Palazzo Pisani a San Stefano, nel Sestiere di San Marco

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Palazzo Pisani a San Stefano. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Pisani a San Stefano, nel Sestiere di San Marco

Chiunque osservi a prima giunta questo edifizio, vi scorge ad evidenza i caratteri di più fabbriche, eseguite in varie epoche; quindi patente è la differenza di stile negli ordini, e più o meno espressa la correzione del gusto negli ornamenti dei cortili e delle logge, nei simulacri e negli intagli, che fanno entro e fuori ricco e magnifico l’edifizio. Documenti autentici di famiglia ci avvisano, che prima del 1468 la linea dei Pisani di San Stefano era unita all’altra dei Pisani, detti dal Banco, che abitavano a Santa Maria Zobenigo. La casa a San Stefano si stabiliva poi da un Lorenzo, figlio di un Giovanni dal Banco da Santa Maria Zobenigo, e la separazione delle due case avvenne il 5 giugno 1527, alla qual epoca figurano divise nei registri pubblici, onde allora si cominciarono le operazioni, per la edificazione del palazzo.

Questo si erigeva dunque a San Stefano, e in quel riposto angolo del campo, perchè i Pisani tenevano in quel terreno la proprietà di alcuni fondi. Sappiamo anzi, averne i Pisani di San Stefano acquistati degli altri, ivi situati, dai Pisani, da cui si separavano, e da varie famiglie, per guadagnare un’area, che fosse proporzionata alla vastità della mole sorgente, la quale dalla sola parte dell’ingresso ha un centinaio di finestre, e che si divisava di far torreggiare quasi a foggia di castello, con lusso di comodi e magnificenza di spazi. Ciò è tanto vero, che si assunsero il pagamento verso più ditte di parecchi livelli, iscritti sul fondo, e che abbiamo nel campo un pezzo di vivo, che ricorda la preesistenza di un fondo Loredan, demolitosi per esborso, a cui concorsero anche i Pisani, per togliersi un ingombro nocivo alla luce, e meglio spianarsi la via dinanzi. Le due stesse arcate di vivo, che isolate fiancheggiano, una di fronte all’altra, lo spazio d’ingresso, segnano la proprietà dell’area Pisani, e le case di faccia sembrano posteriormente acquistate, per impedire che nessuno invadesse lo spazio; e ne provano infatti la proprietà privata del fondo la mancanza di lastricato in quel canto, alla destra, e l’esistenza di un pozzo, con vera, su cui sta scolpito il leone rampante, che fu il vero stemma di questa casa.

Il principio della fabbrica può determinarsi pertanto verso la metà del 1500; la continuazione seguì in appresso, con ampliazioni ed aggiunte, e limitandosi quindi ai tempi posteriori, si può supporre col Moschini, che l’ultimo architetto, per le parti più nobili e più corrette, fosse il conte Francesco Frigimelica, che fioriva nel 1700. I Pisani avevano però concepito il pensiero di completare il palazzo, colla erezione sul gran canale di un interessante prospetto; unica bellezza, di cui l’insigne fabbricato difetta. E lo avrebbero mandato ad effetto, come ne sono prova da quella parte le colonne e le arcate fatte sorgere a bella posta, se non avessero trovato ostacolo per parte dei proprietari degli attigui edifici, che non poterono conseguire. Poiché dovettero limitarsi a procacciar luce al porticato ricchissimo, avente sedici colonne di ordine toscano, e delle nicchie sparse con statue, per mezzo di finestre, aperte nei magazzini, rimpetto, verso la corresponsione di ben mille ducati ai proprietari Benzoni.

Abortito per tal guisa il disegno di quell’opera, si volle creare invece la magnifica villeggiatura di Strà, dell’ estensione di quaranta campi, ove la sola gradinata a chiocciola importò il valsente di quattordici mila ducati, degna abitazione di ogni più gran principe, che si acquistò dalla Corona per trecentoventitré mila ducati.

Questo palazzo vasto, nobile e principesco, la cui fondazione costò una somma, da non potersi a nostri giorni equamente calcolare, è di ordine rustico, con pilastri ionici; ha un atrio bellissimo, che mette a due cortili, quali non si trovano in nessun palazzo, con ringhiera e colonne di marmo, e un cortile è maggiore dell’altro, da parer quasi tutti e due combinati, acciò più che il piede si avanza, si accresca la sorpresa per tanta magnificenza. Otto sono le gradinate; la principale è spaziosa, e ricchissima di marmi e di statue colossali; questa mette capo fino alla specola, di assai capace superficie, che torreggia di fianco alla fabbrica, forse sorta ultima, ove si vede la terrazza, dalla cui sommità si gode il più ameno punto prospettico. Salendo la detta gradinata principale, si entra nella sala da ballo, con ringhiera, sorretta da colonne scannellate, con capitelli di ordine ionico, e con alti finestroni all’intorno, taluno dei quali sta in comunicazione con altri appartamenti interni del palazzo. Nel soppalco si vede un dipinto in tela del Guarana.

