità di edificio, se anche non ci derivassero tracce dalla tradizione e dalla storia, basterebbe a chiarirci un’occhiata all’area, rimasta vacua da quel lato, che col palazzo Bollani immediatamente confina, ove si fece sorgere una terrazza, e più tardi si innalzava una muraglia a presidio; e di leggieri può credersi, che fosse antica, più dell’altra, la fabbrica, e per vetustà si atterrasse. D’altronde, il prospetto del superstite edificio, rimasto isolato, presenta tutte le moderne sembianze; ha una giusta simmetria di sagome, nobilissimo ne è l’insieme, aggraziata la decorazione della faccia, come risponde al decoro della fabbrica la maestà del vestibolo. Per il quale si accede di fronte con voluttà della vista alle delizie di un giardino all’inglese, con serra di piante esotiche a bel disegno architettonico, notabile, per estensione fra i parecchi nostri giardini. Uscendo da questo, si mette, per agiate scale, alla grande ornatissima sala, a splendide stanze, talune respicienti il giardino stesso, ove si ampliò con un’ala considerevole il fabbricato, come sono nobili gli amezzati, e capace a sufficienza l’ultimo piano, male indicato dalla conformazione dei davanzali, veduti all’esterno, sulla sommità del prospetto.

Al tempo del Boschini si accennava nella di lui opera le miniere della pittura, che questo palazzo appartenesse alla famiglia Marcello, da cui avvertendosi all’epoca, risulterebbe fondato, e che fosse tutto dipinto a fresco al di fuori, secondo il costume, da Giorgione introdotto nel secolo XV. Infatti il Ridolfo così letteralmente scriveva: «tra le opere a fresco ottiene gli applausi primieri la facciata di casa Marcello di San Travaso, ove il Tintoretto dipinse quattro favole di Ovidio, cioè di Giove e Semele, di Apollo che scortica Marsia, dell’aurora che prende congedo da Titone, e di Gibele coronata di torri, sopra un carro tirato da leoni.» Poi soggiunge : «egli fece di sopra un lungo fregio inserito di uomini e di donne ignude, cosi vivaci e freschi, che paiono vivi, oltrecché è il più curioso incatenamento di figure, che dal più esperto pittore inventar si potesse.» Di questi affreschi si ravvisano alcune orme tuttora, e quanto fossero stupendi ci è dato rilevare nella collezione, che ne elaborò lo Zanetti.

Il Coronelli poi nelle sue Singolarità nota questo palazzo, al suo tempo, come di ragione del Foscarini; né certo senza fondamento, essendovi per altro condomini anche allora i Sangiantoffetti, che lasciarono il nome alla fondamenta. Poiché abbiamo sott’occhio l’istrumento di compra-vendita di questo palazzo, che stipulò appunto un Alvise Foscarini fu di Michele, procurator di San Marco, per interesse proprio e del fratello Lazzaro, e rileviamo che egli alienava la casa dominicale a Costantino Bellato, per ducati dieci mila trecento e trentatre d’argento; i quali furono anzi depositati nel Magistrato di petizion, per rispetto ad un fideicommisso, che Angelo M.a Labia istituiva con testamento 21 novembre 1684, a debito Foscarini, con istrumento di livello 29 gennaio 1696. Dal processo di tale vendita si ha l’istruzione che seguiva il traslato al Magistrato dei X Savi, e si pagava la decima dei 24 carati dello stabile il luglio 1725.

Quindi l’uffizio dell’esaminatore che era fino dal 1254 istituito, per gli strumenti di vendita, le cessioni e le obbligazioni, acciò nel termine di trenta giorni potesse contraddire, mediante stride, chiunque avesse azione in contrario, faceva il cognito al n. 21, Benedetto Sangiantoffetti, per l’acquisto che fecero i Sellato dai Foscarini. Ma forse i primi acquirenti si pentivano di essersi intromessi nell’affare, e pensavano non consumarlo in faccia alla legge. Certo è bensì, che il Toffetti subentrava nelle ragioni di anzianità, nei privilegi, e nelle ipoteche della casa, venduta per conto del fideicommisso convenzionale, e veniva, come compratore riconosciuto, onde si affrancavano i capitali livellari, e il Foscarini levava per sé il netto prezzo residuo di 9920 ducati effettivi.

Originaria del Cremasco la casa Sangiantoffetti, fra le più antiche e più illustri, alcuni degli ascendenti avendo figurato Grandi di Spagna di seconda classe, vanta un Gasparo, che nel 1638 assoldava dieci vascelli d’alto bordo, armati di ben duecento fanti per cadauno, offriva ducati mille all’anno, sino al termine della guerra di Candia, che durò un quarto di secolo, e centomila poi ne aggiunse. Largità non minore dimostrava Carlo, col mettere le domestiche argenterie senza scopo di utilità, nei depositi della Repubblica; splendide prove di patriottismo, che agl’insigni meritavano l’onore del patriziato. Curiosa coincidenza! che nella controversia, insorta per la vendita di questo palazzo, sedesse giudice dell’Esaminador un Nicolò Bembo, la famiglia del quale doveva averne a più tarda stagione il tanto combattuto possesso, ed anche per sua parte riflettervi il lustro.

