Palazzo Barbarigo della Terrazza a San Polo

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Palazzo Barbarigo della Terrazza a San Polo. In "Venezia Monumentale e Pittoresca", Giuseppe Kier editore e Marco Moro (1817-1885) disegnatore, Venezia 1866. Da internetculturale.it

Palazzo Barbarigo della Terrazza a San Polo

L’architettura di questo palazzo dal lato del Canal Grande e sul rivo appariva forse più antica di quella che si vede in oggi, perchè il Cappellari riferisce ne sia stato possessore nel 1511 Daniele Barbarigo figlio di Andrea, avanti l’età nominato Savio agli Ordini. L’attuale fabbrica si discerne sul declinare del 1500 e accuserebbe lo stile dello Scamozzi, che secondo un’osservazione del Temanza lavorò qualche modello per i Barbarigo. A tale giudizio si inclina, esaminandosi il prospetto principale sul rivo, che è scompartito in tre piani con poggioli a quattro archi, sorretti da tre colonne di marmo massiccio, l’uno d’ordine toscano, l’altro dorico al pari dell’ala sull’angolo. La quale ala sta sul Canal Grande e s’innalza sugli ammezzati, il resto essendo coronato da una terrazza scoperta con balaustrata di marmo all’intorno a colonnelle, goffa nel effetto per far l’ufficio di ornato a quell’ala appunto che rimane quasi isolata, e tocca a così dire il palazzo dei Pisani-Moretta. Un tempo immaginavasi dai signori della magione di ridurre la terrazza in un giardino pensile ed era fecondo di molto bello il pensiero, poichè quella scena pittoresca sarebbe stata una specie d’incanto sull’acqua, un adescamento gentile ad accedere ai recinti, santuari allora dell’arti. Nell’atrio di ingresso l’arco sulla gradinata ha due figure simboliche effigiate sul frontone, l’una tiene nella destra un disco solare, l’altra un’epigrafe allusiva forse a qualche impresa gloriosa dei Barbarighi. Nel primo piano per arcata magnifica di marmi fini ed eleganti sino alle basi, con pilastri canalati, con capitelli corintii e con grande cornice ornatissima, il frontone della quale è sormontato da due guerrieri, si accede agli appartamenti nobili per varie porte coi contorni di pietra d’Istria, e coi frontoni a bel disegno incastonati di nero africano, con decorazioni ai canti di putti, e nel mezzo di piccoli busti in bronzo della bell’epoca.

La gran sala era copiosa di pitture storiche, opere del Vicentino, del Bassano, del Zelotti e di altri ottimi pennelli della scuola veneta. Del genere poi dei ritratti si vedevano senatori, capitani, sopracomiti e procuratori di San Marco della casa Barbarigo per mano dell’Aliense, del Peranda, di Sante Zago, di Pietro Della Vecchia, di Palma juniore, di Giovanni Contarini, del Tintoretto. Così aveva il mezzo chi per le sale poneva il piede di ricordare i più benemeriti della patria. Qui per esempio si vedeva il senatore Agostino provveditor generale dell’armata nella guerra di Cipro, che manovrando da prode fu colto da freccia in un occhio. L’effigie di lui stava anche nella sala del Maggior Consiglio, come per voto del Senato gli era eretta la statua in una sala del Consiglio dei Dieci. Nella stanza che mette alla terrazza è dipinto dal Vicentino il bel fregio, che rappresenta il conflitto dei Dardanelli, nel quale un altro Marco, già prode governatore a Triò lasciò la vita con gloria il 10 agosto 1668 vittima della fede e dell’amor suo per la patria. Vi è anche il ritratto, opera di Francesco Bassano, del Beato Gregorio cardinale, che emulando la vita apostolica profuse ai poveri più di un milione di ducati, e rinunziava al supremo onor del Papato nel 1694. Alla detta stanza non si giungeva però senza aver ammirato mille preziosità di ogni genere, e rivestimenti di cuoi d’oro nelle pareti e dorature nelle trabeazioni e nelle cornici, e suppellettili ricche, in bronzo, in avorio e in legno intagliato, e tavole di finissimi marmi incrostate a mosaico a scialacquo, e opere varie perfino di stoviglie di Urbino e Faenza con disegni raffaelleschi. Ciò avanti l’attuale proprietario sig. Vianello detto Chiodo.

Una suntuosa pinacoteca nota all’Europa di classici autori veneti, illustrata da Saverio Bettinelli in occasione di nozze, era da più secoli fregio della Casa e vi si vedevano venti opere di Tiziano. Tra le quali primeggiavano la Maddalena penitente, la migliore in confronto di quelle di Roma e Madrid, i ritratti in semifigure al naturale dal vero di papa Paolo III Farnese, del doge Andrea Gritti guerriero e politico insigne, di assai venuste sembianze, e dei due principi Barbarigo. In detta galleria si ammiravano le tre maniere del Vecellio e quindi la storia del progresso dell’arte. Di leggieri sarebbe quindi d’ ammettersi anche per il numero dei capolavori di quel principe della pittura che avesse avuto per vario tempo in questo palazzo la residenza. Il Vasari infatti rammenta l’amicizia che egli, diciottenne appena, contrasse con un Barbarigo, a mezzo del quale ebbe anzi l’incarico di pingere la facciata del Fondaco dei Tedeschi dalla parte della Merceria, che alla morte del Giambellino gli fruttava la senseria di quel luogo e l’obbligo di ritrarre il Doge dal vero ad ogni elezione. È certo inoltre che nei primi tempi e per più anni attese il Tiziano in questo palazzo al capolavoro della sua Maddalena. Quivi creava quel concetto divino tratto il modello dalla natura, effigiando cioè una giovine nell’ atto che per ingiuria dello sposo perduto struggevasi in lagrime, rimasto egli stesso incantato a quel dolore sì vivo, a cui inspirossi in uno di quei momenti, che la natura concede pur troppo una volta sola all’uomo di genio. E quando per motivi d’arte forse o di comodo si procacciò altro alloggio, lo fermava pure nei dintorni per tenersi vicino possibilmente a quei suoi splendidi mecenati. Laonde è fuor di dubbio appartenesse il Tiziano alla parrocchia dei Frari, nella qual chiesa ebbe i funerali e la tomba, e gli sorge adesso il monumento.

È quindi una gloria di questo palazzo, ora che la casa Barbarigo Dalla Terrazza si estinse e dagli eredi vendevasi la galleria nel 1850 alla Corte di Pietroburgo, che quivi fiorisse chi coi miracoli del suo pennello diede alle nostre glorie risalto, l’amore di Enrico III e di Carlo V, che gli porse riverente il pennello cadutogli di mano, quel Sommo che al cospetto delle nazioni straniere l’onor dell’arte mantenne ll’Italia. (1)

Il palazzo ha subito un frazionamento ed è stato soggetto a numerosi passaggi di proprietà. Oggi ospita ai piani inferiori il Centro Tedesco di Studi Veneziani (qui fondato nel 1972) e di un hotel, mentre il secondo piano nobile è di proprietà della famiglia Loredan. (2)

(1) GIANJACOPO FONTANA. Cento palazzi fra i più celebri di Venezia (Premiato Stabilimento Tipografico di P.Naratovich. 1865).

(2) https://it.wikipedia.org/wiki/Palazzo_Barbarigo_della_Terrazza

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FOTO: Alfonso Bussolin. Pubblicazione riservata. Non è consentita nessuna riproduzione, con qualunque mezzo, senza l'autorizzazione scritta del detentore del copyright.

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