Diremo magnifica tra le sale quella, con due arcate e altrettante colonne di marmo veronese, e con sei soprapporte di marmo alle facce, ricca di pensili ghirlande d’oro e dorature, che raccoglie i ritratti dei proavi Pisani, di non comuni pennelli. Le stanze parecchie conservano dipinti del Tiepolo, del Rizzi, del Cignaroli e del Carpioni, e i parapetti sotto i davanzali sono di marmo africano e di Carrara; ovunque è profusione di oro e di stucchi, e i terrazzi sono a bei disegni e ghirlande. Si ammirano anche due porte, leggiadre per lavori finissimi di tarsia in avorio e in ebano, su cui l’artefice effigiava a mosaico l’atrio di un tempio romano: per esso un inglese aveva offerto cinquanta lire sterline. Sul limitare di questo palazzo si vede un battente di bronzo, che è tipo di altri, fusi posteriormente in Venezia, in forma di conca coi cavalli marini, e con Nettuno che afferra il tridente; mirabile getto, attribuito a Sansovino, di cui si levò la forma per la Regia Accademia di Londra. Pure un migliaio di franchi si offriva per acquistarlo.

Essendo impossibile in somma una descrizione minuta delle tante rarità di questo palazzo, diremo solo sembrare, che al mutar di ogni passo, tutto spirasse aura di maestà e grandezza, e vi fosse impresso ovunque il genio dell’inclita stirpe, che primeggiò sempre per luminari ed eroi nelle scienze, nella diplomazia, nella guerra, e per virtù patrie e sociali. Nel grande atrio d’ingresso sta perciò il blasone, colla spada da un lato e la mazza coll’elmo dall’altro, e si conservano i fanò delle galeazze. Ricorderemo di questa casa il prode Andrea, che vinse l’ottomano, restituiva Santa Maura alla Repubblica, ed occupava Prevesa e Vonizza, creato cavaliere nel 1747. Fu quegli che, cessato l’assedio di Dulcigno per la pace di Passarowitz, se aveva la vita incolume, la perdeva poi sotto le rovine della cittadella di Corfù, che lo scoppio della polveriera, accesa da un fulmine, smantellò di repente. Del suo eroismo sono monumenti i due vessilli, da lui sottratti al nemico, e posti per ordine del Senato nel tempio di Santa Maria della Salute, ai lati della cappella maggiore, con lapide.

Di questa casa fu il doge Alvise, di avvenenti e soavi forme, e di animo liberale, che andò sì magnifico ambasciatore in Francia a Luigi XIV, e ad Anna regina d’Inghilterra, che si diceva viaggiar con lui la maestà del Senato. Meritò molto anche il nipote Almorò I Alvise, cavaliere, che visitava le principali corti di Europa, ed era ambasciatore a Parigi, ove nacque suo padre, e si levava al sacro fonte da Luigi XIV, che gli impose il suo nome. Egli mecenate dell’arti belle, fu primo preside della nostra Accademia, avanti il Cicognara; lo stesso, che albergava in questo palazzo il re di Svezia Gustavo III, e con sì regale sfarzo e magnificenza, che trenta e più mila ducati costavano ai Pisani una festa da ballo ed un banchetto. Vide quel monarca la rara biblioteca, sempre aperta al pubblico, di cui si stampò il catalogo con tre tomi di illustrazioni, essendovi prefetto l’ab. Laste amico del Facciolati, il museo di medaglioni e monete, la raccolta d’impronti in zolfo, la galleria di dipinti, e la serie di stampe dei più eccellenti bulini degli ultimi tempi. Questi recinti potevano dirsi ancora ridenti, per tante fastose comparse di procuratori, e venivano trascelti ad albergare il principe Eugenio colla principessa Amalia di Baviera, nell’occasione dell’ingresso sulle lagune a Vicerè d’Italia, allora si formò una riva sul Canalgrande, si cinsero di ghirlande le colonne degli atri, ardevano le cere a profluvio sui pensili doppieri, da ogni angolo in ogni sala splendevano i cristalli e gli specchi, tutto era a giorno illuminato, quasi a far vedere non favolosa la reggia antica della gloria. Poiché l’ultima misura fu questa della grandezza veneziana, che quanto serviva ad uso privato apparisse degno delle regge imperiali. Dopo tanta descrizione, concludiamo, che non basta che le storie parlino della magnificenza di questa casa, ma bisogna qui trasportarsi nel palazzo, per vederne il teatro. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Quest'opera viene distribuita con Licenza Creative Commons. Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.

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