Chi può ignorare, che una famiglia fu quella dei Bembo di antica e onorata gentilezza, feconda di tanti uomini, che sarebbe a noverarsi difficile, chiari nelle fatiche della guerra, e nelle opere della pace, nudrita di scelti e virili studi, e ormai, per le prove di sublime animo, venerata dal giudizio sicuro e libero della fama? Di quanta gloria non si coperse Giovanni Bembo, procurator di San Marco, quale generalissimo, contro i corsali Uscocchi, da meritarsi alle tempie il ducale diadema? In quanti modi non diede a conoscere la carità per la patria Giovanni Matteo, il difensore invitto di Cattaro, nel 1534, contro la flotta Ottomana, condotta da Ariadene Barbarossa, re di Algeri? Il quale, dottore e senatore Giovanni Matteo fu padre di Giulia Bembo, celebrata eroina, per le forti virtù e il virile animo, onore di quel sesso, che soltanto per la bellezza comunemente si loda. Basteranno poi le parole, fossero anche le più faconde, per nominar degnamente l’altissimo ingegno, che conobbe le sedi riposte del bello, e fu maestro delle latine ed italiane eleganze, decoro della porpora e splendor della storia? E potremo tacere del cav. Bernardo, suo padre, dotto nel Senato, ambasciatore a Firenze ed a Roma, negli ardui tempi della lega di Cambray, che, essendo Podestà a Ravenna, unico concepiva ed incarnava il pensiero, sostenuta del proprio la spesa, di consegnare alla immortalità, primo d’ogni altro, il monumento al grande e mendico fuggiasco, al Sire dell’altissimo canto, che, a parlare col Missirini, sparse la freschezza della vita sul passato deserto, visitò le bolge dell’ eterno pianto, e col volo dell’ aquila sali al sole degli esseri? Egli raccoglieva piamente le ossa, che nel poema divino parlano ancora, terribilmente solenne, la parola sdegno sa, e lo scherno sublime, con cui colpiva le passioni e le colpe dei concittadini, e ne mostrava l’espiazione dolorose. E al tempo nostro, ai dì poc’anzi trascorsi, quando già spenta ogni ira di parte, la magnifica Firenze celebrava il sesto centenario dalla nascita, suonò il nome del Bembo, per tutta la festeggiante penisola, levatasi come un sol uomo sul sepolcro di chi creò nuova civiltà e nuova sapienza nel mondo.

Degni della fama dei proavi loro, abitano ora questo palazzo, di comune possesso, il nob. cons. aulico Francesco Pietro Bembo, e il conte Pierluigi Bembo cavaliere; salito in età fresca al primo onore civico, per il fiore dell’ingegno, e per l’istinto della bontà, nella mitezza dell’indole, proclive al genio e al sentimento del bene. Egli, indotto appunto dalla mente e dal cuore, immaginava e coloriva il disegno di rifare in un tutto omogeneo le fila della sparsa beneficenza per ravvivare con migliori scopi la Congregazione di Carità, che era sorta ai tempi di Napoleone I, e che ormai si attuava per l’Italia. Rappresentava quindi, come in uno specchio, le aspirazioni proprie, in alcuni gravi studi, storico economico statistici, col titolo delle Istituzioni di beneficenza, e postosi del bel numero uno fra i procuratori, poiché conseguiva il suggello all’idea della sanzione suprema, mise in atto la parte più delicata della carità per la patria, verso la famiglia numerosa degl’infortunati, che passa nell’ombra del gran quadro sociale. Pertanto, se la nobiltà è detta da Aristotele l’antichità della stirpe e della ricchezza, e da Plutarco la virtù della schiatta, o a dir meglio, una certa qualità continuata nei posteri, per singolare professione di virtù pubblica, diremo; che questo palazzo albergasse sempre soggetti, che vanto furono del patriziato e di Venezia.

E fiorirono nella contrada, in cui vissero la Gaspara Stampa, e l’Alessandra Maraviglia, che diede il nome al prossimo ponte; lirica poetessa la prima, inspirata da un amore infelice; virtuosa moglie l’altra di Pietro Albino, gran cancelliere del regno di Cipro, che, rimasta prigioniera dei Turchi, alla presa di Nicosia, avanti di far vela per Costantinopoli diede fuoco alle munizioni, ed arse la nave e sè stessa, purificando con l’eroismo l’immagine della troppo decantata Lucrezia. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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