Palazzo Bellavitis a San Maurizio

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Palazzo Bellavitis a San Maurizio

Non risulta spregevole l’architettura di questo palazzo, che è un buon corpo di fabbrica, e di ben maschia struttura, riccamente edificato, e per le comodità e il decoro, quali appariscono a chi per il vestibolo sale le gradinate, e s’introduce nelle nobili stanze, bellamente scompartite. Il prospetto, nelle sagome e con quei mensoloni, accuserebbe lo stile dell’architetto del palazzo Priuli in campo a Santa Maria Formosa, il Monopola, che fu proto del palazzo ducale, e benemerito per quanto operava in quella mole stupenda, massime nel pittoresco cortile, a cui mutava alcune colonne, sostenuta in aria la fabbrica, col raro meccanismo, del quale dava gran prova il Sansovino nel rifacimento delle cupole della Basilica di San Marco.

Daterebbe l’erezione di questo edificio dalla seconda metà del secolo XVI, e si avrebbe dalle cronache, che sorgesse nell’area il campanile del tempio limitrofo di San Maurizio; tanto è vero, leggersi nella così detta Condizione della Diocesi di Venezia e Dogado, prodotta nel 1564 ai soprastanti alle decime del clero, che la casa fondatrice pagava un livello a quella chiesa, per la torre appunto disfatta. Ordinava la fondazione di questa mole Dionisio Bellavite, o Bellavitis, mercadante veneziano che in sommo grado arricchiva, e chiunque non disconosca le origini di Venezia, che dalla mercatura trasse lo splendore, e per essa si fece nobile e grande, avendo mercanteggiato gli stessi suoi Dogi, che aveano soltanto l’obbligo di disseccare i negozi un anno dopo saliti al principato, non stupirà che nobili divenissero i Bellavitis col tempo.

Si arresterà più presto alla considerazione, che prova era la loro nobiltà dei traffici onesti, in cui durarono, e del merito, a cui nel grado loro pervennero. Siccome però la nobiltà imperante era unicamente il patriziato, nel governo aristocratico, cosi non si poteva questa conferire ad altri, che non fossero patrizi, senza l’aggregazione a qualche consiglio nobile di terraferma, quindi al libro d’argento appartenevano i segretari stessi della Repubblica fatti nobili per tal modo, ed avevano poi comune ai patrizi il titolo di eccellenza, soltanto quando, a suggello degli uffici, ottenuto avesse uno di essi l’ultimo ragguardevole carico di cancellier grande. Tale distinzione giova nella storia avvertire, a scanso di equivoci, se per avventura un qualche cognome di segretario fosse eguale al cognome di patrizio.

Premessa tale dilucidazione, storicamente importante, diremo che i Bellavitis furono aggregati al già Consiglio nobile di Sacile, che, di antica istituzione, poteva conferire la nobiltà ereditaria, ed era capace di dar titolo ai suoi nobili, per sottostare alle prove dell’ordine di Malta, onde essere cavalieri militi di giustizia. E fino dal 1610 vi s’inscriveva infatti la casa, e insignivansi anche del titolo di conti, conferito il 26 settembre 1657 a Giovambattista, Michele, e Girolamo, fratelli Bellavitis, dal duca Lodovico Sforza. Da questi Bellavitis passava il palazzo al Giavarina, e il Sansovino, che si limitava nella Venezia a notare gli edifici più ragguardevoli, e anche per questi procedeva con assai ristretta lance, lo qualifica assai comodo e bello. Si decorava esso nella esterna faccia di affreschi, per mano di Paolo Veronese; se ne dileguava però ormai ogni vestigio.

Di presente possede questo palazzo il dott. Giambattista Lantana, decoro del foro veneto, che alterna coi legali gli studi delle lettere amene, e che è poeta gentile, la cui famiglia era stretta di parentela a Giuseppe Barbieri, che piangesi dall’Italia perduto all’onore della poesia e della eloquenza moderna, di cui fu maestro e luminare. Per la tradizione ricordasi avere avuto dimora in queste soglie Giorgio Baffo, di patrizia casa, nel quale anzi la linea si estinse. Fu egli il più facile, vario e immaginoso poeta, di cui si vanti il patrio dialetto, e si mostrò pure nel sociale consorzio di gravi e severi costumi, quantunque nei suoi versi trasmodi, a vero dire, nella licenza. Laonde da questo fatto è ad inferirsi, che giudica erroneamente chi crede vedere sempre negli scritti di un autore lo specchio e l’immagine della vita. (1)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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